Martedì, 24 Ottobre 2023 06:49

Lo Stato ed il suo carattere naturale: la lezione di Aristotele In evidenza

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Di Daniele Trabucco (*) Belluno, 23 ottobre 2023 - Qual è il compito dello Stato? Aiutare i membri della comunità organizzata a contemplare la Verità ed il Dio. In altri termini, ad essere felici.

È questo lo "sconvolgente" (per la mentalità odierna) insegnamento aristotelico: per raggiungere la felicità non bastano le virtù etiche della persona, ma c'è bisogno che lo Stato sia "virtuoso" ed il legislatore "guardiano del giusto". Solo in questo modo esso può  realizzare il più possibile nell'uomo la felicità da intendersi non in senso materialistico, bensì quale piena realizzazione dell'essenza dell'individuo, ciò che lo fa essere quello che è e non altro.

In ragione di questa premessa è facile comprendere come mai Aristotele (384 a.C./322 a.C.) rifiuti qualunque origine "contrattualistica" o "pattizia" dello Stato (diversamente dal pensiero filosofico moderno: si pensi ad Hobbes, Locke, Rousseau), insistendo sul suo essere "un fatto di natura" (e allo stesso modo la famiglia ed il villaggio).

Lo Stato, dunque, non solo è qualcosa di naturale per gli uomini, ma determina la loro stessa natura. Questo significa che l'uomo è tale solo in quanto "vive nello Stato" in virtù del suo essere, scrive il precettore di Alessandro Magno nella "Politica", "animale socievole".

Celebre, a riguardo, l'affermazione aristotelica secondo la quale chi non ha bisogno di entrare a far parte di una comunità e basta a sé stesso è "una belva o un Dio". Come, dunque, solo all'interno dell'organismo umano la mano ed il piede sono vera mano e vero piede, così lo Stato, di cui i singoli uomini sono parti, è la condizione per la realizzazione della "εὐδαιμονία", cioè della felicità nel significato sopra descritto.

Chi, però, deve governare lo Stato?

Siccome, scrive Aristotele, la comunità politica ha come fine non semplicemente la convivenza, ma la contemplazione della Verità e del Dio, "quanti contribuiscono nella misura più alta alla vita di questa comunità partecipano alla città in grado più alto di quelli che, uguali a essi per la libertà in cui sono nati o per la stirpe da cui provengono, o addirittura superiori, sono inferiori in virtù politica o, superando gli altri in ricchezza, ne sono superati in virtù". Applicato oggi...


(*) Autore - prof. Daniele Trabucco

Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/UNIB – Centro Studi Superiore INDEF (Istituto di Neuroscienze Dinamiche "Erich Fromm"). Professore universitario a contratto in Diritto Internazionale e Diritto Pubblico Comparato e Diritti Umani presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici/Istituto ad Ordinamento Universitario "Prospero Moisè Loria" di Milano. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico e titolare di Master universitario di I livello in Integrazione europea: politiche e progettazione comunitaria. Già docente nel Master Executive di II livello in "Diritto, Deontologia e Politiche sanitarie" organizzato dal Dipartimento di Economia e Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Socio ordinario ARDEF (Associazione per la ricerca e lo sviluppo dei diritti fondamentali nazionali ed europei) e socio SISI (Società italiana di Storia Internazionale). Vice-Referente di UNIDOLOMITI (settore Università ed Alta Formazione) del Centro Consorzi di Belluno.
Sito web personale
www.danieletrabucco.it

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