Il Servizio Sanitario Nazionale, nato con la legge 23 dicembre 1978, n. 833, prometteva di garantire la tutela della salute come diritto fondamentale della persona e interesse della collettività (legge n. 833/1978, art. 1, fonte: Normattiva).
Oggi, però, quell’edificio mostra crepe sempre più profonde: liste d’attesa croniche, personale in fuga, risorse insufficienti e un settore privato sempre più ingombrante. La Lombardia, spesso presentata come modello di efficienza sanitaria, appare in realtà come uno specchio fedele delle contraddizioni dell’intero sistema italiano.
Il primo segnale è quello delle liste d’attesa. Nel 2024 la Regione ha stanziato nuove risorse per ridurle, portando il totale dell’intervento a circa 84 milioni di euro (84 milioni nel 2024, fonte: Regione Lombardia, Lombardia Notizie, 29 luglio 2024). Il dato dimostra che il problema non è episodico, ma strutturale. Quando servono continui piani straordinari, significa che l’ordinario non riesce più a garantire l’accesso tempestivo alle cure. E un diritto alla salute che arriva troppo tardi rischia di diventare un diritto soltanto proclamato.
Dietro questi numeri ci sono storie concrete. Ci sono pazienti che aspettano mesi per una visita specialistica e nel frattempo rinunciano, rimandano, si rassegnano. Ci sono famiglie che scelgono di rivolgersi al privato non per preferenza, ma per necessità: perché l’alternativa pubblica non arriva in tempo. Queste rinunce non compaiono nelle statistiche ufficiali, ma pesano sulla salute reale delle persone e segnalano un sistema che, per una parte crescente della popolazione, non riesce più a essere il primo riferimento.
Nel 2026 alcuni miglioramenti sono stati registrati. Le prestazioni in classe B, da erogare entro 10 giorni, sono passate dal 58% al 79%, mentre quelle in classe D, da erogare entro 30 o 60 giorni, sono passate dal 64% al 75% (confronto 5-20 aprile 2025 e 5-20 aprile 2026, fonte: ANSA Lombardia, 27 aprile 2026). Sono numeri positivi, ma non ancora risolutivi. Il CUP unico regionale, infatti, resta incompleto: risultano collegati 16 enti pubblici, con copertura pari al 53% delle prestazioni pubbliche, e 8 erogatori privati accreditati (fonte: Lombardia Notizie, aprile 2026). In un sistema come quello lombardo, nel quale il privato accreditato ha un peso strutturale, un CUP unico non pienamente integrato rischia di essere uno strumento necessario ma ancora insufficiente.
Alla crisi organizzativa si aggiunge quella del personale. Nei primi nove mesi del 2024 oltre 20.000 infermieri hanno lasciato volontariamente il Servizio Sanitario Nazionale, con un aumento di quasi il 170% rispetto all’anno precedente (fonte: Nursing Up, 3 febbraio 2025). Il dato va letto insieme al confronto internazionale: l’Italia conta appena 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 9,5 (fonte: FNOPI su 8° Rapporto GIMBE). Senza personale sufficiente, nessun piano sulle liste d’attesa può diventare davvero strutturale. Le piattaforme possono ordinare le prenotazioni, ma non possono sostituire chi visita, assiste, cura e garantisce continuità al servizio.
Il nodo finanziario aggrava il quadro. Secondo GIMBE, il rapporto tra spesa sanitaria e PIL resterà fermo al 6,4% fino al 2029, mentre il divario cumulato rispetto al fabbisogno reale raggiungerà 30,6 miliardi nel triennio 2027-2029 (fonte: GIMBE su Documento di Finanza Pubblica 2026). Questo significa che alle Regioni si chiederà di garantire prestazioni crescenti con risorse non adeguate. Il risultato prevedibile è una pressione sempre maggiore sui bilanci regionali, sui professionisti e sui cittadini.
In questo vuoto cresce il privato. Tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie presso strutture non convenzionate è aumentata del 137%, passando da 3,05 a 7,23 miliardi di euro (fonte: 8° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale). Il dato non racconta soltanto una maggiore propensione al mercato. Racconta spesso una fuga obbligata: chi può pagare ottiene più rapidamente la prestazione, chi non può attende oppure rinuncia.
Per comprendere questa dinamica occorre però risalire alle sue radici storiche. Il peso strutturale del privato accreditato in Lombardia non è un fenomeno spontaneo: affonda le radici nella riforma sanitaria regionale avviata con la legge regionale n. 31 del 1997, sotto la presidenza di Roberto Formigoni. Quella riforma introdusse un modello di quasi-mercato, fondato sulla concorrenza tra soggetti pubblici e privati accreditati, con il principio della libera scelta del paziente e la remunerazione a prestazione. L’obiettivo dichiarato era aumentare efficienza e qualità. L’effetto nel tempo, tuttavia, è stato quello di rafforzare progressivamente gli erogatori privati, a scapito di una rete pubblica sempre meno in grado di competere su volumi e velocità. È in questo contesto che va letto il dato sul CUP incompleto: integrare il privato accreditato in un sistema di prenotazione unico significa anche rimettere mano a equilibri consolidati da quasi trent’anni.
La questione lombarda, dunque, non riguarda soltanto l’efficienza amministrativa. Riguarda l’effettività costituzionale del diritto alla salute. L’art. 32 della Costituzione non tutela una salute astratta, ma una cura accessibile, tempestiva e uguale per tutti. Quando il tempo della cura dipende dal reddito, il principio universalistico del Servizio Sanitario Nazionale entra in crisi.
La Lombardia non è una sanità fallita. È un sistema potente ma squilibrato, capace di produrre eccellenze e al tempo stesso diseguaglianze. I miglioramenti del 2026 vanno riconosciuti, ma non bastano. Senza piena integrazione del CUP, rafforzamento del personale, finanziamento adeguato e governo pubblico del privato accreditato, la sanità lombarda rischia di diventare il laboratorio più avanzato di una sanità a doppio binario: veloce per chi paga, lenta per chi attende.
(immagine generata con AI)

