E ancora una volta il racconto dominante è quello della compassione obbligatoria, dell’accoglienza come dogma, dell’emergenza trasformata in liturgia permanente.
Ma dietro ogni lacrima esibita, dietro ogni fotografia simbolica, resta una domanda che pesa come piombo: chi alimenta davvero questo meccanismo?
Perché il Mediterraneo non è soltanto un mare di croci. È diventato una catena economica perfetta. Una filiera. Un sistema che genera profitti enormi sulla pelle dei disperati.
Ci sono i trafficanti, certo: mercanti di esseri umani che vendono passaggi verso un’Europa idealizzata come salvezza. Ma il viaggio non finisce sulla riva, perché prosegue dentro un ecosistema ben strutturato che trasforma il migrante in capitale umano da gestire, in pratica amministrativa, in finanziamento, in rendita.
A cominciare dai centri di accoglienza gestiti quasi sempre da multinazionali che ricevono fondi pubblici nazionali ed europei, che di fatto alimentano i flussi migratori e assicurano manodopera a basso costo.
In poche parole, ogni sbarco muove soldi. Molti soldi.
E dentro questo circuito prosperano cooperative, associazioni, strutture pseudo-solidali, pezzi di terzo settore e apparati umanitari che, direttamente o indirettamente, vivono di questa emergenza infinita. Il principio è semplice: più arrivi, più risorse, più caos, più fondi.
Segui il denaro. Sempre.
Poi ci sono i minori, i quali sono il volto perfetto della narrazione. L’immagine intoccabile. Il simbolo assoluto dell’innocenza.
Un bambino che consegna un pallone al Papa diventa l’icona del giorno. Commuove. Disarma. Chiude il dibattito.
Ma la vera domanda resta sepolta sotto la retorica: chi ha caricato quel bambino su una barca? Chi ha deciso che il mare, la notte e il rischio di morire fossero un prezzo accettabile?
Perché un minore da solo non è solo una tragedia umana: è spesso anche una chiave giuridica, uno strumento che il sistema conosce perfettamente. Un minore non accompagnato difficilmente viene rimpatriato. E chi organizza queste traversate lo sa benissimo.
Questo non è altruismo caro Papa Prévost, è strategia criminale.
Eppure, continuiamo a raccontarci la parabola del buon samaritano come se fosse un manuale di politica migratoria. Ma c’è un dettaglio essenziale che sfugge, o per meglio dire, viene ignorato.
Il samaritano si ferma, cura, soccorre, non istituzionalizza l’immigrazione clandestina. Non crea una rotta stabile per rendere le nostre coste, terreno fertile per nuovi assalti.
Aiutare chi cade è un dovere morale, trasformare la caduta in sistema è un’altra cosa.
Il punto non è negare il dolore, il punto è rifiutare che il dolore diventi industria.
Perché finché l’Europa, la politica, la Chiesa e il mondo umanitario continueranno a confondere la pietà con la gestione economico-strutturale del flusso, il Mediterraneo resterà ciò che è diventato: non il confine della speranza, ma il mercato del naufragio.
E in quel mercato, i morti non sono incidenti, sono il costo previsto del business dei migranti.











































































