Giovedì, 27 Novembre 2025 09:35

Partiti politici: la macchina moderna che divora il politico In evidenza

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Riflessioni mattutine post-elezioni regionali:

di Daniele Trabucco 26 novembre 2025 - Che i partiti politici, di destra o di sinistra, siano un prodotto della modernità non riguarda soltanto la loro genealogia storica: rinvia alla struttura stessa del modo moderno di pensare il politico.

Il partito sorge quando la comunità viene interpretata non più come un ordine che precede la volontà, ma come il risultato contingente di una volontà collettiva da costruire e dirigere. In questo senso il partito è, prima che un soggetto sociologico, una figura ontologica: la forma organizzata di una volontà che pretende di darsi da sé il proprio fine e di modellare, a partire da sé, il tutto della vita associata.

Nell’orizzonte classico la comunità politica si comprende come un’unità ordinata, in cui il potere è funzione rispetto a un bene comune che trascende ogni gruppo e, in ultima istanza, ogni volontà particolare. L’ordine precede il comando e lo misura, come l’atto precede la potenza.

Gli “ordini”, i “ceti”, le “corporazioni” non sono parti che competono per impossessarsi del tutto, ma forme stabili attraverso cui la molteplicità delle funzioni sociali viene ricomposta in un’unità superiore.

Il partito rovescia questa logica: una parte organizzata della società pretende di rappresentare e orientare il tutto secondo il proprio programma. Qui emerge una prima frattura nella dimensione dell’essere stesso: ciò che è parte, in quanto tale, rimanda a un tutto che la comprende; il partito, invece, si comporta come se potesse assorbire in sé il tutto senza cessare di essere parte. L’intera dinamica partitica resta sospesa in questa tensione irrisolta, in cui la parte si proclama universalità, mentre resta, ontologicamente, particolare.

La categoria moderna di sovranità popolare, intesa come volontà unitaria, accentua tale torsione. Poiché il popolo reale è pluralità di soggetti, bisogni, visioni, occorre un dispositivo che “formi” e “articoli” la presunta volontà comune: i partiti assumono questa funzione di mediazione. Tuttavia la volontà popolare che ne risulta non è un dato originario, ma un prodotto derivato, costruito da élites organizzate che selezionano domande, istituiscono priorità, definiscono l’agenda. L’immagine della “espressione immediata” del popolo nasconde un processo di filtraggio: la volontà collettiva appare come trascendente, mentre è immanente alla volontà di gruppi dirigenti che plasmano il campo del possibile.

Un filtro, per sua natura, non coincide con ciò che attraversa; il partito, pur essendo mediazione, si presenta come trasparenza. La discrepanza tra ciò che è e ciò che pretende di essere non è un incidente, ma una struttura.

La forma giuridica del partito accentua ulteriormente la contraddizione. Esso si presenta come associazione di diritto privato, radicata nella libertà di organizzazione e di espressione, pur assumendo un ruolo decisivo nella determinazione dell’indirizzo politico della comunità. L’ordinamento gli attribuisce funzioni pubbliche, senza però assoggettarlo in modo pieno ai vincoli che reggono l’esercizio del potere pubblico. Ne risulta una zona “intermedia”, quasi un limbo giuridico, in cui decisioni che incidono sul destino della res publica vengono preparate e assunte da strutture che non partecipano integralmente del regime di pubblicità, responsabilità, trasparenza che dovrebbe caratterizzare la sovranità. La distanza tra l’essenza della funzione svolta e la forma giuridica che la veicola produce una scissione: ciò che opera come quasi-organo del potere resta formalmente semplice associazione.

È come se la sostanza della cosa eccedesse permanentemente il suo involucro normativo. Il partito moderno, inoltre, non si limita a proporre misure concrete: si presenta come incarnazione di una visione globale dell’uomo e del mondo.

Destra e sinistra si offrono come “orizzonti di senso” alternativi, con linguaggi antagonisti e simboli contrapposti. Sul piano dei presupposti ultimi, tuttavia, esse condividono spesso un medesimo terreno: antropologia individualistica, fiducia nel progresso tecnico, primato dell’economia, relativismo dei fini, riduzione del bene comune a risultato di compromessi mutevoli. La contrapposizione appare allora più fenomenica che sostanziale. La differenza, ostentata a livello di identità politica, si muove entro una medesima grammatica di fondo. La polarizzazione del confronto, anziché esprimere una reale alternativa metafisica circa l’ordine del giusto, articola soltanto varianti interne al paradigma moderno.

Il conflitto tra partiti avviene così nello stesso orizzonte di senso, che rimane nel fondo intangibile. La razionalità che guida la forma-partito sposta poi il baricentro del politico dalla prudenza alla tecnica. La deliberazione circa ciò che è giusto per la città cede il passo alla strategia di conquista e conservazione del consenso. La volontà, non più ordinata a un bene oggettivo, si ripiega su sé stessa e diviene volontà di potere.

Il partito opera come macchina di calcolo: segmenta il corpo elettorale, costruisce messaggi differenziati, trasforma i programmi in prodotti, gli elettori in consumatori, il dibattito pubblico in mercato di opinioni. Il linguaggio continua a evocare il “bene comune”, la “giustizia sociale”, la “dignità della persona”, tuttavia tali espressioni vengono spesso svuotate del loro spessore ontologico e ridotte a formule funzionali alla mobilitazione. La forma-partito si presenta così come dispositivo che, mentre parla il linguaggio dei fini alti, si muove secondo la logica dei mezzi utili. La dinamica interna dei partiti conferma questo slittamento.

Le organizzazioni complesse, secondo una costante politologica ormai classica, tendono a concentrare il potere in cerchie ristrette. Il partito, nato per dilatare la partecipazione e articolare il pluralismo, si configura spesso come struttura oligarchica, dominata da leadership carismatiche o mediatiche. La figura del capo diviene forma sensibile dell’identità del partito; la base si limita a ratificare decisioni già assunte. La promessa di pluralismo interno si converte in richiesta di disciplina, la retorica della partecipazione in pratica di delega passiva. Ciò che avrebbe dovuto disperdere il potere personale finisce per riprodurlo in forme nuove, meno visibili ma non meno incisive. Ancora una volta, l’apparenza e l’essenza divergono. Anche il rapporto tra istituzioni e comunità risulta profondamente alterato.

Quando ogni funzione pubblica viene interpretata secondo la chiave dell’appartenenza partitica, lo Stato si trasforma in un sistema di occupazione capillare in cui gli apparati di partito penetrano amministrazioni, enti, corpi intermedi. Il politico viene assorbito dal partitico; la decisione non è giudicata in base alla sua intrinseca giustezza, bensì in base alla sua conformità alla linea della maggioranza. L’ordine oggettivo dei fini cede il posto all’ordine relativo delle convenienze. La comunità, che dovrebbe essere il soggetto originario del politico, si trova progressivamente subordinata al ciclo interno delle convenzioni, delle alleanze, delle strategie proprie delle forze organizzate. Sul piano antropologico, la forma-partito presuppone un certo modo di intendere la persona. L’uomo viene colto principalmente come soggetto di interessi e di preferenze, da mobilitare e combinare. La sua appartenenza originaria a un ordine di significati e di fini che lo trascendono viene oscurata. L’atto politico fondamentale diventa la scelta tra offerte simboliche e materiali, ciascuna confezionata da un apparato che le attribuisce un’etichetta identitaria. La persona non è più chiamata a riconoscere un bene che la precede, ma a scegliere all’interno di un catalogo di opzioni predisposte.

Il partito, in questa prospettiva, organizza il desiderio più che orientarlo, amplifica pulsioni e paure più che ordinarle secondo una gerarchia di fini oggettivi.

Se si osserva la figura del partito con questo sguardo metafisico, si comprende come essa sia intrinsecamente legata alla modernità: la parte che si assolutizza, la volontà che si fa fonte di legittimità, il consenso che sostituisce la verità del giusto, l’individuo sciolto da appartenenze naturali, l’ordine ridotto a costruzione procedurale. Destra e sinistra si presentano, allora, come variazioni interne a un medesimo dispositivo: ciò che le separa appare spesso meno decisivo di ciò che le unifica sul piano dei presupposti. Entrambe partecipano della medesima fede nella autosufficienza della volontà, nella neutralizzazione del riferimento a un ordine del bene che preceda ogni decisione, nella identificazione della legittimità con il risultato di una procedura competitiva.

La critica dei partiti, in questa luce, non equivale a un rimpianto romantico delle forme politiche premoderne. È, piuttosto, un invito a interrogare il fondamento: a chiedersi se la politica, ridotta a conflitto regolato di volontà organizzate, possa ancora custodire la sua vocazione originaria a ordinare la città secondo il vero e il giusto. Il nodo decisivo non è la superiorità di una parte sull’altra, della destra sulla sinistra o viceversa, bensì la possibilità stessa che la forma-partito, così come si è venuta determinando nella modernità, consenta alla comunità politica di ritrovare un rapporto vitale con l’ordine oggettivo del bene, o resti invece imprigionata in una macchina che, dichiarando di servire la libertà, finisce per divorare il politico nella sua radice più profonda.

(*) Autore

Daniele Trabucco

Professore strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario "san Domenico" di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.

Sito web personale

www.danieletrabucco.it

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