Di Francesca Dallatana Parma, 11 maggio 2025 -

Una rappresentazione macabra se vissuta da dentro, nelle vesti di un lavoratore vessato oppure messo all’angolo. Una catena di quadretti ironici, quasi fosse una trovata comica ispirata al dileggio leggero di un dopo lavoro senza controlli e senza l’ansietà del redde rationem, se osservata da fuori.
Effetto Fantozzi. Le lacrime delle risate si trasformano in un pianto angosciato.
La venatura tragicomica si appiccica alle scarpe del romanzo e àncora a terra il plot.
“Digestione del personale” è un romanzo. Potrebbe essere un saggio, un manuale di sopravvivenza aziendale oppure il verbale di una socialità finalizzata alla produzione fra le pareti di una società europea. Se Paolo Cacciolati lo avesse deterso dal virgolettato dei dialoghi e dalla quotidianità trafelata.
Nella forma narrativa di romanzo, il libro è più incisivo come testimonianza della vita aziendale. Pubblicato da Tea nel 2009, disarmante e attuale seppure a sedici anni di distanza.
“Digestione del personale” è realtà.
Espressione significativa delle dinamiche sociali, il lavoro. Perché i gruppi di lavoro sono imposti da logiche spesso esterne all’individuo lavoratore. Perché la scelta del tipo di lavoro e del luogo di lavoro spesso sono fortemente condizionati dall’andamento del mercato del lavoro e della possibilità di incrocio tra domanda e offerta.
E spesso il condizionamento ambientale è più forte della motivazione e della possibilità di espressione del talento e delle attitudini. Inquietante ma necessario ripetere l’avverbio “spesso”.
Benvenuti all’interno del cubo di un’azienda. Cioè nella gabbia del tempo di lavoro quotidiano imposto da una tabella di marcia finalizzata al raggiungimento di un obiettivo concreto: ii raggiungimento di un budget oppure, se vogliamo dirla in altro modo, la costruzione di un bilancio almeno in pareggio.
Il raggiungimento di un obiettivo economico virtuoso rappresenta un buon inizio perché chiaro e definito. Non sempre è così. Nella casistica aziendale, troviamo anche la bancarotta fraudolenta. Oppure strane declinazioni di organizzazioni no profit.
Il cubo
“Il cubone era uno scatolone di vetro e cemento, quasi che gli architetti avessero voluto riprodurre un enorme cubo di Rubik, però monocolore. Verdino disperazione. Otto piani a disposizione per gli uffici. Al piano terra un ipermercato, un concessionario d’auto, uno spaccio di abbigliamento, uno spaccio di casalinghi, uno spaccio di prodotti equi e solidali. La sera, nel piazzale, anche uno spaccio di prodotti meno legali, droghe variegate, ma non solo.”
Non è letteratura. Questa è la descrizione degli anfratti di cemento ricavati tra una tangenziale e una superstrada dove il consumismo ha insediato il quartiere generale dei suoi luoghi di produzione. All’incrocio fra le grandi arterie di scorrimento del traffico. Come se fosse necessario che nel punto nevralgico dell’intreccio della ideale ragnatela delle corse quotidiane di ciascuno, qualcuno si ergesse sopra le teste a controllare oppure a dirigere. Un panottico rimodulato secondo le esigenze del momento.
Per scrivere di lavoro come fosse un romanzo, bisogna avere vissuto e visto da dentro. L’autore è capace di muovere lo sguardo e cambiare punto di vista. Il movimento narrativo si alza e guarda dall’alto il sistema organizzativo nel suo complesso e si avvicina avvicinando la lente di ingrandimento ai fenomeni.
Senza dimenticare l’importanza del ritmo del romanzo e l’architettura del plot.
Le società
OrSo: è una società di consulenza aziendale. Propone formazione alle imprese. Legge i bisogni del mercato del lavoro e si adegua. Mirco Michichi è l’ideatore e il commerciale della società, cioè quello che cerca il lavoro e deve fatturare. Generatori di entusiasmo: è il piano formativo che propone all’azienda cliente. Obiettivo: “scrostare i cervelli dei nostri venditori dal calcare della staticità.” Si comincia facendo flessioni sul pavimento. La pancia di qualcuno dei venditori si appoggia al pavimento nel “su e giù”, cioè nell’abbassarsi e rialzarsi poco flessuoso delle prova ginnica iniziale. Mettersi in gioco, accettare sfida, gettare il cuore oltre l’ostacolo: modi di dire inflazionati per riportare colore agli entusiasmi sbiaditi di lavoratori demotivati. Mirco Michichi è un consulente interessante soprattutto per i finanziamenti per la formazione che riesce ad intercettare a dirigere verso l’azienda cliente.
Il cliente. Questo è un punto tanto interessante quando controverso. Chi è il cliente di Marco Michichi? E, soprattutto, quali sono gli obiettivi di Marco Michichi. Riportare vigore ed entusiasmo al gruppo di venditori dell’azienda cliente oppure rimanere a galla interpretando e reinterpretando continuamente gli umori del titolare dell’azienda e delle dinamiche dei collaboratori più stretti?
Elektrocar, leader nella ricambistica elettrica ed elettronica: è l’azienda cliente. Ivaonoe Rondelli rappresenta la dirigenza. Un uomo solo al comando, nel solco del superomismo aziendalista, fenomeno trasversale ai settori economici: primario, secondario e terziario.
Il linguaggio di Rondelli e dei suoi collaboratori è significativo: diretto e con un utilizzo della volgarità finalizzato a rendere più incisiva la comunicazione. Intorno a lui, i reparti e i gruppi di lavoro.
I personaggi
I venditori devono raggiungere gli obiettivi. Hanno bisogno di contatti, di indirizzi, di nomi, di avere elenchi di aziende e di persone da contattare. Per vendere. Sono quelli con il cervello incrostato di staticità, che hanno bisogno di essere accompagnati ad una visione dinamica del lavoro e della relazione con il cliente. Per questo motivo Mirco Michichi comincia ad osservarli da vicino, a vivere con loro le giornate di lavoro. Si chiama osservazione sul campo. Nei fatti è un controllo imposto dall’alto, condotto da una persona che potrebbe non avere competenze e conoscenze necessarie a redigere un obiettivo profilo del lavoratore alla fine dell’osservazione. Gli incontri fra i venditori e l’osservazione partecipante del consulente Michichi non sono uno spunto creativo ideato da Paolo Cacciolati ma una pratica diffusa. Con possibili risvolti concreti e positivi se condotta da persona realmente competente.
Le modalità di incontro fra i venditori, gli scambi di battute, i confronti sulle preoccupazioni professionali si alternano stanche tra le pareti del Foxi Bar, il loro punto di riferimento con la musica anni Ottanta sparata dagli altoparlanti in sottofondo. E’ un bar di periferia, un luogo appoggiato alla strada. Un venditore deve battere le strade, raggiungere i clienti, essere entusiasta del suo lavoro, non deve essere stanco, deve raccontare, vendere, fare profitto. E, soprattutto, guadagnarsi lo stipendio e raggiungere l’obiettivo. Un venditore non ha un ufficio.
In ufficio siedono gli improduttivi, i collaboratori da tavolino. Prima fra tutti, Morella Righi, all’anagrafe Amorella. La protagonista incontra per la prima volta nel romanzo il formatore Mirco Michichi in un bar raffinato, con camerieri in livrea, nel centro storico di una città del nord. Morella Righi è una bella donna e ha innescato una tresca con il capo, con Ivanoe Randelli, fino allo stop imposto dalla moglie dello stesso. E’ una figura centrale nella gestione delle dinamiche personali e aziendali e Mirco Michichi lo sa bene.
Mirco Michichi è il primo dei venditori. Deve entrare alla Elektrocar e rimanerci come consulente ma con la continuità di un dipendente oppure con la capacità di staccare fatture di importo elevato all’ennesima potenza rispetto al numero di stipendi da pagare dalla OrSo ai dipendenti.
Morella Righi è una delle chiavi per rimanere a lungo nell’elenco dei fornitori della Elektocar. Conoscere gli intrecci personali fra i dipendenti garantisce tenuta alla permanenza all’interno dell’azienda.
OrSo è una società orientata alla propria sopravvivenza.
Dalla formazione all’outplacement.
La formazione è un’occasione per conoscere da dentro un’organizzazione. E per raccogliere informazioni utili nelle fase di rigenerazione forzata, cioè di espulsione di forza lavoro.
Il formatore Mirco Michichi da formatore si trasforma in traghettatore degli esuberi. Non sempre la forza lavoro considerata in esubero è quella meno produttiva. E’ quella incapace ad abbassare il capo in modo reverenziale.
Trasferimenti oppure espulsioni anticipati dallo scivolo dei colloqui motivazionali. Dopo i colloqui ad alcuni arrivano proposte economiche per firmare la lettera di dimissioni e andarsene e per altri comincia una nuova strada professionale lastricata di incertezze e di bastonate sorde all’orgoglio personale e alla dignità del lavoro.
Qualcuno è invitato a trasferirsi in Francia, qualcuno ad abbandonare il campo.
Il copione va in scena dopo l’estate, alla Elekrocar. Dopo una kermesse aziendale altisonante, dove si sprecano parole e parole per descrivere potenzialità e innovazione in nome di un futuro da protagonisti.
La rappresentazione termina con un significativo: Jump!
Il romanzo del lavoro.
Nessuna esagerazione, ma cruda quotidianità. Ogni riferimento a situazioni, a società, a lavoratori e a titolari di impresa è frutto di fantasia. Che trae spunto da una realtà quotidiana pervasiva.
Paolo Cacciolati consegna al lettore un’immagine del lavoro riflessa in un realistico specchio letterario.
Le lacrime delle risate si trasformano in un pianto silenzioso e profondo. Drammatico effetto Fantozzi.
Paolo Cacciolati, digestione del personale, Tea, Milano, 2009

(Link rubrica: La Biblioteca del lavoro e lavoro migrante ” https://gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=francesca%20dallatana&searchphrase=all&Itemid=374
https://www.gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=lavoro%20migrante&ordering=newest&searchphrase=exact&limit=30)











































































