Domenica, 22 Marzo 2026 07:41

Gente di fabbrica: Nelso Oppici In evidenza

Scritto da Francesca Dallatana

Siamo tutti lavoratori, qui. All workers, here.

Francesca Dallatana Fornovo di Taro - Parma, 22 Marzo 2026 -

Visti da qui i tornanti della strada statale della Cisa flettono le curve tra scampoli di verde e di terra. E’ una fotografia di grande impatto emotivo. Chi lavora nella fattoria la vede ogni volta che mette i piedi fuori dal grande rettangolo della stalla.

La strada della Cisa crea dipendenza. Piace oppure fa paura.

Per raggiungere la Società agricola Ozzola ci si arrampica su per un nastro d’asfalto dietro la Chiesa di Piantonia, frazione di Fornovo di Taro. Si arriva in alto: in posizione di dominanza sul territorio.

L’azienda è un laboratorio non dichiarato di politiche Dei: la gestione del personale ispirata alla valorizzazione della diversità, equità e inclusione. Lingue e passaporti diversi, genere femminile e maschile rappresentati, lavoratori appartenenti a varie generazioni.

Sette dipendenti: due donne, cinque uomini. Quattrocentocinquanta capi di bestiame, dei quali duecento venti sono bovini adulti e il resto animali giovani.

Nelso Oppici, titolare dell’azienda, parla come lavora: lessico tecnico preciso; narrazione cadenzata dal tempo del pensiero. Un continuo intercalare tra analisi critica e senso pratico.

In azienda si occupa di zootecnia mentre il socio Andrea Carpanini dedica il suo tempo lavoro alla selvicoltura e alla manutenzione e cura del territorio circostante.

I lavoratori.

Siamo tutti lavoratori, qui”: a dirlo è la velocità regolare e decisa della camminata di Nelso Oppici, nel tratto dalla stalla fino all’ufficio. Fa ancora freddo al mattino. Ha una cuffia di lana in testa, come gli altri colleghi, e addosso una felpa pesante. Si occupa anche dei numeri del bilancio e della parte amministrativa, ma conosce bene il lavoro. Perché lavora. Con le altre persone del gruppo.

Forse al mattino fa freddo anche in estate, perché la giornata comincia presto.

Alla presentazione dei lavoratori l’intervistato anticipa la descrizione della giornata di lavoro. Il lavoro nel settore primario non è per tutti. Richiede partecipazione e adesione ad un progetto di conduzione comunitaria dell’azienda, nel rispetto dei diversi ruoli.

Alle quattro del mattino comincia la mungitura. Dalle quattro alle sette e trenta tre persone di noi sono impegnate nella sala meccanica. Venti vacche alla volta. Alle cinque e trenta arriva una delle lavoratrici. Si occupa dei vitelli. Il suo lavoro finisce alle dieci e trenta circa. Alle dieci e trenta cominciamo ad organizzarci per l’Unifeed (piatto unico, che garantisce la presenza costante di alimento in corsia e permette alla mucca di alimentarsi ogni volta che ne sente la necessità, Ndr), cioè l’alimentazione. Al pomeriggio si ritorna. Alle tredici e trenta si ricomincia con la preparazione del carro, per l’implementazione dell’Unifeed.  Alle ore quindici e trenta, ancora mungitura. Fino al pomeriggio inoltrato. Di sera si puliscono le sale e si procede con la pulizia di tutti i locali. La fanno Andrea e Mattia”: una descrizione puntuale non riportata nel dettaglio nel contratto di lavoro ma che caratterizza il settore e definisce l’impegno richiesto.

Giulia è una delle lavoratrici, arrivata per un tirocinio curriculare ed è una studentessa universitaria dell’ateneo di Parma. Durante il tirocinio – continua Nelso Oppici -  ha dimostrato molta attenzione per il settore. Una volta finito ha manifestato interesse per una collaborazione formalizzata. Ora è una collega. E’ una collaboratrice preziosa, che si è molto bene inserita nel gruppo per motivazione e per competenza professionale.”

Donne e agricoltura. E’ uno dei pregiudizi sgretolati dall’esperienza quotidiana. “Sono diverse – prosegue il titolare - le professioniste in questo settore. Negli ultimi anni sono molte le donne ad avere conseguito la laurea in medicina veterinaria con specializzazione in buiatria.”

Insieme a Giulia e al gruppo, un’altra giovane donna è impegnata in azienda. Maria Sole si è laureata presso l’Università Cattolica, a Piacenza, in Scienze delle produzioni animali, ed è la figlia dell’intervistato.  Indossa la divisa della fattoria e come i colleghi è impegnata nella gestione operativa della società. Per ragioni anagrafiche, le lavoratrici sono arrivate per ultime, insieme al figlio minore dell’imprenditore. Il titolare e Maria Sole Oppici somministrano le terapie, si occupano delle fecondazioni e della sfera ginecologica, verificano lo stato di benessere e le aree di miglioramento sanitarie.

Il lavoro unisce. E contribuisce ad abbattere le barriere di ruolo, di genere e di provenienza territoriale.

Viene dall’India il lavoratore con maggiore anzianità. “Si è presentato qui in bicicletta. Diciotto anni fa.” Da dove arrivava? “Non lo so. Non l’ho mai saputo.”, risponde con una venatura di ironia nel tono di voce. “Lavora con noi da diciotto anni. Ha chiesto il ricongiungimento con i familiari e ora abitano qui vicino in una grande casa che hanno acquistato. I suoi figli studiano e ci aiutano a capirci meglio, perché lui non è autonomo con la lingua italiana.”  Poi, l’azienda ha assunto il genero. Poco tempo dopo un’altra bicicletta si è arrampicata su per la salita che per un breve tratto somiglia a una chiocciola. “Il nuovo lavoratore viene dal Pakistan. Lavora qui da qualche tempo. Dopo di lui, è arrivato un altro candidato proveniente dallo stesso Paese d’origine. Abitano in una casa nella frazione di Piantonia. Aiuto in questo modo i lavoratori, che diversamente avrebbero difficoltà a trovare una casa in affitto.” L’azienda propone contratti di lunga durata? “Si comincia con un contratto di lavoro di tre mesi. Per conoscerci. Poi si continua con contratti di lunga durata. Capita che le persone se ne vadano se trovano altro, cioè lavori meno impegnativi. Il settore non è facile. Se non hai la famiglia vicino è difficile e duro. Richiede impegno e molta disponibilità. Perché il lavoro non si risolve nelle ore indicate dal contratto. Ci si ammala oppure si ha bisogno anche fuori dall’orario di lavoro.  Succede agli animali proprio come a noi.”

Quattro persone provenienti da Paesi extraeuropei: una presenza significativa. “Senza questi lavoratori saremmo in difficoltà. Abbiamo bisogno di loro.”, commenta Nelso Oppici.

Un settore in penombra.

L’agricoltura e la zootecnia sono settori poco interessanti per i candidati. Perché? “Perché il lavoro è coinvolgente. Perché non è solo un lavoro. Perché richiede disponibilità e presenza costanti. Presuppone attenzione dentro e fuori l’azienda.”

Fuori dall’azienda. Attenzione e manutenzione del territorio, cura quotidiana dell’ambiente. “Il socio e collega Andrea Carpanini è molto attivo nella supervisione del territorio – fa notare -  e la sua azione è fondamentale per evitare il degrado e prevenire i dissesti. Lavorare in un’azienda zootecnica presuppone una costante cura e un grande impegno per la salvaguardia dell’ambiente e il mantenimento del territorio in buone condizioni.” Ruoli complementari e fortemente interconnessi. Le omissioni di un lavoratore penalizzano l’intervento dell’altro. In zootecnia, come in agricoltura, la coesione di gruppo è il carburante essenziale per il funzionamento della filiera all’interno dell’azienda.

Che cosa riduce l’interesse per il settore zootecnico e per quello agricolo? “Tutto ciò che sta fuori. Probabilmente la cultura del lavoro legata alla precisa definizione degli orari di lavoro e delle mansioni, cioè l’organizzazione del lavoro dell’industria. In azienda, noi rispettiamo il contratto di lavoro e il Ccnl di riferimento. Ma la disponibilità al rientro in caso di bisogno è un elemento essenziale per la tenuta delle attività e per il benessere degli animali.

Nel tempo l’azienda è cambiata: oggi è dotata di una sala meccanica per la mungitura e stiamo valutando soluzioni ancora più avanzate. Tuttavia, la presenza dell’operatore resta centrale e lo sarà sempre.”

E prosegue: “Ricordo un incontro avvenuto proprio a Piantonia, con un sottosegretario all’Agricoltura, molti anni fa. Tante parole, tutte positive e impegnative. In quell’occasione ho sottolineato le difficoltà concrete del settore: i costi elevati per alimentazione ed energia e il basso riconoscimento economico delle produzioni.

È una riflessione che vale anche per i prodotti tipici. Per garantirne qualità e specificità, le piccole e medie aziende devono poter vivere dignitosamente. Nel settore vinicolo, in Italia contiamo oltre novecento cultivar, mentre la Francia circa trecento: dovremmo chiederci se stiamo valorizzando davvero il nostro potenziale.”

Una fotografia dello stato dell’arte del settore sul territorio circostante alla società agricola Ozzola? “Un solo esempio. Nella vallata dello Sporzana il caseificio Val Sporzana contava 56 soci, cioè 56 aziende agricole, cioè 56 famiglie. Nel dopoguerra. Due anni fa il caseificio Val Sporzana è stato venduto a un privato. Il numero di soci non era sufficiente.”

Negli anni passati si è registrato un riavvicinamento al settore. “Abbiamo fatto l’errore di credere che il lavoro in agricoltura fosse ispirato a una sorta di modello Mulino Bianco, dove tutto è facile e bello. Ed è per questo motivo che abbiamo visto aumentare il numero di aziende agricole e – in seguito – di parecchie chiusure. Diverse persone provenienti da grandi città hanno iniziato attività per le quali non avevamo competenza e nemmeno consapevolezza.”

Come si impegna la società agricola Ozzola a colmare il gap di conoscenza e consapevolezza? “Collaboriamo attivamente con l’Istituto Solari di Fidenza e accogliamo studenti in stage.”, risponde. Ma il messaggio più forte è quello del lavoro quotidiano.  Lo si sceglie all’alba di ogni giorno, un lavoro come questo.

Workers buyout.

Nelso Oppici ha scelto questo lavoro. Lo conferma nel racconto del suo inizio. Lo stato nascente della novità contagia tono e narrazione, che spinge sull’acceleratore della brillantezza. La storia della società è un capitolo aperto e molto presente. “Mio nonno faceva il mezzadro in questa azienda. Due generazioni fa, rispetto alla mia. Poi mio padre l’ha acquistata.”

Una sorta di workers buyout, cioè un’azione di rilevamento dell’impresa da parte dei lavoratori. Non lo è esattamente. La definisce meglio l’intervistato: “Un riscatto. In nome del lavoro di mio nonno come mezzadro. I padroni di una volta erano molto diversi rispetto agli attuali titolari. Io, invece, parlo molto con tutti e spesso mi capita di discutere con i collaboratori.”

Allorail passaggio di proprietà. “L’acquisto di un’azienda agricola in quegli anni permetteva di avere un beneficio fiscale alle aziende compartecipate. E mio padre era titolare di un’impresa specializzata in escavazioni. Nei primi anni Ottanta mi sono diplomato alla scuola media superiore. Dopo ho fatto il servizio militare. Io non mi sono mai appassionato agli escavatori. Non sono mai salito su un camion. Questa azienda è stata la mia ancora di salvezza.

E’ stato un amore a prima vista. Il Prinzera è il mio punto di riferimento”, racconta.  

E continua con il suo stile tra serietà e ilarità leggera: “Ogni volta che vado a cena da Spigaroli, alla bassa, mi perdo. La bassa è piatta e tutta uguale.” Mentre la vista che si apre a sinistra della discesa verso la statale 62 è spettacolare.

Nel confronto con la famiglia d’origine ha scavato le sue fossette di lancio: “Vengo da una famiglia patriarcale. Mio padre ha sempre considerato la mia figura come possibile professionista impegnato nell’ l’impresa, intendendo quella considerata principale cioè di escavazione.

Nelso Oppici invece affronta la salita del nastro d’asfalto che porta all’azienda agricola con vista sulla strada statale della Cisa. Valorizza e promuove l’attività dell’impresa, che da quaranta capi di bestiame passa agli oltre quattrocento di oggi. Dialoga con il territorio nel suo nuovo ruolo di imprenditore del settore della zootecnica. “Ho avuto la fortuna di incontrare e di conoscere persone che mi hanno incentivato e sostenuto e grazie alle quali ho affinato le competenze: Mauro Scauri, un grande veterinario e Gino Turni, scomparso poco tempo fa, che lavorava per l’allora associazione degli allevatori.”

SS 62 e dintorni.

Piace ciò riesce e riesce ciò che piace. Rendimento capitalizzato nel corso degli anni, fino alle leadership emergenti, in fase di rodaggio e di osservazione. E in stretta collaborazione con i soci titolari.

Un gruppo di lavoro inclusivo e aperto al dialogo e all’innovazione, motivato alla valorizzazione del territorio, attento alla qualità del lavoro e al benessere degli animali.

In transito sulla statale 62, superata Piantonia, dall’alto e a sinistra, il gatto Cip e il cane Mala Chica vi osservano da una posizione privilegiata. Fanno parte del gruppo di lavoro della società agricola Ozzola. Non sono stati citati fino ad ora, ma hanno preso parte attiva all’intervista a Nelso Oppici. Ogni giorno contribuiscono alla coesione del gruppo di lavoro. In nome della valorizzazione e del rilancio dell’Appennino tosco-emiliano e della valorizzazione del suo territorio. Che ha bisogno delle mani dell’agricoltura e della zootecnia.

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(Link rubrica:  La Biblioteca del lavorolavoro migrante ”  e  Gente di Fabbrica https://gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=francesca%20dallatana&searchphrase=all&Itemid=374 

   https://www.gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=lavoro%20migrante&ordering=newest&searchphrase=exact&limit=30)

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