La chiamano transizione energetica, la dipingono come un progresso necessario, una missione per il bene dell’umanità. Ma la verità, quella che pochi hanno il coraggio di pronunciare, è che questa transizione si sta trasformando in una nuova forma di colonizzazione.
La Sardegna, ancora una volta, viene trattata come una terra da sfruttare, un mero supporto geografico sui cui scaricare pale eoliche, cavi, batterie BES e infrastrutture che serviranno a soddisfare i bisogni energetici non dei sardi, ma di altri popoli, di altre industrie, di altri centri decisionali.
Il Thyrrenian Link, le gigantesche Batterie BES e lo sterminio di impianti eolici già attivi in ogni angolo dell’isola non rappresentano un progresso per i sardi. Non porteranno sviluppo, non miglioreranno la qualità della vita dei cittadini dell’isola. Al contrario, hanno già distrutto ettari e ettari di paesaggi millenari, ecosistemi fragili e identità culturali radicate nel territorio. Quello che si sta consumando è un ricatto: “cedete le vostre terre, consegnate i vostri orizzonti, sacrificate la vostra sovranità, in cambio di un futuro che non vi appartiene”.
Ancora più inquietante è l’atteggiamento di tutte le classi politiche sarde, da destra a sinistra passando per il centro, nessuno escluso, che con il consenso di una minoranza reale di elettori si arrogano il diritto di parlare a nome di un popolo intero. Mentre i sardi vengono relegati ai margini, senza una vera possibilità di consultazione popolare, una parte della politica locale si inchina prostrandosi alle direttive europee e agli interessi delle grandi multinazionali dell’energia, mentre la maggioranza dei sardi sta comodamente seduta sul divano di casa a lamentarsi. Quei politicanti sardi subalterni all’Europeismo speculativo, non rappresentano più un popolo, ma diventano terminali operativi di un potere esterno che guarda alla Sardegna come a una piattaforma energetica nel Mediterraneo. Una terra da spremere, non una comunità da rispettare.
Non si tratta solo di ambiente. Qui è in gioco l’anima della Sardegna. Ogni torre eolica installata senza consenso, ogni bosco incendiato e devastato per far spazio a infrastrutture, ogni tratto di costa violato per posare cavi e impianti rappresenta un colpo inferto alla dignità di un popolo antico. La Sardegna non è una colonia energetica. Non è un laboratorio per esperimenti green progettati altrove. È una terra che ha già pagato abbastanza in termini di servitù militari, industriali e ambientali.
Il vero progresso non può nascere dall’imposizione. Non può fondarsi sul sacrificio di alcuni per il beneficio di altri. La Sardegna deve poter decidere. Deve avere voce piena, informata, sovrana su ciò che accade sul proprio territorio. Tutto il resto è violenza mascherata da sostenibilità.
Ed è qui che si misura la dignità di un popolo. I sardi, eredi di una terra fiera che non ha mai chinato la testa di fronte a dominazioni straniere, oggi sembrano anestetizzati, privati della consapevolezza della propria forza. È come se l’orgoglio sardo, quello che un tempo faceva dire “questa è casa nostra e nessuno decide per noi”, fosse stato lentamente eroso da decenni di marginalizzazione e promesse mai mantenute. Ma senza orgoglio identitario, non esiste resistenza, e senza resistenza si diventa massa silenziosa, utile solo a legittimare decisioni altrui. Ritrovare l’orgoglio significa tornare a dire NO quando il territorio viene calpestato, significa rimettere al centro il diritto sacro di un popolo a difendere la propria terra, la propria lingua, il proprio paesaggio e la propria dignità.
O si riafferma il diritto dei sardi a scegliere il proprio destino, oppure la transizione energetica sarà ricordata come l’ennesimo capitolo del colonialismo subito da questa isola.











































































