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Mercoledì, 15 Aprile 2020 15:45

I Love Italian Food

Nasce "Support Italian Food Warriors" il progetto per sostenere gli autentici chef e ristoratori italiani, in Italia e nel mondo.

Una serie di masterclass in cui gli chef condivideranno i propri segreti culinari con i clienti e gli appassionati di cucina italian.

Gli chef e i ristoratori, a tutti i livelli, in questo periodo di emergenza sanitaria internazionale legata al coronavirus, stanno combattendo una vera e propria battaglia per la sopravvivenza, con i locali chiusi in molti Paesi, Italia in primis, e spesso l'impossibilità di poter attingere ad altre forme di sostentamento. Una battaglia che non è soltanto importante per le loro attività, ma anche per la salvaguardia di uno dei più grandi e importanti patrimoni culturali e produttivi che rendono l'Italia eccellenza mondiale nel cibo e nella ristorazione.

Chef e ristoratori oggi sono quindi impegnati in veste di guerrieri che lottano per questo grande obiettivo. Da qui è nata "Support Italian Food Warriors" l'azione, lanciata da I Love Italian Food in collaborazione con Kaiti expansion e Italian Food Studio.

Spiega Alessandro Schiatti, Amministratore delegato e cofondatore di I Love Italian Food: "In questo momento di lockdown globale abbiamo dato vita ad una piattaforma per offrire ai ristoratori un modo per continuare a parlare con i loro clienti, creando una nuova esperienza culinaria che gli permetterà di raccogliere sostegno morale ed economico, in modo concreto, immediato e diretto. I ristoratori potranno condividere, attraverso masterclass on line i segreti dei propri piatti con i clienti e con tutti gli appassionati di cucina italiana, raccogliendo un contributo che ogni ristoratore potrà utilizzare per sostenere la propria attività o anche devolvere a cause a lui care. Il progetto, che I Love Italian Food ha presentato agli operatori nei giorni scorsi, ha già raccolto molte adesioni, e la collaborazione di numerose associazioni in Italia e nel resto del mondo che riuniscono migliaia di chef e ristoratori. Ed è sostenuto da un Team virtuoso di aziende sostenitrici di i Love Italian Food, tra le quali Carpigiani, Fior di Maso, Montanari Gruzza e Monti Trentini. Questo progetto è nato da noi ma è di tutti i ristoratori, di tutti gli appassionati di cucina italiana e di tutte quelle realtà che, come noi, lavorano ogni giorno per tutelare i professionisti italiani e promuovere la nostra cultura enogastronomica a livello internazionale".

Le masterclass saranno divulgate attraverso la piattaforma webinar, a partire dal 18 aprile e fino al 28 giugno 2020.

Per avere tutte le informazioni è possibile visitare il sito www.100per100italian.it

Tra le realtà che hanno scelto di sostenere Italian Food Warriors ci sono: Associazione italiana chef New York; UCI – Unione Cuochi Italiani; ItChefs; Global School Palazzo Italia; ACI – Associazione Cuochi Italiani; Italian Feeds America; le delegazioni di Belgio, Argentina, Polonia e Francia della Federazione Italiana Cuochi; il Gruppo Italiano di New York; la Federazione Internazionale Pasticceria, Gelateria e Cioccolateria; Italian Food #Moltobuono, Authentico e Future Food Network.

I Love Italian Food è una realtà che promuove e difende la vera cultura enogastronomica italiana nel mondo. Creata a Reggio Emilia, nel cuore della Food Valley nel 2013 da un gruppo di amici appassionati di cibo italiano, oggi è una grande community internazionale che nel 2017 ha raggiunto più di un miliardo di contatti digitali in tutto il mondo.

Un progetto nato dalla convinzione che il futuro dell'Italia sia strettamente legato al futuro del comparto agroalimentare nazionale, e alla capacità dello stesso di espandersi ed affermarsi ulteriormente nel mondo. Già oggi è infatti uno degli aspetti più amati e ricercati dell'Italia all'estero, oltre a rappresentare un settimo della nostra economia.

Kaiti expansion opera da 25 anni nel settore marketing e comunicazione, promuovendo l'immagine e i valori di numerose aziende ed enti pubblici. Con le sue sedi a Reggio Emilia, Roma e Milano, Kaiti expansion è strutturata in un network di aree aziendali, che lavorano in sinergia tra loro per offrire progetti personalizzati e flessibilità operativa.

Pubblicato in Cronaca Reggio Emilia

Un Ipad al posto del piatto: questa è l'idea con cui il Ristorante tristellato “Quince” di San Francisco presenta il suo “A dog in Search of Gold”, ovvero bocconcini di tartufo bianco, con un bucolico sfondo di cani che giocano in un prato.

Di Chiara Marando -

Sabato 07 Gennaio 2017 -

Che la tecnologia sia ormai diventata parte integrante della nostra vita, anzi per molti la vita stessa, è cosa ormai nota, ma che potesse addirittura entrare a piedi pari nella “mise en table” di un ristorante rinomato, questo no.

Invece, la realtà supera la fantasia e lo dimostra il “Quince” di San Francisco, ristorante con ben tre stelle Michelin che porta in tavola da 13 anni una scelta stilistica e culinaria consolidata, estremamente raffinata e di impatto. Ma il menù andava aggiornato, almeno così pensa lo chef Micheal Tusk : “sono più di vent'anni che vivo a San Francisco, conosco e ho vissuto il boom tecnologico – spiega Tusk - voglio combinare l’alta cucina con la tecnologia e anche un po’ di cultura”.

Come a deciso di farlo? Provate ad ordinare la portata “A dog in Search of Gold”, ovvero un cane in cerca d’oro, piatto servito su iPad, dentro uno speciale box di legno fatto a mano da un artigiano, che propone bocconcini di tartufo bianco con un bucolico sfondo di cani che giocano in un prato.

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Inutile dire che non sono mancate le critiche ed i dubbi di chi storce il naso davanti a questa idea eccentrica, ma soprattutto pensando all'igiene degli alimenti. Una tematica che è lo chef stesso ad affrontare: gli Ipad vengono disinfettati rispettando le norme igieniche vigenti, inoltre lo schermo è protetto da una guaina atossica che, una volta utilizzata, viene rimossa.

Ma quella del Quince non è la prima esperienza in tal senso. Nel Regno Unito, infatti, altri locali avevano fatto da pionieri, ed anche il ristorante spagnolo Arzak, 3 stelle Michelin, ha servito le proprie pietanze su iPad per qualche anno.

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Stranezze a parte, il menù proposto dallo chef Tusk è veramente un inno alla cucina d'eccellenza con piatti estremamente curati nei dettagli, in un gioco di ingredienti che spaziano tra mare e terra passando per culture anche lontane e materie prime eccellenti come il caviale e le aragoste migliori. Tra le proposte anche un omaggio alla bontà italiana con i Fagottini alla fonduta, realizzati con fontina della Valle D'Aosta e tartufo bianco d'Alba.

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Pubblicato in Cultura Emilia

Un nuovo Eataly ha inaugurato a New York esattamente nella torre n° 4 del World Trade Center. Uno spazio immenso dedicato all’eccellenza alimentare ed un totale di 600 dipendenti. Tra i soci anche Joe Bastianich.

Di Chiara Marando -

Sabato 06 Agosto 2016 -

Una nuova casa della tradizione gastronomica italiana ha aperto a New York: Eataly raddoppia la sua presenza nella Grande Mela con un megastore, esattamente all’interno della torre n° 4 del World Trade Center.

Un totale di 600 dipendenti, “isole” e banchi dedicati a specialità alimentari di eccellenza e ristoranti, tanti ristoranti, che si affacciano direttamente sulla Freedom Tower e sulla Piazza del Memorial realizzata per ricordare le vittime dell’11 settembre 2001.

E non è un caso se il simbolo scelto per questo nuovo locale è quello della “Pace”. A darle corpo è stato niente di meno che Renzo Piano, la cui creatività si è espressa in un Tavolo della Pace posto proprio all’ingresso: una meraviglia realizzata con legni vecchi di quattromila anni, alle cui spalle troneggia una mappa dei pani di tutti i Paesi del mondo. E, sul tavolo, alcune delle tipologie di pane più significative e rappresentative.

-EATALY

Esatto, anche qui torna il Pane con simbolo proprio di questa Pace che tanto si cerca. Ovviamente non è tutta solo filosofia ed emozione, qui a far da padrone è il business alimentato da quei profumi e sapori invitanti che calamitano l’attenzione degli avventori, tanto desiderosi di portare a casa le bontà italiane ritenute tra le migliori al mondo.

Quindi tipicità, talmente tante e variegate da perdersi in un mare magnum di bontà. Una scelta che riesce ad accontentare tutti i gusti, soprattutto i palati più esigenti, ma anche le diverse tendenze e filosofie alimentari. Tra i ristoranti “novità” c’è Orto e Mare, con un menù che opta per piatti di pesce o vegetariani, poi non poteva mancare l’Osteria della Pace affidata allo chef trentenne Riccardo Orfino.

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Questa volta Farinetti ha anche un socio d’eccezione, o meglio più nomi noti: Joe Bastianich con sua madre Lidia e Mario Batali, cuoco e scrittore statunitense. “ Eataly è un luogo speciale che regala emozioni, soprattutto a noi americani – ha commentato Bastianich - Sono curioso di vedere cosa succederà e come assorbiremo la presenza di due Eataly in questo posto”.

Per l’apertura al pubblico, però, si dovrà aspettare ancora qualche giorno..esattamente alle ore 12 dell’11 agosto. Inizia il conto alla rovescia.

Pubblicato in Cultura Emilia

Un viaggio nella cucina d'autore con i piatti dei migliori chef internazionali: questa è la proposta del ristorante “Situ” del SFMoMa, il museo di arte moderna di San Francisco. Un menù che propone esclusivamente le migliori creazioni culinarie dei più noti maestri della cucina.

Di Chiara Marando -

Sabato 30 Luglio 2016 -

Chi crea qualcosa di originale e unico è, giustamente, molto geloso della sua opera, sia essa letteraria, artistica oppure culinaria.

Già, anche i cuochi non amano che i propri piatti migliori vengano replicati da altri. Su questo argomento si era espresso anche il maestro Gualtiero Marchesi che aveva lanciato l'idea di voler dare un copyright a quei must diventati parte integrante della storia di ogni chef.

Insomma, la regola è farsi ispirare ma non copiare! Ma, come ogni regola che si rispetti, anche in questo caso esiste la sua eccezione...e non è proprio irrilevante.

Ad andare controcorrente è un ristorante che basa la sua carta esclusivamente sulle più note creazioni dei grandi chef internazionali: il “Situ” del SFMoMa, ovvero il museo di arte moderna di San Francisco. Il tutto, con il benestare proprio degli chef stessi.

In realtà, l'idea da cui prende le mosse il progetto è molto originale ed ha una sua ragione di essere originale e innovativa. La filosofia, infatti, è quella di rappresentare il luogo all'interno del quale proporre un'esposizione gastronomica d'autore, esattamente in un percorso museale.

SITU

A guidare la cucina è Corey Lee, acclamato cuoco statunitense di origine coreana, già direttore di ristoranti di successo come il tristellato “Benu” oppure il bistrot “Monsieur Benjamin”.

La sua è un'esperienza che si è formata nelle cucine più famose, a contatto con quegli chef di cui porta in tavola le creazioni più importanti: “Il mio obiettivo è quello di dare un'idea di quanto sta accadendo nel mondo della cucina – spiega Lee – per questo serviamo una cinquantina di piatti a rotazione, scelti in base a criteri quali stagionalità, coordinate geografiche e visioni stilistiche”.

 Chef Massimo Bottura

E per dirla tutta, ognuno degli chef interpellati ha ricevuto un pagamento per i diritti d'autore, alcuni di loro hanno anche scelto di donare il contributo in beneficenza o alla fondazione che gestisce il museo, ed altri ancora, come Wylie Dufresne, si sono letteralmente entusiasmati per la forza di questo progetto nello stimolare la collaborazione e condivisione, oltre ogni rivalità e controversia.

Chef Wylie Dufresne

Insomma, una novità che ha riscosso particolare favore nel mondo degli addetti ai lavori ed un menù internazionale che offre alla clientela un viaggio gastronomico d'eccellenza intorno al mondo, da New York a Tokyo, passando per Parigi, Perù e Cina, per arrivare anche in Italia.

 Chef Rodrigo Mocoto

Chef Harald Wohlfahrt

Chef David Thompson

 

(lmmagini tratte dal profilo Instagram del Ristornate Situ)

Pubblicato in Dove andiamo? Emilia

Problema obesità e sovrappeso: ecco i dati dello studio effettuato dall’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano sull’alimentazione degli italiani in occasione della Giornata Europea dell’Obesità del 21 maggio.

Sabato 30 Aprile 2016 -

Quello dell'obesità o del sovrappeso è un problema che ne mondo tocca circa 641 milioni di persone, come riferisce il recente studio dell’Imperial College di Londra, pubblicato nel numero di aprile dalla rivista The Lancet, che ha coinvolto l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e oltre 700 ricercatori nel mondo.

 Nel 1975 le persone obese nel mondo erano 105 milioni, mentre nel 2014 la cifra è arrivata a 641 milioni. Un aumento vertiginoso che fa parlare i ricercatori di “epidemia di obesità”: è interessato il 13% della popolazione mondiale adulta, ed occorre intervenire, prima di tutto raccomandando una corretta alimentazione.

In occasione della Giornata mondiale dell’obesità del 21 maggio 2016, gli esperti dell’Osservatorio nutrizionale Grana Padano (Ogp) hanno realizzato uno studio sul rapporto tra tipo di alimentazione e peso corporeo, analizzando 5mila interviste di italiani adulti.Le abitudini alimentari emerse evidenziano uno scarso apporto di verdura, il 38.7 del campione non mangia due porzioni di verdura al giorno e la cattiva abitudine è prevalente nel maschio (45% rispetto 32%), per la frutta emerge che il 27% degli intervistati non mangiano due frutti al giorno e il 45% non mangia due volte a settimana il pesce, i cereali integrali non sono utilizzati dal 65% degli intervistati e il 56% di questi  sono in sovrappeso o obesi. I dolci sono utilizzati da entrambi i sessi senza particolari differenze in quantità.Tra le cattive abitudini anche quella di non fare colazione, con un 10% degli intervistati di non fare la prima colazione, di mangiare davanti alla televisione (il 20%) o al computer (il 25 %).

Insomma, il pasto completo ed equilibrato (primo e secondo con le verdure e la frutta) è fatto solo dal 16% degli intervistati a cena e il 10% a pranzo. La maggior parte delle persone fa pasti veloci e dissociati (o primo o secondo piatto), più della metà delle persone, il 60% non guarda le etichette nutrizionali e non si informa sulle caratteristiche dei prodotti nutrizionali. Il 40% utilizza alcolici, prevalentemente vino.Il dato più evidente dall’indagine è che il 43% del campione passa quotidianamente 3 o più di 4 ore davanti alla televisione o ai giochi elettronici, l’attività quotidiana in casa è minima, meno di 1 ora al giorno nel 50% degli intervistati (nel 66% degli uomini). Se si considera l’attività lavorativa emerge chiaramente che chi ha un lavoro sedentario (50% degli intervistati) ha un BMI più elevato, infatti il 50% dei sedentari ha un BMI maggiore di 25. La tendenza al sovrappeso e obesità aumenta per chi è disoccupato o senza lavoro, oppure in pensione.“La sedentarietà è molto diffusa nella nostra popolazione e l’attività fisica regolare è scarsa – spiega Maria Letizia Petroni, Presidente di ADI Associazione Italiana di dietetica della Lombardia e coordinatrice dell’Ogp - E’ quindi fondamentale promuovere una sana alimentazione e un corretto stile di vita, promuovendo la Dieta Mediterranea abbinata ad una attività fisica regolare: per gli adulti è di almeno 150 minuti a settimana di attività fisica aerobica d’intensità moderata, praticata per almeno 10 minuti consecutivi, secondo le linee guida della SIO (Società Italiana Obesità) e ADI”.“Aggiungo che durante Expo2015 è stata lanciata la dieta del Grana Padano – sottolinea Petroni – con piatti basati su Grana Padano Dop che contiene la leucina, con l’effetto di contrastare la perdita di massa magra metabolicamente attiva durante il calo di peso ed aumentare il senso di sazietà, fattore assai importante per chi tende a mangiare troppo”.

Ed ora i consigli degli esperti dell'Osservatorio Nutrizionale Grana Padano:

1) Raggiungere i 10.000 passi al giorno (utilizzando anche il contapassi)
2) Bere più di 1.5 litri acqua al giorno (almeno 8 bicchieri)
3) Cinque porzioni di frutta e verdura al giorno
4) Introdurre alimenti integrali
5) Limitare i grassi animali e preferire l’olio di oliva
6) Assumere almeno tre volte il pesce alla settimana
7) Una o due porzioni di latticini al giorno (latte\ yogurt)
8) Utilizzare almeno due volte alla settimana i legumi come fonte proteica
9) Limitare il sale aggiunto
10)Pesarsi regolarmente

 

 

Sabato, 06 Febbraio 2016 10:09

Doughnut Burger: la nuova frontiera del junk food

Direttamente dall’America arriva la nuova frontiera del junk food: il Doughnut Burger, due ciambelle fritte messe una sopra l’altra e farcite con carne di manzo, formaggio, salsa barbecue e bacon

Di Chiara Marando –

Sabato 06 Febbraio 2016 -

Amanti dell’Hamburgher pensavate di sapere tutto e soprattutto di aver provato tutto?

Bene, direttamente dall’America arriva la nuova frontiera del junk food: il Doughnut Burger. Il nome già di per sé promette qualcosa di molto originale, infatti si tratta diuna bomba calorica formata da due ciambelle fritte messe una sopra l’altra e farcite con carne di manzo, formaggio, salsa barbecue, bacon e le immancabili patatine fritte a completare il piatto.

Insomma, un mix di dolce e salato che pare essere irresistibile per i più e che rispecchia esattamente il concetto dell’esagerazione in cucina, ma in particolare di tutto quello che non fa bene alla salute. E forse è proprio per questo che negli USA impazza la “Doughnut Burger mania”.

Donut burger 2

Provate, ad esempio a digitare # doughnutburger e vedrete che vi si aprirà un mondo nel quale gli Instagramers sono i veri padroni del successo di questo nuovo trend da fast food.

Inutile negare che, presi singolarmente, i diversi ingredienti possono essere più che golosi, basti pensare alle dolci, morbide e glassate Donut di Homer Simpson, quelle che non mancano mai nei film americani: Ti senti triste? Devi fare una pausa in ufficio” Il cartone rosa di ciambelle è sempre presente, fateci caso.

scatola donut

Ma è l’abbinamento di tutti questi elementi a lasciare stupefatti soprattutto noi italiani, che sul cibo abbiamo certamente qualcosa da insegnare.

Quindi, vediamo esattamente cosa nasconde.

Ebbene, il doughnut burger contiene ben 53 grammi di grassi saturi (il limite per una donna è di 20 g al giorno, mentre per un uomo 30 g.)  uniti a 8.2 grammi di sale, per un livello energetico che varia dalle 800 alle 1500 calorie.

In altre parole, per smaltirlo bisogna cominciare a correre mentre lo si mangia e non fermarsi per almeno le 3 ore seguenti.

Ovviamente, dato che le mode in cucina sembrano sempre gli ultimi ritrovati gourmet, anche le voci dell’informazione americana hanno detto la loro: FOX news lo ha inserito tra i 5 sandwich più esagerati d’America, mentre Forbes lo ha definito “un panino sfacciatamente senza vergogna, una genialità”.

In questo caso la verità probabilmente viaggia su un filo molto sottile:  Prelibatezza incompresa o morte del gusto?

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“Italy in the Box” è la nuova iniziativa di crowdfunding promossa attraverso il sito Kickstarter per esportare le tipicità italiane in Usa: i protagonisti sono piccoli produttori, il gruppo Colavita ed un esperto di strategie di marketing digitale come Alessio Rossi.

Di Chiara Marando -

Sabato 09 Gennaio 2016 -

Il cibo italiano, un’eccellenza  conosciuta in tutto il mondo, una varietà culturale e di sapori che tanti ricercano ed altrettanti tentano di imitare. Ma ammettiamolo, non si può imitare qualcosa che affonda le sue radici nelle tradizioni più profonde di un territorio dalla storia millenaria.

Ecco perché l’Italian Food non smette mai di sorprendere, ed ecco perché tante sono le attività volte ad esportare le sue delizie. Come nel caso della nuova iniziativa di «crowdfunding» del sito Kickstarter, un progetto lanciato da Alessio Rossi, esperto in strategie di marketing digitale, e da Giovanni Colavita, amministratore delegato della società Usa del Gruppo Colavita.

Si tratta di “Italy in the Box”, un’idea certamente affascinante che vuole aiutare i produttori di nicchia a farsi spazio nel mercato internazionale, abbassando i costi di gestione, comunicazione e distribuzione.

Ma chi sono i veri protagonisti?

Pensate ad un gruppo di piccole aziende alimentari italiane, quelle che producono tipicità tradizionali eccellenti ancora secondo i metodi più artigianali, ma che non riescono a sostenere i numeri richiesti da un vero mercato d’esportazione. Aggiungete a questo quadro una realtà di origini molisane, che ha iniziato la sua esperienza dalla produzione di olio ed è riuscita a diventare il maggior esportatore di cibi italiani negli Stati Uniti. Infine, non poteva mancare un esperto di marketing digitale.

Ed eccoci al vero motore di tutta questa iniziativa, ovvero la raccolta di crowdfunding che renderà possibile l’intero progetto.

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In sintesi, la scommessa era di raccogliere entro fine dicembre scorso alcune decine di migliaia di dollari provenienti da finanziatori che sostengono Kickstarter, sito che in cinque anni ha raccolto una cifra pari a due miliardi di dollari utilizzati per sviluppare 96mila progetti.

A seconda del denaro versato, i consumatori Usa attivi nell’iniziativa riceveranno una o due volte al mese la tanto desiderata scatola di “Italy in the Box”, contenente ben 6 specialità alimentari italiane di alta qualità selezionate a sorpresa. Una scelta di bontà che spazia, ad esempio, dalle acciughe siciliane, ai torroni piemontesi, ma anche a formaggi toscani e pasta molisana. Insomma, una scatola delle meraviglie.

italian food

Sarà proprio il gruppo Colavita ad aiutare le imprese nell’organizzazione, nella gestione delle spedizioni, nonché nell’ottenere tutte le autorizzazioni sanitarie indispensabili per introdurre prodotti alimentari in USA.

E dato che ogni tradizione ha la sua storia, non mancherà uno specifico documento di storytelling che descriverà origini, caratteristiche e peculiarità dei diversi prodotti, così che l’anima made in Italy possa essere compresa al meglio, assorbita ed amata.

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Il Natale è la festa tradizionale per eccellenza, un momento nel quale si celebra lo stare in famiglia anche attorno alla tavola imbandita. Come in Italia, anche negli altri Paesi europei, e non solo, la cucina rispecchia la cultura del territorio

Di Chiara Marando – 28 Novembre 2015 -

Impossibile non notare le luci che in questi giorni hanno iniziato ad illuminare i centri storici delle città, trasportandoci lentamente nella suggestiva atmosfera natalizia che accompagnerà il mese di dicembre.

Ma Natale è sinonimo di tradizione e la tradizione va a braccetto con la cucina. Mai come durante le feste ci lasciamo andare a stravizi mangerecci, pietanze tipiche che diventano dei veri e propri cerimoniali da tramandare di anno in anno. Ogni luogo ha usanze diverse, piatti preparati come una volta che racchiudono un significato più profondo legato alla cultura dei diversi territori.

Già perché, come accade in Italia, anche negli altri Paesi europei, e non solo, il Natale è l’occasione perfetta per recuperare quelle specialità che ormai sono diventate parte integrante di usanze che permettono di festeggiare questi momenti dedicati alla famiglia.

Cominciamo pensando alla Spagna, dove non può mancare  una saporita zuppa a base di carne e verdure chiamata escudella y carn d’olla, oppure il tacchino al forno accompagnato da frutta glassata, il maialino e l’agnello arrostiti ed il polvorones, uno sfizioso dolce friabile al cocco.

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E che dire della Francia? Il popolo che ha fatto della raffinatezza un biglietto da visita, anche sulla tavola di Natale non si smentisce e propone principalmente piatti a base di pesce indirizzandosi verso ostriche, salmone affumicato,  paté de Fois Gras e lumache, il tutto servito con insalate lavorate e condite con salse particolari allo yogurt. Nella regione dell’Alsazia si prepara il pollo arrosto, l’oca ed il prosciutto al forno, mentre in Borgogna il vero must è rappresentato dal tacchino servito con le castagne. Il dolce nazionale è la Bûche de Noël, un fagotto al cioccolato che ricorda il nostro Tronchetto di Natale.

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In Inghilterra non esiste Natale senza il Christmas Pudding servito con rum o brandy, una ricetta che ha origini molto antiche e costituisce uno dei simboli gastronomici del popolo britannico, una specialità benaugurante. Ma non è solo la ricetta l’elemento particolare (contiene ben 13 ingredienti), anche la sua preparazione ha un procedimento rituale che vede impegnata tutta la famiglia: ogni membro deve essere presente durante la lavorazione per girare l’impasto, rigorosamente in senso antiorario.

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Per la Germania il Natale rappresenta una delle feste più sentite, la sua magica atmosfera si respira in ogni più piccolo paesino, complici anche i famosi mercatini. La tavola tedesca viene così imbandita con il Martinsgans, ovvero arrosto d’oca imbottito di castagne, mele e cipolle con un contorno a base di cavolo rosso e canederli di patate, i cosiddetti Kloesse. Un altro piatto legato alla tradizione cristiana più antica sono i Weinhachtskarpfen, letteralmente “le carpe di Natale”. Poi ci sono i dolci: abbondano i Lebkuchen, biscotti speziati a base di miele, frutta secca e cannella, oppure i Baumkuchen, un impasto simile ai pancake, sistemato in sottili strati, grigliato e ricoperto di cioccolato fuso.

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Passiamo alla Finlandia, ovvero il paese di Babbo Natale, che aspetta con impazienza questo periodo per celebrare anche la Festa della Luce che saluta la fine del periodo dei sei mesi di buio per dare il benvenuto a quelli che portano i raggi del sole. Qui, la vera tipicità gastronomica sono i dolci natalizi: i Joulutorttu, paste a forma di stella di Natale guarnite con marmellata di prugne, i Pipparkakku, biscotti speziati realizzati con varie forme, e la pappa di riso per la colazione della mattina di Natale, a cui viene aggiunto zucchero, cannella ed una mandorla portafortuna. Il cenone tradizionale prevede merluzzo, patè di fegato e prosciutto cotto accompagnati da bevande tipiche come il Glögg, ossia vino caldo con mandorle, cannella ed uvetta.

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Infine, voliamo negli Stati Uniti dove per il pranzo del 25 dicembre trionfa il tacchino ripieno con salsa di mirtilli e verdure. I dolci che concludono il lauto pasto sono Christmas Pudding, Brownies e tortine di pasta frolla condite con frutta secca assortimento, le Mince Pies.

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Domenica, 18 Ottobre 2015 10:26

Il primo cellulare della storia compie 31 anni

Siamo una generazione tecnologica, ma come è iniziata l’era dei cellulari? E’ stata la Motorola ha commercializzare il primo modello

Di CM – Domenica 18 Ottobre 2015 - (Guarda il video in fondo all'articolo)

Ormai non ci facciamo più caso, siamo travolti dalla tecnologia, dipendenti da social network, cellulari, tablet e pc capaci di creare un mondo parallelo nel quale vivere una vita a parte.

Ogni giorno il mondo è connesso, si cammina con gli smartphone sempre in mano, si fotografa e condivide ogni minuto della quotidianità che viviamo, le sensazioni e le novità. Aggiorniamo  e siamo aggiornati costantemente.

Sembra non ci sia stato un prima, sembra di non poterne fare a meno. Ma un prima c’era e non ci si sentiva persi ed abbandonati.

Pochi se lo ricordano, ma c’è stato un tempo in cui uscivamo di casa senza poter essere rintracciati in ogni dove, senza poter comunicare istantaneamente e se si desiderava telefonare a qualcuno fuori di casa, allora l’unica soluzione era cercare una delle tante cabine telefoniche ormai scomparse nelle città moderne.

In fondo era bello, probabilmente c’era più libertà. Certo, l’arrivo dei telefonini ha portato anche tanti benefici e maggiore tranquillità nella vita di tutti i giorni.

Ma vi ricordate quanto tempo fa è uscito il primo cellulare della storia?

Dynatac 800x

Esattamente 31 anni fa, era il 1984 quando veniva messo in vendita il DynaTAC 800x della Motorola: pesava quasi un chilogrammo, impensabile oggi data la leggerezza dei dispositivi in commercio, era lungo più di 30 centimetri e permetteva chiamate per non più di un’ora. Il prezzo si aggirava intorno ai 3.995 dollari.

Anche il design si faceva notare e certo chi ne possedeva uno poteva vantarsi di avere un’aria futurista. Non a caso, lo si può ritrovare in molti dei film presenti nelle sale cinematografiche in quel periodo, inutile dire che dava quel tocco in più ai divi.

DynaTAC 800x  - 1

Oggi, a torto o ragione, lo si guarda con tenerezza, e magari con un sorriso, ma la sua nascita ha dato il via a quella generazione iper-tecnologia nella quale ci troviamo a vivere. Colpa o merito?

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Il ‘cibo da passeggio’ del grande nord conquista gli italiani che scelgono come meta la Scandinavia e le sue delikatessen a base di pesce. Sorpende vederne tanti che  decidono di rimanere a cucinare il pesce tra i banchi del mercato

di Cigno Nero - 29 Agosto 2015 (sfoglia la galleria di immagini in fondo all'articolo)

Pesce e frutti dei boschi norvegesi: poche materie prime e tanti modi per combinarle fra loro. La fantasia dei popoli nordici nel creare cibo che non annoi e inviti alla degustazione per strada è davvero sorprendente e sta conquistando i palati esigenti degli italiani.

I norvegesi amano approfittare delle lunghissime giornate estive per vivere all’aperto, nei grandi spazi verdi di città come Oslo, o tra le case di legno del centro storico, come nella cittadina di Bergen.

Ed è proprio quest’ultima, inserita nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco, che affascina per la sua bellezza e rapisce per i suoi colori e i suoi odori intensi, che dal porto attirano per molti mesi all’anno una folla di turisti e gourmet in cerca di sapori nuovi.

In un viaggio nella penisola scandinava la tappa obbligatoria deve essere questo porto che un tempo fu il più importante di tutta la Norvegia. Bergen era un luogo sicuro in cui ripararsi, un centro commerciale di fondamentale importanza dove si concentravano tutte le merci che poi venivano smistate in tutto il Nord. Il suo punto più antico, la banchina di Bryggen, distrutta tante volte dagli incendi, è ricco di botteghe e di piccoli ristoranti che si sviluppano all’aperto e, da esso, proseguendo, si arriva al grande mercato del pesce.

Decine di banchi gestiti dagli stessi pescatori mostrano i prodotti di quel mare che sembra freddo e ostile ma che, in realtà, offre da secoli nutrimento e che rappresenta la principale fonte di ricchezza per i norvegesi che esportano merluzzo e salmone, ma anche gamberi, granchi reali, aringhe, halibut di ottima qualità, in tutto il mondo.

Nel mercato del pesce ci si può fermare a mangiare, scegliendo tra il pescato e facendolo preparare al momento, consumandolo mentre si passeggia o sui banconi sparpagliati per la grande piazza dei prodotti ittici. A offrire i prodotti del mare spesso ci sono italiani che hanno scelto di fare questo lavoro in questa città, che è accogliente, a dimensione d’uomo e in forte espansione, grazie al turismo delle navi da crociera.

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E’ anche questo un modo di proporre dello street-food: il cibo è di qualità e freschissimo, dalle eccellenti proprietà nutrizionali e il prezzo è ragionevole. Si tratta di pietanze semplici ma ricche di gusto e profumate di mare.

Oltre al classico fish and chips, tipico della cultura gastronomica nord europea e anglosassone, l’occhio cade sulla carne di balena che viene servita a fettine, affumicata (o, nei ristoranti, preparata come un filetto di bovino). Il periodo migliore di pesca non deve superare maggio – spiegano i pescatori – altrimenti la carne non è buona. Il suo colore è molto scuro e intenso; il suo sapore ricco: si percepisce l’affumicatura e, alla fine, un sapore dolciastro. Irresistibili, per chi ama pesce e crostacei, sono gli spiedini di merluzzo, gamberoni, salmone, preparati e cotti sotto lo sguardo di chi deve mangiarli. Oppure le enormi cozze che vengono cotte sulla piastra. Tutto innaffiato dalla birra norvegese, nella produzione della quale i popoli nordici sono dei maestri da secoli. Dai ritrovamenti nei siti archeologici emerge che i vichinghi erano grandi produttori di orzo con cui preparavano enormi quantità di birra da conservare nei freddi mesi invernali e da esportare.

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Tra le bancarelle del molo il colore contrasta il mare grigio. Non sono solo le case del borgo medievale, sono i banchi di frutta. Sembra strano trovarne tanta in posti dove se ne produce poca, ma per i norvegesi è alla base dell’alimentazione e normalmente viene combinata con il pesce e con ricche insalate. E il risultato è davvero piacevole. Ovunque, le bancarelle propongono grossi bicchieri take-away riempiti di frutti di bosco. In questi territori abbondano mirtilli e lamponi, fragole e more.

In questo percorso tra le vie dello street- food nordico, non si può non rimanere colpiti dai venditori ambulanti di smoothies: vere e proprie bombe vitaminiche ed energetiche sotto forma di frullati. Una moda salutare e naturale che sta prendendo sempre più piede anche nel nord Europa e che prevede la sapiente miscelazione di verdure come spinaci, finocchi, carote, barbabietole con spezie come lo zenzero e il cardamomo e con tutti i tipi di frutta di stagione. Anche questo è cibo da passeggio che rappresenta lo spuntino ideale o un pranzo sostitutivo.

La cucina norvegese stupisce per la varietà di combinazioni grazie alle quali si può gustare il pescato, che altrimenti risulterebbe forse un po’ monotono e stupisce anche l’abitudine di queste popolazioni di fare la colazione con pesci come stoccafisso, salmone e aringhe.

Se si va verso Nord, raggiungendo le spettacolari isole Lofoten, famose ovunque per gli allevamenti di salmone e per la lavorazione del merluzzo, ci si accorge che degustare prodotti del mare, fermandosi strada facendo in un piccolo chiosco che vende prodotti tipici della gastronomia, come Sjomat seafood, a Sakrisoy, nell’isolotto di Reine, non è poi così male, anzi: può diventare una abitudine piacevole per il palato.

Non si può resistere al King crab, ovvero il granchio reale, un enorme crostaceo che pesa 4- 5 chili, che viene lessato sul momento, fatto a pezzi, servito in una baguette, accompagnato da salse e verdure, degustato con una birra.

Una esperienza che va fatta anche alle dieci del mattino e che crea – assicura chi l’ha fatta – una piacevolissima dipendenza!

Pubblicato in Dove andiamo? Emilia
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