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Martedì 11 aprile, alle 20.30, la rassegna "La Scrittura si tinge di giallo" si conclude con l'ultimo romanzo, il sedicesimo, di Luigi Guicciardi, che vede il protagonista alle prese con una serie di morti sospette. E, a fare da sfondo, una Modena più cupa e misteriosa di come la conosciamo.

Di Manuela Fiorini

Modena, 10 aprile 2017

Una morte che ha tutta l'aria di essere dovuta a un malore, un gioco erotico finito male, un suicidio assai anomalo e un delitto del passato che ritorna con i suoi fantasmi. E, a fare da sfondo, una Modena più cupa, arrabbiata e misteriosa, diversa, ma assai simile a quella che conosciamo. C'è tutto questo, e molto altro, nell'ultimo romanzo, il sedicesimo con protagonista il commissario Cataldo, del prolifico autore modenese Luigi Guicciardi, che martedì 11 aprile, alle 20.30, sarà alla Rocca di Vignola per l'appuntamento conclusivo della rassegna La scrittura si tinge di giallo. In questa nuova avventura, Cataldo indagherà insieme alla giovane poliziotta Lea Ghedini, sua allieva di un tempo. Il romanzo, infatti, si apre con la morte misteriosa proprio della madre di Lea.

Abbiamo fatto due chiacchere con l'autore.

LuigiGuicciardi-autore-romanzo

In questo nuovo romanzo che rapporto c'è tra Cataldo e Lea?
"È un rapporto particolare e un po' complesso. Lei vede nel suo superiore il professionista esperto, maturo, che incute soggezione, ma che al tempo stesso è disponibile all'aiuto, al coinvolgimento umano, alla critica diretta, a volte anche al rimprovero, però sempre costruttivo. Lui invece vede in lei – oltre alle doti professionali – qualcosa di sé quand'era all'inizio della carriera: la voglia di progredire, l'impegno nel lavoro, il desiderio di guadagnarsi sul campo stima e consenso. Alla fine però in lui comincerà ad affiorare, seppur inconsapevolmente, un atteggiamento diverso, di cui l'ultima scena può esser già indicativa".

Come è cambiato Cataldo in questo libro rispetto ai precedenti che lo vedono protagonista?
"In questo romanzo, il sedicesimo della serie, Cataldo torna a investigare dopo una forzata convalescenza a Serramazzoni, imposta da una grave ferita riportata, a cui si è aggiunta la separazione dalla moglie, che lo ha lasciato per un avvocato calabrese e si è portata con sé i due bambini. Ora, quindi, è un uomo solo, più malinconico e riflessivo, che tiene a bada i ricordi e i rimpianti col lavoro e con una relazione che trascina un po' stancamente. Sul piano professionale, invece, è al culmine della sua maturità, soprattutto per l'esperienza sviluppata e per la conoscenza ormai completa che ha di Modena e dei modenesi".

Nel libro si riconoscono diversi luoghi di Modena, ma che Modena è quella di Cataldo?
"È appunto una Modena contemporanea, realistica, al cui mosaico ogni nuova inchiesta aggiunge un tassello in più: c'è stata, via via, la Modena popolare delle comunità di recupero dei tossici, dei profughi di guerra, del vizio del gioco e dell'usura, quella dorata dei gioielli e del collezionismo, poi quella dei rancori accademici, della chirurgia plastica, delle gallerie d'arte, dei licei e delle parrocchie, e ora quella della piccola borghesia e delle periferie (la Madonnina, la Sacca, la Crocetta). È una città che è cambiata, in tutti questi anni, di pari passo con l'evolversi e il mutare del protagonista che tante volte l'ha attraversata...".

Una tranquilla disperazione: come mai questo titolo? Possiamo dire, a posteriori, che nasconde il nome dell'assassino?
"È un'espressione di David Thoreau, uno scrittore americano dell'800; anzi, un ossimoro. L'ho scelto perché allude bene al fatto che nella vita s'incontrano molte persone che – dietro la maschera di comportamenti quieti e controllati – nascondono un sostrato segreto di ansie o di angosce (un po' come un altro mio titolo, Le stanze segrete, di tre anni fa). E, sì, può alludere all'identità dell'assassino...".

Cataldo in questo libro condivide la scena con Lea. La rivedremo nei prossimi romanzi?
"C'è già un giovane nella squadra di Cataldo: il sovrintendente Luca De Pasquale, di collaudata e affidabile intraprendenza. E proprio con lui, di pari grado, per gelosia e rivalità professionale, entrerà in competizione Lea, che quindi continuerà la sua vita (narrativa) anche nel prossimo romanzo".

Luigi Guicciardi
Una tranquilla disperazione
Cordero Editore – Collana Mosaico
232 pag – 15 euro

Presentazione martedì 11 aprile, ore 20.30 c/o Rocca di Vignola nell'ambito della rassegna La scrittura si tinge di giallo.

Pubblicato in Cultura Modena

Una Modena in giallo tra delitti, segreti e trame nei dieci racconti dell'antologia Giallomodena. Venerdì 31 marzo, alle 21, presso la libreria Mondadori Victoria di via Ramelli 101, la presentazione del libro, edito da Damster.

Di Manuela Fiorini

Modena, 30 marzo 2017

Modena come non l'avete mai vista o, meglio, letta. Una Modena in giallo, non solo perché questo è uno dei colori del gonfalone comunale, insieme al blu, ma perché "gialli" sono i dieci racconti raccolti nell'antologia Giallomodena (Damster Edizioni), che sarà presentata venerdì 31 marzo, alle 21, presso la libreria Mondadori Victoria, in via Ramelli 101. Dieci autori, dieci storie che hanno in comune, oltre al genere, l'ambientazione, rigorosamente "modenese", dall'Appennino alla Bassa, tra il nero della notte e lo sfumato della nebbia che tutto avvolge e cela un universo underground di delitti, segreti e trame. Tra gli autori c'è anche Fabio Mundadori, che è anche il curatore della collana #Comma21 che include titoli gialli e noir.

GIALLOMODENA-libro

Abbiamo scambiato due chiacchiere con Fabio Mundadori

Come nasce Giallomodena?
"L'idea era quella di realizzare un'antologia di racconti di genere che avessero come protagonista Modena, l'accostamento con il giallo è venuto quasi naturale essendo uno dei colori della città. Il libro sta avendo un buon riscontro di pubblico e con ogni probabilità anche nel 2017 avremo un'antologia di gialli modenesi, proprio come avviene per Bologna che da ormai tre anni ha la propria antologia "invernale" a tema; nel 2016, proprio in contemporanea con GialloModena, è infatti uscita sempre nella collana #comma21 "Le 13 Porte: lo zodiaco del delitto". Non potevamo, quindi, non avere un'antologia "modenese".

Chi sono gli autori e qual è il loro background?
"Gli autori sono Simone Covili, Fabrizio Fangareggi, Manuela Fiorini, Luigi Guicciardi, Maurizio Malavolta, Angelo Martinelli, Giovanni Mistrulli, Fabio Mundadori e Enrico Solmi. Come si può rilevare dalle loro biografie, i background sono i più diversi, anche se principalmente, la maggior parte di loro ha un passato da autore di storie gialle, noir o thriller".

Qual è l'idea di Modena che avete voluto suggerire nel libro?
"È un'idea che vale per tutta quella che viene chiamata "provincia italiana": non importa quanto una città appaia tranquilla, dietro all'immagine pubblica che dà di sé ce n'è sempre una privata, densa di segreti inconfessabili, rancori sopiti e desideri di vendetta pronti a esplodere e venire allo scoperto quando meno te lo aspetti".

Il libro fa parte della Collana #comma21, come mai questo nome e quali titoli/generi raccoglie?
"#comma21, che proprio in questi giorni a spento la prima candelina, è la collana "nera" di Damster Edizioni, casa editrice anch'essa modenese, che raccoglie storie di genere noir, giallo e thriller. Il nome viene per assonanza dal noto comma 22, lo ricordate: "Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo" che è a propria volta nasce dal paradosso di Epimenide di Creta che da cretese diceva che "I cretesi sono tutti bugiardi", un'affermazione che nega e conferma se stessa senza possibilità di soluzione. La frase di Epimenide trasmette un po' la stessa sensazione che ci prende quando ci troviamo di fronte a un enigma apparentemente irrisolvibile, proprio come nei gialli".
Ma c'è un secondo aspetto che ha contribuito a dare il nome alla collana, come molti appassionati del genere sanno, l'autore Van Dine stilò una sorta di elenco di regole che devono essere rispettate se si vuole scrivere una storia di genere mistery, queste regole sono venti. Ebbene la ventunesima è appunto pubblicare in questa collana che è appunto il #comma21"

AA.VV.
Giallomodena
Collana #comma21, Damster Edizioni
Pag 200 - € 14
www.comma21.it 
www.damster.it 

Presentazione: venerdì 31 marzo, ore 21, c/o Libreria Mondadori Victoria, via Ramelli 101 (presso Cinema Multisala Victoria).tel 059/454622, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Giallomodena-presentazione-Modena

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Sabato 25 marzo, alle 17, presso la libreria Emily Bookshop a Modena il giornalista e scrittore romagnolo presenta il suo ultimo libro, un "fantasy a Km zero" dove personaggi storici, fantastici e animali si alternano nel dipingere una favola che è metafora del nostro tempo.

Di Manuela Fiorini

Modena, 23 marzo 2017

In "Noa. La grande truffa" (Sensoinverso Edizioni), un'orda agguerrita di castori, al soldo della terribile Castoro De' Boschi, vuole invadere l'Emilia Romagna. E lo fa cominciando dalla Diga di Ridracoli che, minata alla base, riversa le acque sul territorio, minacciando tutta la regione. La minaccia è reale, anzi surreale! Al punto che, da un paese lontano lontano, oltre l'Oceano, arriva anche la donna più potente del mondo, la Presidente Himmary. A darle man forte e trovare un modo per sconfiggere l'orda barbarica di animaletti agguerriti, ci sono, tra gli altri, la Sfoglina di San Giovanni in Persiceto, il Duca di Bettola, due dottoresse gemelle, Marzia e Miriam Galapagos, una giornalista e persino un legionario romano. A fare da sfondo, ci sono luoghi reali e riconoscibilissimi della regione, da Piacenza a Rimini. I comprimari hanno soprannomi improbabili ed evocativi, mentre, di tanto in tanto, una citazione musicale o l'incursione di un personaggio noto, da Bono Vox ai Rolling Stone, passando da Woody Allen, (in versione Jazz), ricordano la formazione dell'autore, il giornalista e scrittore Stefano Andrini, che sarà presentato sabato 25 marzo, alle ore 17, presso la libreria Emily Bookshop di via Fonte d'Abisso 9/11, a Modena, in collaborazione con l'associazione culturale I Semi Neri.

incontro-Noa-modena

Abbiamo fatto due chiacchiere con l'autore

Stefano Andrini

Un romanzo irreale, surreale, anzi realistico...La terribile Castoro de Boschi e i suoi castori hanno fatto crollare la Diga di Ridracoli e puntano alla conquista dell'Emilia Romagna. Come nasce Noa e che cosa si nasconde dietro a questa divertente metafora?
"In lingua maori il titolo del romanzo significa "carità" e anche "gratuità". Due termini praticamente scomparsi dal nostro vocabolario. Forse, anche per questo, siamo diventati tutti più tristi e cattivi. Guardiamo solo il male e il bene lo abbiamo relegato in soffitta tra le anticaglie. La scommessa di Noa, che pure in termini molto realistici racconta una vicenda potenzialmente drammatica, è quella di riaprire la finestra impolverata per affacciarsi su una speranza possibile. Un bambino che piange in lontananza e una tanguera capace di commuoversi non sono un omaggio all'insopportabile happy end hollywoodiano. Ma un cartello segnaletico che indica un nuovo inizio e una nuova strada. Per tutti".

Perché i castori? Ti sei ispirato a qualche episodio in particolare?
"Qualche era geologica fa mi sono divertito, complice la mia passione per il greco, a tradurre il poemetto Batracomiomachia, ovvero la guerra tra i topi e le rane. Perché, come dimostrano le favole del grandissimo Esopo, mettere al centro di una storia gli animali significa capire meglio anche gli umani. Tutti ci ricordiamo della volpe e dell'uva. Che fa riflettere più di mille libri di storia".

Hai definito Noa, un "fantasy a Km 0", ma gli elementi del fantasy classico sono del tutto stravolti. Sul Km 0, invece, si potrebbe negoziare...I tuoi personaggi si radunano da tutta l'Emilia Romagna, con citazione di luoghi reali e riconoscibilissimi, per combattere l'imminente minaccia. Come spieghi, allora, questa tua autodefinizione dell'opera?
"Il chilometro zero è volutamente una provocazione. Per indicare, con una immagine suggestiva, che il dodicesimo uomo in campo di questa squadra di eroi è proprio il nostro territorio. Certo, la gente si sposta (siamo tutti globali e globalizzati d'altra parte). Ma rimane attaccata alle sue radici e alla sua memoria. Non per una sorta di revival nostalgico alla "I migliori anni...". Ma perché quelle radici e quella memoria sono il salvacondotto per una nuova civiltà. È in quest'ottica che il mio libro sovverte i canoni del genere. La realtà sfida il fantasy e lo muta geneticamente".

In Noa fanno la loro "apparizione", come deus ex machina, ma anche come semplici spettatori di passaggio, personaggi della musica, da Bono Vox ai Rolling Stones. Un omaggio al tuo passato di dj?
"La musica è nel mio Dna fin da quando, bambino vinsi uno dei primi talent della riviera romagnola cantando 24 mila baci. Nella mia lunga esperienza di Dj in una delle prime radio libere ho imparato ad amare la musica e ho cercato di capirla. Facendo una scoperta rivoluzionaria: la musica unisce e salva. Un flusso vitale che nel libro culla e accompagna la storia fino a farla diventare la storia della porta accanto".

Noa la tanguera, la presidente americana Himmary, la villain Castoro de Boschi, la Sfoglina, l'ispettore capo Natiseau, Marzia e Miriam Galapagos...I personaggi principali sono tutte donne. Un omaggio alla femminilità in tutte le sue sfaccettature?
"ruffianeria. Semplicemente una constatazione. La nostra regione, che fin dal nome è donna, è stata plasmata nei secoli dal genio femminile. Ce lo ricordano gli aneddoti delle nonne, ce lo confermano le testimonianze delle donne di oggi. Per questo ho scelto di contrastare il male incarnato da Castoro, da una singolare compagnia dell'anello formata da donne che manco si conoscono".

Non ti sei fatto mancare nemmeno un bel viaggio nel tempo. All'epoca romana, per la precisione, dove troviamo un eroico cavaliere, Lucio Cornelio Silvio...un antenato di qualcuno che conosciamo, suppongo?
"Ogni riferimento a persone e fatti ... In realtà nel libro entra buona parte della realtà politica dei nostri giorni. Trasfigurata dalla fantasia ma abbastanza riconoscibile. Come nelle oscure profezie di Nostradamus ho immaginato rovinose cadute (che ci sono effettivamente state) e trionfi (che non sono diventati tali). Ecco se volessi dare un senso a questa storia è che un senso ce l'ha: la politica da sola è impotente. Se si illude di poter fare a meno del popolo la diga di Ridracoli diventa il nostro mar Rosso che ci travolge tutti. Dalla via Emilia al West"

INFO
Stefano Andrini
Noa, la grande truffa
Sensoinverso edizioni
82 pagg – 11 euro
Presentazione sabato 25 marzo, ore 17
c/o Emily Bookshop, via Fonte d'Abisso 9/11, Modena

Pubblicato in Cultura Emilia
Sabato, 18 Marzo 2017 10:33

Eliselle racconta "Il colore della nebbia"

Il nuovo romanzo della scrittrice modenese, nella collana Comma 21 di Damster Edizioni, è un noir che mette a nudo le relazioni tra uomini e donne, genitori e figli, adolescenti e amanti. E, a fare da cornice, il circo mediatico che si scatena attorno all'assassinio di una bambina di otto anni.

Di Manuela Fiorini

Modena, 18 marzo 2017

Un ritratto nudo e crudo della società moderna, un romanzo "corale" dove i personaggi, più di una ventina le voci narranti, si rivelano essere uno specchio della contemporaneità, tra tradimenti, pregiudizi, apparenze da salvare, malesseri taciuti a lungo che poi "deflagrano" con devastanti effetti collaterali. E, a fare da cornice, anch'essa impietosa, il circo mediatico che si scatena attorno al feroce assassinio di una bambina di otto anni, il cui corpo viene ritrovato da un altro bambino in un fosso. A vegliarla solo un'inquietante bambola appesa ad un ramo, pezzo della collezione di una contadina eccentrica e forse pazza, in realtà ritiratasi da una società falsa, ipocrita e senza speranza di uscire dal loop emotivo e tossico con cui si pasce ogni giorno. Difficile non riconoscerci e non riconoscere situazioni vissute nel "Il Colore della nebbia", l'ultimo romanzo di Eliselle uscito nella collana Comma 21 per Damster Edizioni. Un noir che colpisce come un pugno nello stomaco, grazie allo stile asciutto e scorrevole, e a un'autrice che non giudica, ma lascia al lettore il giudizio sui personaggi e sulle situazioni, un giudizio che, però, stenta ad arrivare e viene lasciato volutamente in sospeso, poiché "Il colore della nebbia", dopotutto, è quello che "avvolge" e coinvolge tutti noi.

Ne abbiamo parlato con Eliselle.

Eliselle-libro- ilColoredellaNebbia

Partiamo dal titolo: qual è (e che cos'è) il "Colore della Nebbia"?
"Il colore della nebbia è quello denso e lattiginoso che siamo abituati a vedere noi che viviamo in Emilia. Ma nel caso del mio romanzo è anche il colore che confonde e impedisce ai protagonisti di distinguere il bene dal male, la vita reale da quella recitata, la scelta giusta da quella sbagliata, trascinandoli nel vortice dell'ipocrisia che tutti, ma proprio tutti, sono costretti a guardare in faccia".

Tra le pagine del romanzo di alternano le voci di più di una ventina di personaggi. Nessuno di loro, tuttavia, ha il suo "happy ending", una scelta controcorrente?
"Credo che sia una scelta obbligata, nel senso che la storia e i suoi protagonisti mi hanno portato proprio lì e non ho potuto fare altro che seguirli nelle loro evoluzioni lasciandoli andare dove volevano e dove il loro vissuto li portava. C'è un filo di speranza per alcuni, ma non a caso sono coloro che hanno avuto la forza di affrontare i propri demoni. E in qualche modo, hanno cercato di superare le proprie paure".

Quanto c'è dell'autrice nei personaggi de "Il colore della nebbia"?
"L'autrice scompare, è obbligata a farlo, nel momento stesso in cui sospende il giudizio raccontando la storia. Ovvio che rimane col suo carico emotivo che trasmette al vissuto dei personaggi, con le esperienze di vita, con le letture che ha fatto, con il confronto con gli altri. Per i personaggi più "sgradevoli" e lontani non c'è altro modo se non staccarsi completamente da sé e lasciarsi trascinare dalla loro personalità, anche se totalmente differente. In alcuni invece ci sono fragilità in cui anche l'autrice si rispecchia e si riconosce, ma è il suo modo per lasciarle andare".

Il libro è anche un feroce ritratto del "circo mediatico" che nasce attorno a un episodio delittuoso, in questo caso l'assassinio di una bambina di otto anni, dove tutti vogliono dire la loro, tutti aspirano al proprio "momento di gloria" e la vittima stessa rischia di passare in secondo piano rispetto a chi sgomita per andare in TV o sui giornali. Quale messaggio hai voluto lanciare al lettore?
"È stato naturale raccontare di questa situazione perché ce la troviamo ogni giorno davanti e la viviamo spesso da vittime inconsapevoli. Ho cercato di indagare quale potesse essere la differenza tra il compartecipare a un dolore e il servirsene per trarne un guadagno, sociale o economico, tra l'empatia reale e la speculazione morbosa che vediamo spesso utilizzata dai media per cavalcare una notizia drammatica e trasformarla in spettacolo. Il messaggio è una sorta di invito al risveglio, per fare in modo che questa morbosità passi di moda e venga archiviata una volta per tutte".

romanzo- Il colore della nebbia

Due personaggi agli antipodi: Valentina, la preadolescente fredda e calcolatrice, un "mostro" per la sua età. E Giulia, che si limita a "fare da spettatrice", incapace però di agire, dice sempre di sì, come se tutto quello che accade intorno a lei non la riguardi o quasi. Chi sono oggi le "Valentine" e le "Giulie"?
"Per rispondere prendo a prestito le parole di Vittorino Andreoli, che a mio avviso insieme a Umberto Galimberti ha tracciato diverse vie per spiegare quello che siamo diventati oggi: "Noi italiani siamo masochisti contenti, animati da una pulsione distruttiva per cui proviamo gratificazione solo nella catastrofe. Siamo individualisti spietati, rifiutiamo l'Altro e l'importanza dell'insieme, trascurando che la vera realizzazione si ha nella gioia della condivisione e del noi. Siamo attori, amiamo recitare, siamo abili a raccontare ciò che non siamo e ci rifugiamo nel racconto distorto di noi. Abbiamo una fede incredibile che ci impedisce di cercare soluzioni e organizzare azioni efficaci, ma ci fa sperare continuamente in un intervento salvifico nel domani." E ancora, in un'altra intervista: "Morire non ha poi tanto senso, uccidere è banale, si invita la morte a ballare. [...] C'è l'individualismo spietato: c'è l'io in famiglia, c'è l'io dappertutto. Siamo dei narcisi spaventosi, tutto io, faccio io. Se il narcisismo è maschile, la seduzione è femminile. E tutte si mostrano, mostrano tutto. Pur di essere "io" faccio qualsiasi cosa, è un narcisismo fondato sull'io e sul mio. Quello che è del "noi" non importa, lo roviniamo." Le Valentine e le Giulie credo che incarnino queste tendenze tutte contemporanee della società, e sono tendenze sempre più diffuse, a macchia d'olio, in qualunque strato, in qualunque ambiente, e sotto qualunque forma".

I personaggi maschili non fanno una gran bella figura. Sono traditori, narcisisti, cinici, tengono comodamente il piede in due scarpe. Nessun riscatto per loro. Non ci sono più "principi azzurri"?
"Non ci sono mai stati, le donne si sono illuse che esistessero perpetuando una visione completamente sballata della realtà e tenendo se stesse ingabbiate in ruoli e in situazioni dolorose. Le favole sono altra cosa, la mia è una fiaba nera, nerissima, che cerca di togliere il velo sulle doppie vite non solo degli uomini, ma in generale nelle relazioni. Laddove c'è onestà e consapevolezza non c'è errore: il problema e la chiave stanno proprio lì, per essere onesti con se stessi serve coraggio, per essere consapevoli bisogna sconfiggere schemi e paure, ma la pigrizia e il desiderio di lasciare "le cose come stanno" molto spesso è più forte di ogni desiderio di miglioramento".

Anche la voce dei bambini, spesso, è disincantata, realista, priva di ogni innocenza. Sono capricciosi, tiranni, spietati osservatori e giudici degli adulti. Sono davvero così i bambini di oggi?
"I bambini di oggi sono senza filtri, svegli, attenti e giudicanti. Davanti a loro hanno spesso esempi deboli, e sono spugne, quindi imparano ciò che vedono. Io dico sempre che servirebbe una patente per diventare genitori, perché richiede competenze che molto spesso non c'entrano col desiderio di amare e crescere una nuova creatura, e sono competenze che richiedono una lucidità e una consapevolezza immense: i figli non sono capricci o giocattoli, né strumenti di affermazione personale e sociale, sono persone che devono essere cresciute con indicazioni, educazione e serenità".

Una curiosità: per descrivere i personaggi del tuo romanzo ti sei ispirata a situazioni e persone reali?
"C'è sempre un po' di realtà in quello che scrivo. In questo caso ce n'è parecchia, perché per forza di cose ho fatto ricerca, ho spulciato fatti di cronaca, ho osservato e studiato fenomeni come bullismo, narcisismo, comportamenti adolescenziali, razzismo, e ho raccontato il tutto ambientandolo in una città di provincia, Modena, creando riferimenti a luoghi che a un occhio attento non possono sfuggire. Per i personaggi, sono stata aiutata da alcune esperienze negative vissute in prima persona e da altre raccontate da persone vicine, le ho elaborate, frullate e rese su carta: dopotutto, si dice che ogni riferimento a fatti e persone sia puramente casuale, no?".

Eliselle
Il colore della nebbia
Collana Comma 21 – Damster Edizioni
410 pagine – 15 euro
www.damster.it 
www.eliselle.com 

Pubblicato in Cultura Modena

Venerdì 27 gennaio, alle ore 18.30, presso la libreria di via dei Tintori, a Modena, il filosofo, etologo e antropologo bolognese parlerà del suo nuovo libro edito da Mucchi. Lo abbiamo incontrato in anteprima.

Di Manuela Fiorini

Modena, 27 gennaio 2017

Ogni giorno ci confrontiamo con l'altro, o, meglio con l'Alterità, ma, anziché vederla come un'opportunità e occasione di crescita, tendiamo a chiuderci nel nostro egoismo e antropocentrismo, negandoci quindi tutte le occasioni di arricchimento che il confronto con ciò che è "altro" da noi ci può offrire. È proprio l'Alterità il tema dell'ultimo libro del filosofo, etologo e zooantropologo Roberto Marchesini, che oggi, venerdì 27 gennaio, alle ore 18.30, sarà alla libreria UBIK di via dei Tintori 22, a Modena, per presentare il suo libro Alterità. L'identità come relazione, edito da Stem Mucchi Editore con prefazione di Ubaldo Fadini.

Abbiamo incontrato in anteprima l'autore.

roberto marchesi libro alterita

Come nasce questo libro e quale messaggio vuole comunicare?
"L'idea è quella di considerare il nostro tempo alla luce della alterità, un tema che io credo oggi centrale. Pensiamo dalle grandi crisi umanitarie, alle crisi geo-politiche, alle crisi ecologiche, alla distruzione della bio-diversità, alla distruzione degli animali, ai grandi rischi dell'individuo stesso, ai grandi problemi e sofferenze dell'individuo stesso. L'individualismo non è assolutamente qualcosa di confortante, anzi è la più grande sofferenza, perché se cerchi il senso dentro te stesso inevitabilmente ti imbatti nell'inutilità di tutto. Questo è il grande problema e il grande tema di oggi: riconoscere le relazioni, l'importanza delle altre alterità, perché solo se siamo in grado di considerare le altre specie non solo sotto il profilo biologico o quello estetico, vogliamo avere un mondo che è diverso (la biodiversità intesa come qualcosa di esteticamente ammirevole o strumentalmente utile, per esempio) o che è più bello, ma qui la questione è ontologica e di attribuzione di senso. Spesso pensiamo che sia un problema pratico: è anche un problema pratico ma non solo un problema pratico. Nel momento in cui non riusciamo più a capire cosa sono gli altri abbiamo perduto di valore noi stessi".

Che cosa è l'Alterità (o le alterità)?
"Il tema dell'alterità è centrale nel nostro periodo storico per diversi motivi. Il primo tra questi è la globalizzazione, attraverso cui ci confrontiamo con altre culture e con persone che hanno stili di vita, lingua e religioni differenti dalle nostre. Il secondo è il rapporto tra uomo e donna, che sono oggetto di una decadenza dei ruoli tradizionalmente imposti loro attraverso il superamento di un paradigma complementativo. Il terzo aspetto riguarda il confronto con l'alterità all'interno della cornice individualista del nostro tempo, in cui si viene a perdere la capacità di relazionarsi veramente con gli altri. Si tende a vedere il mondo come orbitale a sé e quindi a considerare gli altri come degli strumenti di utilizzo per ottenere determinate cose non solo in relazione al non-umano ma in particolare in relazione agli animali, perché viviamo in un'epoca dove le persone hanno affettività verso le altre specie, ma non hanno accettazione delle alterità. L'altro mi si pone di fronte ma alla fine non rimane distanziato, perché alla fine mi sollecita una risposta, che sia integrativa che sia interpretativa. L'influenza che può avere sulla mia bibliografia il tema dell'alterità è centrale".

In che modo possiamo relazionare il nostro Io con l'Alterità?
"Allenando la nostra capacità di superare l'egocentrismo e l'antropocentrismo, cioè superare la tendenza alla gravitazione interna e quindi il sapersi mettere in ascolto, il sapersi decentrare, saper lavorare sull'empatia, sulla propria capacità di cura e sulla capacità di accettare il doppio flusso narrativo. Molto spesso noi parliamo di integrazione dell'altro ma questa rimane superficiale. Integrare significa permettere all'altro di narrarsi, di narrare la sua storia e da parte tua, la voglia di raccontargli la tua. L'integrazione con l'alterità può essere interpretata come una capacità di reciprocità comunicativa e quindi di dare luogo a espressioni. Se vogliamo, la capacità di incontrare un cane e un gatto significa dare al cane e al gatto la capacità di esprimersi e quindi di dare qualcosa che vada al di là delle tue aspettative, da quello che tu pensi, dalle tue proiezioni e quindi aprirsi a questo inaspettato narrativo che l'altro ti dà e nello stesso tempo tu stesso darti nel vero senso della parola. È molto diverso darsi una relazione rispetto all'utilizzo di uno strumento: darsi una relazione significa aprire la propria disponibilità, il proprio cuore, la propria disposizione".

Quando gli "altri" sono diversi da noi, per esempio, gli animali, cani o gatti con i quali abbiamo deciso di condividere la vita, come possiamo entrare in relazione con loro senza fare errori di comunicazione o prospettiva?
"Non è possibile non fare errori e non penso che sia così deleterio avere consapevolezza della propria fallibilità. La fallibilità è una consapevolezza che ci aiuta ad evitare l'arroganza. Il problema più grande non è tanto l'ignoranza, quanto il non sapere di non sapere. È un'arroganza che non ti pone in discussione, che non ti pone in una situazione di problematicità. La società urbana è una società profondamente ignorante e arrogante nei confronti degli animali, quindi molto spesso le persone dicono "questi animali sono viziati", ma spesso sono maltrattati perché non si mette in considerazione la loro peculiarità, la loro diversità e il loro aspetto. Qui si tratta, secondo me, di essere in grado di declinare questo nostro amore in una concezione non egocentrica, quindi avere la voglia di leggerne di più, di saperne di più, di intraprendere un percorso che somiglia a quello di chi vuole andare a Londra e studia l'inglese, quindi il suo desiderio è quello di poter capire, sapersi esprimere e si applica rispetto a questo. Noi invece tendiamo molto allo spontaneismo, ma quando ti trovi di fronte a qualcuno che è portavoce di un linguaggio diverso e di una prospettiva diversa della realtà, la spontaneità non va da nessuna parte. L'autenticità è la capacità di declinare la persona, il personalismo, con la conoscenza dell'altro e quindi non con l'ignoranza".

Che cos'è il post umanesimo?
"È la consapevolezza o, se vogliamo, la riflessione filosofica che prende in considerazione l'essere umano non come un'entità autarchica e quindi un'entità autosufficiente, un'entità che sia realizza da sola, un'entità che produce tutte le sue qualità per creatività propria, per emanazione ma come un'entità che si coniuga al mondo. Quindi, tutte le sue qualità sono frutti ibridi, sono l'esito di questa costante ibridazione, di questo costante meticciamento e di questa contaminazione con il mondo. È riconoscere di avere questa sorta di identità ecologica, un'identità che prende forma attraverso la relazione e non è precedente alla relazione. È la relazione che dà dei connotati, i connotati non sono precedenti, ma esistono nella relazione. Questo è perché siamo abituati a concepire questa idea dell'individuo come monade, come mondo separato disgiunto, che entra in rapporto con altri mondi, ma che sostanzialmente è impermeabile e ha delle qualità che precedono l'incontro. In realtà, se pensiamo a un bambino, il bambino emerge nel rapporto con la madre poi piano piano emergiamo nel rapporto con i nostri simili, con gli altri animali, con il contesto, con il mondo, con le piante. Non siamo delle identità che sono impermeabili al mondo. Il postumanismo sottolinea questa natura ibrida dell'essere umano. Perché è importante? Perché se io avrò consapevolezza della mia natura ibrida, avrò cura delle mie relazioni, se viceversa ritengo che le relazioni possano essere degli strumenti che mi consentano di realizzare delle cose, ma che non hanno effetto su ciò che io sono, allora io avrò una visione fondamentalmente egocentrica.

Marchesini Alterita libro

SCHEDA DEL LIBRO
Roberto Marchesini
Alterità. L'identità come relazione
Stem Mucchi Editore
189 pagine - € 16
www.mucchieditore.it 
www.marchesinietologia.it 

L'autore
Roberto Marchesini (Bologna, 1959) è filosofo, etologo e zooantropologo. Direttore del "Centro studi filosofia postumanista" e della "Scuola di interazione uomo-animale" (Siua), è autore di oltre un centinaio di pubblicazioni nel campo della filosofia, dell'etologia e della bioetica. Dirige inoltre la rivista Animal Studies. Rivista italiana di antispecismo.

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Tra le consolidate proposte di FlashOn Mag vi è sicuramente quella di offrire lo spunto per la lettura di qualche buon libro. Ci pensa CECILIA NOVEMBRI a proporvene uno da cui è stato tratto un film con la regia di Ricky Tognazzi e le musiche di Ennio Morricone.

di Cecilia Novembri

Ci sono libri che trovano un posto nel cuore e lì rimangono per sempre. "Canone Inverso" di Paolo Maurensig appartiene a questa categoria. Considerarlo un libro per musicisti è molto riduttivo perché l'autore ha saputo donare al romanzo spettacolari colpi di scena e situazioni avvincenti da renderlo adatto a tutti.

canoneinverso libro lettura

La storia racconta la vicenda di un uomo, uno scrittore che incontra in una taverna a Vienna un violinista, Jeno Varga, e per scherzo, ma anche per metterlo alla prova, gli chiede di suonare un pezzo molto complicato.
La vicenda ha come protagonisti Jeno e Kuno e un particolare violino che presenta una testa di donna intagliata nel legno, al quale sono legate le tragiche vicende dei protagonisti.

canoneinverso libro lettura2

La storia, ambientata in parte poco prima della seconda guerra mondiale, racconta la delicatezza e la ferocia, i sensi di colpa e i rimpianti, di come ogni azione compiuta abbia delle ripercussioni sul destino, proprio e di chi ci circonda.
Archetti e violini, sinfonie e concerti, amore e amicizia, nascita e morte, genio e follia, alcune volte note e melodie sono le vere protagoniste della trama, mentre altre si riducono a semplice sottofondo lasciando la scena ai protagonisti del libro.

canoneinverso libro lettura3

Dal romanzo è stato tratto il film diretto da Ricky Tognazzi. Da rispolverare sicuramente con cura!

canoneinverso libro lettura romanzo

With the Courtesy of: pixabay.com – morricone.cn – 4cinema.eu – libriebit.com – anobii.com – brunch.co.kr – lospettacolo.it – filmitalia.org – sognandoleggendo.net

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L'autrice Alessia Gazzola presenta alla biblioteca Delfini "Un po' di follia in Primavera" con l'attore protagonista della serie televisiva tratta dai suoi libri. Diretta streaming sul sito.

Modena, 28 gennaio 2017

Dopo sei libri continua la brillante carriera di Alessia Gazzola con le avventure dell'impacciata Alice Allievi, protagonista dei libro e della serie televisiva nata dalle storie raccontate nei primi tre di cinque romanzi precedenti. La specializzanda in medicina legale, la giovane Alice è alle prese con casi intricati e con il cuore diviso tra il giovane reporter Arthur e l'affascinante medico legale Claudio Conforti.

Il nuovo libro "Un po' di follia in primavera" (Longanesi 2016) sarà presentato questo pomeriggio alla biblioteca di corso Canalgrande, per la rassegna "Autori in Zona". 

un po di follia in primavera cover alessia gazzola

Un'occasione per parlare dei rapporti tra scrittura per i libri e per la televisione, di trasposizioni da parole a immagini di personaggi sviluppati sulla carta che acquisiscono in video corpo e fisicità. Ospite insieme all'autrice, l'attore Lino Guanciale - impegnato a Modena con il progetto Un bel dì saremo - che nella serie tv interpreta il bel tenebroso dottor Conforti.

L' appuntamento, a ingresso libero fino a esaurimento posti, è alle 16 nella Sala conferenze accessibile direttamente dal chiostro. In più, grazie a un nuovo servizio attivato, l'incontro potrà essere seguito dalle 16 in diretta streaming, sul sito delle biblioteche www.comune.modena.it/biblioteche.

 



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Aurora Vannucci, parmigiana di 11 anni e appassionata di scrittura, è al suo secondo libro, che in queste settimane sta facendo il giro delle librerie. "Vorrei la sesta elementare" sul tema dell'amicizia. 

di Alexa Kuhne

Parma, 28 gennaio 2017

L'amicizia trionfa sempre, a dispetto di tutto.
Un messaggio forte, ma lanciato con la delicatezza della penna di un piccola scrittrice, piena di emozioni e di creatività.
Perché Aurora Vannucci, 11 anni di sogni, passione e purezza, ci crede davvero ai suoi amici e prende le distanze da bullismo e sentimenti cattivi. Vuol farlo sapere con le pagine del suo libro: "Vorrei la sesta elementare", in questi mesi in giro per librerie.

La sua ultima fatica racconta della realtà di tutti i giorni di un ragazzino, quella che si svolge in una classe durante l'ultimo anno di scuola primaria.
Il nostro Fabio, 10 anni, ha l'impegno quotidiano di doversi districare tra i suoi pensieri, le amicizie, lo studio, lo sport, i bulli della scuola, la paura e la voglia di "diventare grande". Con lui, amico di spensieratezza e dissidi interiori c'è Eric, nuovo compagno della quinta elementare, ragazzo enigmatico e problematico, che con il suo arrivo destabilizza le dinamiche di classe.

Il libro è una descrizione dettagliata di fatti, momenti e sentimenti provati dai giovani interpreti: la narrazione fantastica si alterna e si intreccia, inevitabilmente, con momenti autobiografici.
Una storia che ha dentro tutto, ma nella quale trionfa sempre il sentimento dell'amicizia "vera", duratura, in grado di superare qualsiasi ostacolo. Al termine del racconto i ragazzi sono coscienti che per loro è terminata questa importante tappa di crescita: il timore per il futuro viene annullato dalla certezza acquisita di poterlo affrontare, con un filo di nostalgia per quest'ultimo momento di elementari trascorso tutti insieme.
Fabio ed Eric si ritrovano dopo alcuni anni ed entrambi provano la sensazione di non essersi mai lasciati.
Il libro è rivolto ad una fascia di pubblico molto giovane ma, vista la profondità dei temi e la leggerezza nello stile, può essere letto anche da un pubblico adulto. Per riscoprire magari quei sentimenti autentici che la frenesia della vita spesso seppellisce in fondo all'animo, ma anche per conoscere meglio i nostri ragazzi attraverso un racconto genuino del loro quotidiano. Senza artifici, né "effetti speciali".

vorrei la stesta elementare libro

Ma chi è Aurora Vannucci? E' una parmigiana doc che ha compiuto 11 anni lo scorso 17 maggio e frequenta come tanti ragazzini della sua età la prima secondaria, iscritta al Convitto Maria Luigia di Parma dove ha completato anche il ciclo della primaria. Adora leggere e scrivere: ha pubblicato una prima raccolta di racconti nel 2015 – "Le mie prime cento pagine" – prima che la CSA Editrice accogliesse il suo secondo libro – "Vorrei la sesta elementare" – in uscita in questi giorni in libreria.
Aurora ha inoltre partecipato e vinto svariati concorsi di letteratura per ragazzi: primo premio al concorso nazionale "Il Paese delle Fiabe" a maggio 2016; primo premio al concorso internazionale del comune di Trevi a giugno 2016; primo premio al concorso provinciale nel 2015 e nel 2016 "Alice Battaglioni"; finalista al concorso nazionale "Mario Mosso" a luglio 2016; finalista al contest del Comune di Pennabilli a giugno 2016; terza classificata al concorso nazionale "Anna Savoia" a dicembre 2015; terza classificata al concorso nazionale "Scrivimi una storia" a maggio 2016; menzione speciale narrativa giovani al concorso internazionale "Micheloni" di Aulla a settembre 2016; menzione d'onore al premio "Roncio d'oro" a ottobre 2016; premio narrativa junior al "Premio Bertelli" di Pontedera a novembre 2016. E questo solo per citarne alcuni, visto che è risultata finalista anche in altri concorsi letterari in giro per l'Italia. Per avere soltanto 11 anni, una carriera già ben avviata.

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Presentato al WoPa "Genitori come gli altri e tra gli altri: Essere genitori omosessuali in Italia." sul tema estremamente attuale delle unioni civili. Ricerche, esperienze, riflessioni da parte di ricercatori, professionisti, e rappresentanti delle associazioni e delle istituzioni politico-legislative.

Parma, 20 gennaio 2017

Un tema estremamente attuale quello delle unioni civili che nell'ultimo anno ha creato un forte dibattito mediatico sulla scia della discussione, e successiva approvazione, della normativa parlamentare. "Genitori come gli altri e tra gli altri", edito da Mimesis Edizioni, è il primo tentativo di raccogliere in modo sistematico e organico ricerche, esperienze, riflessioni da parte di ricercatori, professionisti, e rappresentanti delle associazioni e delle istituzioni politico-legislative sul tema dell'omogenitorialità.

Il libro, nato a seguito di un evento realizzato nel maggio 2014 presso l'Università di Parma sui diritti delle famiglie omogenitoriali che vivono in Italia, è stato presentato ieri pomeriggio, negli spazi del Workout Pasubio.

La tavola rotonda, moderata da Chiara Cacciani, ha visto la presenza della vicesindaco Nicoletta Paci, della curatrice del volume Marina Everri, di Laura Fruggeri, professoressa ordinaria di Psicologia Sociale all'Università di Parma, e dei rappresentanti delle associazioni e professionisti dei servizi sociali ed educativi.

GENITORI COME GLI ALTRI E TRA GLI ALTRI 2017 015

GENITORI COME GLI ALTRI E TRA GLI ALTRI 2017 010

Marina Everri ha raccolto e integrato i contributi di vari autori che a diverso titolo si occupano di omogenitorialità, con l'intento di fornire uno strumento utile su diversi versanti: decostruire gli stereotipi verso i genitori omosessuali e i loro figli, fornire strumenti operativi per condurre ricerche e realizzare interventi idonei, dare voce a rappresentanti delle istituzioni politico-legislative e delle associazioni per riflettere sui cambiamenti necessari per fare fronte alle crescenti diversità che caratterizzano l'assetto socio-culturale del nostro paese.

In diverse parti del volume si sottolinea come l'omogenitorialità rappresenti solo una delle possibili forme familiari dentro le quali oggi si può manifestare la genitorialità. Infatti accanto alle forme familiari tradizionali troviamo madri single, famiglie migranti, famiglie adottive e affidatarie, famiglie ricomposte, ecc.

Le famiglie omogenitoriali obbligano ricercatori, professionisti, e la nostra società in generale, a interrogarsi sulla diversità in senso ampio e quindi a sfidare preconcetti, modelli di teorici e metodologie di ricerca ormai obsolete, e infine, pratiche di intervento che, se non adeguatamente adattate ai nuovi bisogni delle famiglie contemporanee, rischiano di escludere e marginalizzare invece di includere, accogliere e curare.

Tutte le foto nella galleria a fondo pagina, ph.Francesca Bocchia

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Nel suo ultimo lavoro, l'etologo, zooantropologo e filosofo racconta attraverso otto cani che hanno condiviso con lui un tratto di strada della vita che cosa ognuno di loro gli ha lasciato e insegnato. Ma ogni storia è anche uno spunto per parlare più in generale del cane e del meraviglioso rapporto con l'uomo.

Di Manuela Fiorini

Bologna, 21 gennaio 2017

C'è Maya, rottweiler esuberante e in cerca di una guida, il piccolo e buffo Toby, dal caratteraccio impossibile, la labrador Pimpa e le sue passeggiate multisensoriali, la nevrile Isotta, che del tirare al guinzaglio ha fatto una sfida. E poi l' "inadottabile" Spino dal carattere ostico quanto il suo nome, l'amicizia tra la rottweiler Bianca e la gatta Mimmi, la giocosa Belle e Filippo, dall'animo randagio. Sono gli otto cani protagonisti di altrettanti capitoli che compongono l'ultimo libro di Roberto Marchesini, "Il cane secondo me", edito da Sonda.

Bolognese, Marchesini è etologo, zooantropologo, filosofo, Direttore del Centro Studi Filosofia Postumanista e di Siua, Istituto di Formazione Zooantropologica e nella sua vita ha avuto a che fare con centinaia di cani. Gli otto amici di cui parla nel libro sono quelli che hanno percorso con lui un tratto di strada della vita. Tuttavia, parlando di loro, l'autore coglie anche l'occasione per riflettere e fare riflettere sulla sostanza del rapporto uomo-cane e prende spunto dalla sua esperienza per suggerire gli atteggiamenti giusti da tenere per costruire un rapporto equilibrato, di fiducia reciproca, di vera amicizia.

Cane secondo me

 

Abbiamo scambiato due chiacchiere con lui.

Come nasce il libro Il cane secondo me?
"Nasce con l'intento di mettere in discussione quello lo stereotipo secondo il quale cani e gatti sono "animali d'affezione", "animali da compagnia", come se realmente il loro "compito" fosse solo quello di dare affetto. In realtà, il cane, o il gatto, dovrebbe essere visto come un partner, un amico, un collega di lavoro. Gli animali sono "erogatori" di qualcosa, ma compagni di vita. Non sono "da affezione", ma affettivi, non sono "da compagnia", ma compagni. Questo significa che la loro presenza è globale. Ci danno tanto. Per esempio, ci trasmettono la capacità di farci vivere la natura in un modo completamente diverso, perché ci portano nel loro mondo, ci danno tanti stimoli, arricchiscono il nostro immaginario. Nel libro, ho voluto sottolineare soprattutto il fatto che i cani sono delle entità biografiche. Noi siamo il frutto delle relazioni: siamo quello che ci hanno insegnato i nostri genitori e gli amici, siamo i libri che abbiamo letto, le relazioni amorose che abbiamo avuto. Allo stesso modo, anche gli animali contribuiscono a fare di noi ciò che siamo. In questo saggio ho voluto descrivere come ognuno di questi cani abbia contribuito a mettere la sua piccola parte nella mia identità. Le relazioni non finiscono, rimangono proiettate dentro di noi, entrano nella nostra vita. E anche quando una relazione finisce, anche quando un cane ci lascia perché muore, vive ancora dentro di noi".

Dalla sua esperienza, quale consiglio si sente di dare a chi si appresta ad accogliere un cane per la prima volta?
"Il mio consiglio è sempre quello di avere consapevolezza che si sta per iniziare una relazione. Il cane non è un oggetto. Non è come portare a casa un televisore. Se si adotta un cane, casa tua diventa anche casa sua. Si deve avere ben chiaro che essere in una relazione significa prima di tutto condivisione, cioè accettare che l'altro partecipi alla nostra vita e che noi partecipiamo alla sua. Purtroppo, viviamo in una società che ha una visione individualista e consumista e questo non aiuta nelle relazioni, di amicizia, di amore e anche in quelle con i cani. Le persone tendono a considerare gli altri come entità consumabili. Le relazioni invece sono diverse dalle fruizioni. Nelle relazioni bisogna mettersi in gioco, accettare la sfida sotto il profilo partecipativo, emotivo, competitivo, della responsabilità. Secondo consiglio: cercare di saperne un po' di più sui cani. Viviamo in una società in cui non si cresce più, come un tempo, a contatto con la natura o con gli animali. I bambini di oggi hanno l'idea che gli animali siano quelli dei cartoni animati, ma Peppa Pig non è un maiale, è un essere umano disegnato come un maiale, così come Bugs Bunny, Pongo e molti altri. C'è la tendenza ad antropomorfizzare e a umanizzare. Ed è una tendenza sbagliata. Se si antropomorfizza un animale, significa che non si accetta la specificità dell'altro. Invece quell'amore unico tra uomo e animale può nascere sono se non c'è possesso, ma incontro"

Quali sono gli errori più ricorrenti degli umani nei confronti dei propri cani?
Primo: non rendersi conto che un cane percepisce il "qui e ora" in modo differente da noi. Spesso infatti la mente di un essere umano è proiettato nei ricordi, nei pensieri, nei progetti, nel "domani faccio questo". Abbiamo sempre la mente da qualche altra parte, persa nel passato, nel futuro o nel possibile, quella del cane invece è focalizzata sul qui e ora. Secondo: la comunicazione. Le persone non si rendono conto che ogni specie ha il suo linguaggio. Un abbraccio per me vuol dire "ti voglio bene", ma per il cane è un atteggiamento sbagliato, è una forzatura, come se gli dicessi "io sono più forte di te". Il nostro cane magari lo accetta e lo tollera, ma se lo stringiamo troppo forte, tenterà di scappare o ci leccherà il viso, facendoci capire che non gli piace. Se poi abbracciamo un cane che non conosciamo potremo addirittura rimediare un morso. È importante allora imparare qualcosa sui cani e sul loro linguaggio per relazionarci al meglio".

Lei ha teorizzato il "Parco Canile". Che cos'è e come mai, a suo avviso, una soluzione che avrebbe risvolti positivi sui cani incentivandone le adozioni non è ancora stato realizzato?
"Il Parco Canile parte dell'idea della valorizzazione del cane per favorirne l'adozione. L'idea è quella di un luogo che faciliti il miglioramento dell'animale dal punto di vista comportamentale, che ne consenta la socializzazione, per esempio attraverso la presenza di campetti cinofili, in cui cani e volontari possano fare insieme attività di apprendimento e di gioco. L'idea è quella che il cane passi solo qualche mese all'interno del parco canile. Durante il periodo di permanenza viene formato ed educato in vista dell'adozione. Il parco canile è poi un luogo molto naturale, lontano dall'idea del cane cresciuto in un box, dove fa tutto lì, non ha avuto relazioni corrette con gli altri cani, perché li ha sempre visti al di là di una grata, gli ha sempre abbaiato contro. L'idea è invece quella di un luogo di riabilitazione per i cani con figure professionali dedicate e strutture concepite per fare attività e migliorare le proprie competenze. Sono strutture che favoriscono le visite da parte delle persone e aumentano così le possibilità di adozioni. In Emilia Romagna e Lombardia sono stati fatti molti passi avanti verso questa idea di parco-canile. Poi bisognerebbe vincere l'interesse che molte strutture hanno nel mantenere i cani al loro interno. Nei capitolati delle gare, per esempio, dovrebbe essere inserito non il costo a cane, ma il pagamento dei servizi effettivamente offerti".

Quando si leggono fatti di cronaca di persone aggredite da cani si sentono spesso commenti del tipo "non è colpa del cane, è colpa nel padrone". È davvero così?
"Io penso sempre che bisogna togliere la parola "colpa", perché ha degli aspetti moralistici. Dovremo invece guardare al comportamento come una conseguenza di altri problemi. Per fare prevenzione, bisogna spiegare alle persone quali sono i fattori di rischio, spiegare che un cane ha bisogno di essere bene integrato all'interno del nucleo familiare e non essere tenuto in una situazione di solitudine, perché la solitudine abbassa la socialità dei cani. Tenere costantemente un cane in un box, alla catena, da solo in giardino, sono elementi che vanno a inficiare la socializzazione del cane. È molto importante poi che la persona sia una guida per il proprio cane. Occorre lavorare sull'affiatamento, perché se uno è una buona guida il cane lo segue. Bisogna poi spiegare che tutti i cani sono diversi. Non si può prendere un cane di una certa razza senza saperne niente. Per esempio, il Border Collie è un cane molto nevrile, con una gran voglia di fare, non si può dare in mano a una persona anziana o a chi desidera il classico cane da salotto. Se uno invece vuole un cane pulito non può prendersi un labrador, che si diverte a girarsi ovunque e a gettarsi in acqua. Avere queste consapevolezze aiuta a instaurare le relazioni e prevenire spiacevoli incidenti".

La scomparsa di un animale amato è causa di grande dolore. Si sente di dare qualche consiglio alle persone che hanno perso un amico a quattro zampe per aiutare a elaborare questo lutto?
"Le amicizie sono qualcosa di importante. Molto spesso sento dire: "Era solo un cane", il punto fondamentale è che quando si costruisce un legame è normale provare delle emozioni. Non importa se si tratta di un cane o di un gatto, l'importante è l'empatia che viene generata da quel legame. A chi ha perso un amico a quattro zampe mi sento di dire che deve essere consapevole che la relazione non finisce. Quando qualcuno è stato in relazione con noi non è morto, non può morire. Tutte le persone, tutte le relazioni, amicizie, amori che ci portiamo dentro continuano a vivere dentro di noi. Questa, a mio avviso, è la migliore elaborazione del lutto. Magari si può dedicare tempo al congedo: che può essere la sepoltura o un rituale particolare, ognuno deve darsi i suoi tempi. Il punto centrale è capire che quello che resta la relazione e ciascuno vive dentro l'altro. È poi necessario trovare il modo di trasformare il vuoto in ricordo".

Roberto Marchesini
Il cane secondo me
Edizioni Sonda
Pag 184 - € 14

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