Di Francesca Dallatana Parma, 26 aprile 2026
“Istruzione e formazione sono gli strumenti più efficaci per interpretare la parità di genere.” Non sempre è possibile scegliere ciò che davvero fa vibrare le corde profonde. Una ragnatela invisibile impone spesso destini già scritti. Alla professione tendiamo a collegare un genere: l’informatico è un uomo; l’assistente sociale è una donna; l’ingegnere è un uomo; l’educatrice è una donna. Il lavoro di cura è delle donne; sono maschili le professioni che richiedono competenza scientifica.
Sono “Gabbie di genere”: Irene Biemmi e Silvia Leonelli hanno dedicato alla segregazione formativa una ricerca sociologica, pubblicata da Rosenberg & Sellier.
Gender pay gap, la differenza salariale di genere; le discriminazioni di genere – solo una delle tante – durante il processo di selezione: conseguenze delle gabbie di genere, di destini sociali scritti prima del reale inizio della vita professionale delle persone.
Fuori dalla gabbia.
Irene Biemmi propone l’analisi dei casi che rompono il gioco. Sono gli studenti e le studentesse che scelgono il percorso formativo fuori dal confine del pregiudizio che tenderebbe ad assegnare loro un ruolo, condizionandone la scelta. La ricercatrice dedica l’attenzione ai percorsi atipici. È la ricerca originale proposta dal libro, nell’alveo di un tema di forte attualità.
Negli anni accademici compresi tra il 2012 e il 2015, l’autrice ha intervistato quaranta persone, studentesse e studenti delle Università di Siena, Pisa e Firenze. Studentesse iscritte a percorsi universitari Stem (Scienze, tecnologia, ingegneria, matematica, Ndr); studenti iscritti a scienze infermieristiche e a percorsi di ispirazione sociale e umanistica per la preparazione al lavoro di cura.
Lo strumento di raccolta dati è potente quanto la parola. La studiosa ha scelto l’intervista biografico-narrativa. Mentre l’analisi paradigmatica tende a definire tassonomie, quella narrativa è orientata a generare nuove storie. La narrazione biografica colloca gli eventi, le motivazioni e le scelte nelle cornici generali di riferimento familiari, comunitarie e sociali. Questo strumento di indagine qualitativo libera il sentire profondo e permette l’avvicinamento della conoscenza.
Le interviste sono semi-strutturate, cioè con una griglia di riferimento seguita dal ricercatore/dalla ricercatrice che si occupa della conduzione. La traccia prevedeva tre passaggi: il percorso formativo delle scuole medie inferiori fino alla scelta della scuola secondaria superiore; le motivazioni dell’immatricolazione alla facoltà scelta e la formazione universitaria; la proiezione verso il futuro.
Dalle scuole medie inferiori alle superiori.
Fino a questo punto l’autrice propone un’analisi parallela delle interviste. Emergono snodi significativi. Molti degli studenti fanno notare le criticità collegate allo sbilanciamento dei generi nelle classi: nei gruppi a maggioranza femminile si verifica una tendenza alla creazione di piccoli gruppi di riferimento e non sempre il clima è positivo; nei gruppi a maggioranza maschile criticità di diverso tipo ma sempre collegate alla relazione: talvolta un clima volgare e a tratti violento. “Le classi miste funzionano meglio.”
Fuori dalla scuola: la famiglia contribuisce ad orientare la scelta e condiziona fortemente l’atteggiamento verso la prosecuzione degli studi. L’orientamento alla scelta della scuola media superiore molto dipende da chi si incontra per la strada: gli insegnanti fanno la differenza. Alcuni di loro fanno riferimento a professori che depotenziano, che umiliano, che non sanno insegnare, che creano terrore. Qualcuno ricorda un docente che non sa parlare correttamente la lingua italiana. L’orientamento, proposto dagli istituti scolastici, verso la scuola media superiore ha bassa efficacia, a detta loro.
Intervistati e intervistate si sentono liberi di dire, grazie allo strumento di indagine qualitativo totalmente sganciato dall’etichettamento della classificazione, quindi libero dal giudizio.
La scelta della scuola media superiore è intrecciata alla visione di sé proiettata nel futuro, a come sono andati gli anni della scuola media inferiore, al tipo di supporto della famiglia.
Scelta atipica.
A un certo punto dell’indagine qualitativa, la ricercatrice arriva a un bivio e propone separatamente l’analisi dei dati emersi nelle interviste: ragazze da una parte, ragazzi dall’altra. Nella parte di indagine dedicata alla formazione universitaria.
Le matricole di genere femminile hanno scelto i percorsi Stem per due ordini di motivi. Il primo è in capo a una scelta meditata, razionale rispetto allo scopo. “Volevo seguire un percorso formativo pratico che mi permettesse di imparare una professione.” E ancora: la possibilità di trovare un lavoro con maggiore certezza e di avere una retribuzione di un certo tipo.
Il secondo ordine di motivazioni: “andare oltre la soglia del conosciuto, oltre le consuetudini, sperimentare cose nuove.” L’autrice li ha chiamati: percorsi verso l’ignoto. Intravisti durante il liceo, in qualche caso. Grazie a un professore di matematica che al liceo linguistico l’ha insegnata come allo scientifico. “Un professore che riesce a farti appassionare anche alle materie che tu avevi scelto di non fare direi che è una bella cosa. E da lì è iniziata la passione per la matematica.”
Le madri.
Ulteriore sollecitazione viene dalla panchina familiare. Quando si parla di futuro le intervistate raccontano i percorsi formativi delle madri. Prima di proiettare se stesse verso il futuro scatta la comparazione. Fra queste, alcune hanno seguito percorsi universitari e li hanno interrotti per cause di forza maggiore, altre hanno terminato ma hanno dovuto dedicare tempo alla famiglia e lasciare oppure ritardare il tempo del lavoro.
È molto vivo nella narrazione delle intervistate il riferimento alle madri e alla loro esperienza. È un riferimento da osservare con attenzione.
Nonostante l’evidente fatica delle donne nella dinamica di conciliazione tra vita privata e lavoro, le figlie-studentesse pur consapevoli delle segregazioni di genere tendono a minimizzare gli effetti della cultura sessista.
Le esperienze di vita
Fare l’educatore oppure l’assistente sociale per un ragazzo è una scelta atipica. Gli intervistati hanno scelto percorsi di formazione in ambito sociale dopo essersi sperimentati nella vita quotidiana della società che cambia.
Osservazione sul campo ed esperienze di vita hanno orientato la scelta. Francesco racconta della partecipazione alla vita di un quartiere multietnico a Parigi, dove ha visto da vicino il lavoro degli educatori – tutti maschi – e il loro importante contributo professionale alla vita della comunità. E ancora: l’animazione rivolta ai bambini in età pre-scolare. Sperimentare se stessi dopo avere collaborato con un’altra persona fa scattare la decisione di intraprendere una professione in ambito sociale.
Ancora, le madri.
Un grande spazio alle madri, come figura di riferimento e come persona che – più di tutte – dedica il suo tempo alla cura: anche nelle interviste somministrate agli studenti. I maschi intervistati che hanno scelto una formazione dedicata ai lavori di cura rispondono alle domande della ricercatrice e si contraddicono. Dal loro punto di vista i lavori relazionali e di cura sono scelti e svolti soprattutto da persone di genere femminile, perché una donna rievoca la figura della madre. I lavori di cura riscuotono un basso riconoscimento economico e sociale. Anche per questo motivo le figure del maestro e dell’infermiere sono meno diffuse rispetto alla loro variante al femminile. Sono ruoli ritenuti “degradanti” nell’immaginario collettivo. Ci si aspetta che l’infermiere svuoti le padelle. E all’inizio della professione qualche volta viene richiesto di fare cose che sconfinano nel ruolo dell’operatore socio sanitario, come fare i letti.
E qui la ricercatrice propone un interessante colpo di sonda. Questi futuri infermieri, maestri o educatori rifanno il letto a casa loro? No, quasi sempre se ne occupano le madri. “Quindi, lei rifà i letti al lavoro e non se ne occupa a casa sua”, sollecita l’intervistatrice. “Sì, anzi no. Se quando torno il letto non è rifatto, me ne occupo io. Mia sorella è al liceo e rifà il letto in autonomia da almeno tre anni.” Una risposta significativa per una persona di genere maschile che ha compiuto una scelta formativa atipica. È l’indicatore di quanto siano cristallizzati i pregiudizi che spianano la strada al sessismo.
Gabbie di genere e consapevolezza.
Il libro inizia con una digressione sulla Pedagogia di genere: una riflessione interdisciplinare sull’educazione di genere, condotta da pedagogiste, coordinatrici di servizi educativi, esperte di dinamiche e processi formativi. Ha una funzione critica e una regolativa. Esercita la prima quando si domanda come si faccia educazione di genere. Diventa regolativa quando si fa propositiva e si confronta con il mondo della ricerca per costruire linee guida per rispondere a inediti bisogni.
Lo strumento più incisivo per infrangere il tetto di cristallo - resistente come una pietra e calato sulle potenzialità del genere femminile- è la consapevolezza. E l’utilizzo della cultura come strumento di dialogo sociale, piuttosto che di sopravvivenza e di difesa.
La narrazione di Irene Biemmi e Silvia Leonelli è potente quanto quella dei quaranta intervistati e intervistate dell’indagine proposta.
Irene Biemmi, Silvia Leonelli, Gabbie di genere. Retaggi sessisti e scelte formative, Rosenberg&Sellier, 2016

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