Di Francesca Dallatana Parma, 19 aprile 2026 -
Gli occhi dei perdenti per raccontare il lavoro. I perdenti sono gli ultimi. Quelli che non possono permettersi di rifiutare un impiego, anche se è fuori dal confine della legalità. Lenti a contatto scure per nascondere l’azzurro dell’iride che tradirebbe la provenienza. È tedesco Günter Wallraff. Ha lavorato come operaio presso la Thyssen. Anni dopo, come giornalista ma in incognito, torna nella stessa industria con una “Faccia da turco” per raccontare, da infiltrato, la cronaca dell’inferno degli immigrati. L’editore Pironti pubblica il libro in Italia nel 1983. A oltre quarant’anni di distanza il libro è ancora attuale. E l’attualità aggiunge un dato al reportage di allora: la condizione descritta nel diario non riguarda solo gli immigrati ma più di una volta anche gli autoctoni. L’autore non altera alcunché. Esercita un giornalismo militante per mostrare ciò che altrimenti rimarrebbe invisibile.
Effetto osservatore.
“Faccia da turco” è una testimonianza di alta valenza culturale. Se coerente con i crismi deontologici, il giornalismo diventa una giacca stretta. Wallraff si veste da turco per operare con gli altri e come gli altri. Scrittore militante, si pone l’obiettivo di tratteggiare la condizione degli operai cercando di superare il cosiddetto “effetto osservatore”, secondo il quale l’atto di misurare oppure di osservare un fenomeno inevitabilmente altera il sistema stesso. Così come per la fisica, anche per i sistemi sociali.
Prima e dopo Günter Wallraff.
Prima di lui: Michael Burawoy, sociologo inglese d’origine e americano d’adozione, ha studiato dall’interno, nelle vesti di operaio, le dinamiche relazionali di una fabbrica sovietica; più di recente il giornalista Fabrizio Gatti ha intrapreso un viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi, di cui questo giornale per questa stessa rubrica ha proposto una recensione. Due studiosi e giornalisti militanti, oltre a Wallraff. Non gli unici, non gli ultimi.
Dopo “Faccia da turco” lo stesso autore ha indagato le condizioni di vita degli immigrati in Giappone, con lo stesso metodo dell’infiltrazione, oltre ad altre esperienze di giornalismo di ispirazione sociologica nella trincea del lavoro.
Ali Levent.
Alì Levent: è il nome dell’infiltrato nel mercato occupazionale tedesco. La lingua zoppica e la disponibilità è alta. La preoccupazione più grande è il travestimento: nascosti gli occhi con lenti scure e indossato il parrucchino, il giornalista sperimenta la nuova immagine in un gruppo noto. Nessuno sembra accorgersi del cambiamento. La ricerca di un impiego con la nuova identità può cominciare.
Figlio di un turco e di una donna greca, in Germania da dieci anni. Cerca un posto come operaio. Disponibile a fare la prima mansione disponibile.
Le attività più facili da trovare nella Germania di allora: edilizia, acciaierie, nelle retrovie delle cucine dei fast food.
Sa come stare nel gruppo, senza risultare un corpo estraneo. Fa molte domande, all’apparenza banali. Interlocuzioni, colpi di sonda. Lavora, osserva, rimane in relazione con i compagni e con i capi-turno. Chiede, ma non rompe mai il gioco: rimane nella dinamica sottoposto-padrone.
Edilizia, primo girone.
La modalità della ricerca di un impiego, con l’orologio del tempo indietro di quarant’anni, è molto diversa rispetto a quella odierna. Non c’è internet, non si invia il cv. Si risponde agli annunci pubblicati dai giornali. Ci si presenta nei luoghi di reclutamento. Si fa la fila. Arrivati al tavolo dei selezionatori, spesso non chiedono neanche i documenti. La prima esperienza è nel settore edile. Per molti l’attività è in nero. Se capita qualcosa – fanno notare dalle retrovie – scatta l’iscrizione alla mutua con effetto retroattivo. Fino a che qualcuno alza la voce. Ma gli anticorpi non sono tanto forti da debellare il male. “Chi ha intenzione di spifferare che qui si lavora in nero sappia che lo citeremo per diffamazione. Sei stato tu che ci hai consegnato i documenti in ritardo impedendoci in tal modo di denunciarti regolarmente. Sei tu che ti sei reso colpevole”, urla uno dei referenti aziendali a un operaio tedesco con una forte infiammazione ai denti e la febbre da giorni, che rivendica il diritto alla malattia e alle cure.
La discriminazione anticipa tutte le declinazioni che nei decenni successivi prenderanno forma: razziale, di genere, per età. L’ageismo si presenta tra le righe della cronaca del giornalista fin dalle prime battute, in una formula feroce. “È un collega turco di cinquant’anni il bersaglio preferito del nostro capocantiere. Nonostante lavori con una velocità doppia rispetto ai tedeschi, il nostro capo lo insulta di continuo: se non ce la fai a lavorare più in fretta, babbeo, la prossima volta ti faccio portare via con i calcinacci!”
L’attività è pericolosa e dura. La solidarietà non esiste. Esiste il controllo, il giudizio. E il dileggio. Gli idraulici del cantiere sono tutti molto impegnati nella costruzione dei bagni di lusso delle abitazioni in costruzione. I servizi degli operai di seconda categoria sono intasati, ma rimangono come sono. L’importante è che quelli dei capi-turno tedeschi funzionino correttamente. I capi-turno, nella descrizione dell’infiltrato, sono dei kapò con funzioni di controllo e comando. Il lavoratore è un esecutore.
Thyssen, secondo girone.
Sa che cosa osservare, sa che cosa cercare. Wallraff aveva già lavorato come operaio dentro la Thyssen prima di tornarci con la tuta blu di Alì Levent.
Trecento-trecentocinquanta ore al mese. Significa trascorrere la vita in fabbrica. Dormire molto poco, oppure mai. Gli straordinari obbligati, pena il licenziamento in tronco. L’autore ritrae le facce, i corpi. La penna indugia sulla stanchezza. L’impiego è necessario. Il licenziamento è un mostro da sconfiggere. Gli operai combattono contro i loro corpi per rimanere in piedi, per rimanere attivi in uno scenario malsano, insicuro e buio. Non si profila la luce delle tutele, nonostante il Novecento avanzato.
Il mansionario descritto nel diario è infimo e malsano. Ad Alì Levent e ai colleghi è riservato l’inferno. Ma il peggio non è l’attività in sé.
Il tratto peggiore è il rapporto fra colleghi, il disprezzo verso chi arriva da fuori. Il dileggio verso chi è rimasto in basso espresso da chi è salito di un livello nella scala gerarchica e – forte di un nuovo potere – ora controlla e decide la sorte degli altri.
I capi-turno/kapò sono figure ciniche e senza tratti di umanità, asservite al padrone.
Wallraff restituisce con precisione millimetrica le mansioni. Le conosce, perché ha lavorato. La scrittura è sempre in debito verso l’esperienza diretta. Alla pratica della vita, della fatica e della sofferenza deve originalità e immediatezza. L’autore non prende appunti. Gli basta rivivere l’esperienza, focalizzare l’attenzione sulla quotidianità e la cronaca dall’inferno prende forma.
Più della descrizione delle mansioni, la forza del libro sta nei dialoghi tra operai, che vengono riportati fedelmente all’attenzione del lettore. La prima edizione è del 1983: diversi dialoghi fanno riferimento al nazismo e all’impostazione sociale dettata dal Führer. All’epoca, la memoria dei fatti era ancora molto viva e il dibattito su che cosa è bene e che cosa è male era ancora in corso. I dialoghi sono testimonianze a presa diretta e di grande valore per l’indagine sociologica. Alì Levent, dalla sua posizione alla base della piramide gerarchica, ascolta molto e interagisce soprattutto con calibrati colpi di sonda orientati a contenere le reazioni estreme ma a mostrare in modo analitico il pensiero degli altri.
La Germania dal basso.
Vista dal basso, la realtà tedesca è l’espressione estrema della limitatezza e della fragilità del genere umano. Wallraff racconta la società e il suo rapporto con il fenomeno dell’immigrazione.
Questa non è solo l’immagine della Germania dell’ultimo ventennio del Novecento. È lo specchio dai contorni taglienti della dinamica relazionale tra i sudditi per cause di forza maggiore e i padroni imposti dalle situazioni.
Gunter Wallraff, Faccia da turco. Un infiltrato speciale nell’inferno degli immigrati, Pironti, 1983

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(Link rubrica: La Biblioteca del lavoro e lavoro migrante ” e Gente di Fabbrica https://gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=francesca%20dallatana&searchphrase=all&Itemid=374
https://www.gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=lavoro%20migrante&ordering=newest&searchphrase=exact&limit=30)
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