Un salto indietro nel tempo, per ricordare ruolo e competenze, mi sembra sia inevitabile, considerando il ritorno dell’Ancien Régime, almeno in termini di figure femminili dai “facili costumi” sentimentali.
Le “Maîtresse en titre” risultavano figure affascinanti perché rappresentavano un paradosso storico: erano donne che, in un’epoca in cui non avevano diritti politici, riuscivano a esercitare un potere immenso attraverso la sfera privata e affettiva, anche perché molte di loro erano più colte delle stesse regine.
La loro vita, però, era sul filo del rasoio, perché estremamente precaria e sotto l’attacco costante della regina di turno, della corte, dal tempo che passava e sfioriva la loro bellezza.
Madame de Pompadur fu la favorita più celebre di Luigi XV; non solo amante, ma quasi sovrana al punto da gestire la politica estera, promuovere le arti e sostenere la pubblicazione dell’Encyclopédie.
Il fenomeno, in realtà, affonda le sue radici nel Medioevo ma si formalizza tra il Seicento e il Settecento, diventando un ingranaggio del sistema monarchico.
Dopo la Rivoluzione Francese, l’istituzione della favorita ufficiale svanì. Sebbene i sovrani continuarono ad avere amanti, queste non ebbero più un ruolo pubblico e cerimoniale riconosciuto dallo Stato.
La domanda, a questo punto sorge spontanea: Come mai le Favorite sono tornate di moda? Il filtro sociale sembra essere il ritorno al Patronage? Un tempo, per le masse, la preferita, diventava un bersaglio perfetto: veniva colpevolizzata per le tasse alte (il popolo soffriva mentre lei acquistava orpelli di ogni tipo).
A differenza del Re (figura sacra), lei era umana e quindi attaccabile.
In un mondo che non prevedeva carriere per le donne, la favorita rappresentava l’unico esempio di ascesa sociale, e che pur partendo da una posizione di subordinazione sessuale, finiva per gestire i bilanci dello Stato.
Questo era il passato, come abbiamo ribadito più volte, perché in teoria,
nelle democrazie moderne le relazioni extra – istituzionali dovrebbero essere vissute come un problema di etica pubblica.
L’evoluzione socioculturale delle amanti dei ministri - dalle “favorite” silenziose del passato alle protagoniste che oggi spiattellano tutto – segna il passaggio dal potere dell’ombra al potere dell’algoritmo.
In passato, la favorita, cercava legittimazione all’interno della corte; oggi la cerca sui social media e nei media generalisti.
Gridare ai quattro venti una relazione non è più un errore tattico, ma una strategia di personal branding.
L’amante non vuole più solo il gioiello, l’appartamento, l’incarico istituzionale, ma la notorietà e la trasformazione in personaggio pubblico.
Viviamo nell’era della “casa di vetro”. Un tempo la forza era nel segreto, oggi lo è nel raccontare per prime. Questo neutralizza l’avversario: se lo dico io, non possono usarlo contro di me, come uno scandalo rubato. Paradossalmente, in questo modo si rivendica un ruolo, trasformando il legame da “clandestino” a “ufficiale” per giustificare incarichi o consulenze che altrimenti sembrerebbero inspiegabili.
L’evoluzione socioculturale ha introdotto un nuovo elemento: la narrazione del merito calpestato. Spesso queste figure dichiarano la relazione per prevenire l’accusa di essere raccomandate. Insomma: l’abilità di ribaltare la frittata è diventata uno status quo conclamato e caratterizzato da una normalizzazione dello scandalo.
La politica, ormai, è anche intrattenimento. Rivelare una relazione con un ministro trasforma, un fatto di governo, in una puntata di una serie di Netflix. Questo abbassa il livello del dibattito pubblico ma garantisce, a chi parla, una permanenza mediatica che mai avrebbe se seguisse un percorso professionale serio e di “schiena dritta”.
Si è passati dalla favorita che sussurrava all’orecchio del Re, a “colei” che urla al microfono, garantendosi un posto nel mondo dello spettacolo (spazzatura) e cachet d’oro per periodi, più o meno lunghi.
L’emancipazione femminile, su questa linea, fa un passo indietro di secoli e sfocia in un esibizionismo a tratti becero e a tratti grottesco.
L’emancipazione reale presuppone l’autonomia che prescinde dall’uso che si fa della relazione sentimentale.
L’ascesa per “riflesso” a voce grossa è un atto di rottura che non scardina il privilegio ma lo fortifica, ponendo l’accento su un esibizionismo malato e distorto ai limiti dell’inverosimile.
Queste dinamiche offendono anni di lotte storiche e riportano, nel buio delle tenebre del Medioevo sociale, la luce della ragione, del merito e dei diritti conquistati.
Francesca Della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 Luglio
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Foto copertina: immagine generata dall’AI











































































