Lunedì, 30 Marzo 2026 05:37

Emozioni, progetti, racconti, sorrisi, pianti... In evidenza

Scritto da Raffaele Crispo

di Raffaele Crispo Parma, 29 marzo 2026 -

Negli articoli precedenti ho parlato del ruolo dei volontari in carcere, della loro necessità e utilità per umanizzare i penitenziari e per favorire un reintegro nella società dei detenuti che hanno già scontato la pena o godono di permessi o di un regime di semilibertà.

Ora vorrei condurvi in carcere dove le rigide sbarre ed il freddo cemento creano un senso di oppressione anche per noi “visitatori”. Il mio intento è quello di avvicinare la città al carcere e i parmigiani ai detenuti, per conoscere ed imbattersi in tante storie diverse ma in parte anche simili perché contrassegnate dalle stesse difficoltà e da eguali percorsi di vita tormentati.

Tante storie di vita normale ad un certo punto hanno imboccato strade diverse, sbagliate, illusorie... che hanno portato a commettere errori... ma chi di noi non sbaglia o non può sbagliare? Si entra in carcere e ci sono controlli, lunghe attese, donne con borse enormi e bambini al seguito, ci sono anche persone anziane, genitori di carcerati che forse stanno seguendo il loro figlio detenuto da tanti anni da un carcere all’altro dello stivale a seconda dei trasferimenti. Si attraversano lunghi corridoi e tanti cancelli si chiudono alle spalle, nelle sale dei colloqui si attende ansiosamente il proprio familiare mentre i più piccoli mostrano i primi segni d’insofferenza... ma poi finalmente l’incontro. Si inizia con il raccontarsi tante cose velocemente tra il vocio delle altre famiglie ed il desiderio di dire tutto in uno spazio temporale breve.

Emozioni, progetti, racconti, sorrisi, pianti ed un concentrato di vita riassunto in poco più di una manciata di ore che on sembra mai bastare. In alcuni ci sono le ansie e i patemi per l’incontro misto al coraggio e la voglia di non vedere davanti a sé il mostro, ma il padre, il marito, il figlio da aiutare, da comprendere, da amare senza giudicare. Quanto ci insegnano anche i famigliari con il loro grande amore verso la persona “detenuta”; celano le difficoltà, nascondono la disperazione, educano e si educano al bene. Superano i rancori... una madre si chiede: "dove ho sbagliato nell’educazione” ma...

Giunta al colloquio nulla fa pesare al figlio, le ansie e le preoccupazioni che le ha dato prima di entrare in carcere, le tante bugie che le ha raccontato e i tanti soldi spesi tra avvocati e vite vissute alla massima velocità. Sul volto dei famigliari si legge anche l’impotenza, la mancanza di mezzi e possibilità per “salvare” il proprio caro... perché il bene incondizionato non sempre basta, non sempre serve. La prossima volta continuerò a parlarvi dei colloqui, non solo tra famigliari e detenuti ma anche tra questi ultimi e i volontari

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