Di Francesca Dallatana Parma, 1 marzo 2026 -
Cronaca impietosa dello sfruttamento lavorativo in Italia e in Pakistan. Nel mondo.
Narrazione in forma epistolare alternata al racconto in terza persona. E’ la storia di ribellioni organizzate e partite dal basso contro le mafie del lavoro clandestino e sfruttato nel settore tessile. Ambientato a Lahore, Pakistan, e a Milano, Italia.
In ricordo della morte di Iqbal Masih, il bambino pakistano che dal 1992 al 1995 ha collaborato attivamente con il Bonded Labour Liberation Front, BLLF, in nome dei diritti dei bambini. Iqbal è stato freddato a Lahore da un agricoltore pakistano durante una manifestazione.
Era il sedici aprile del 1995, giorno di Pasqua.
Una morte casuale all’apparenza dai connotati di un’esecuzione.

Fatima e Maria, le giovani donne protagoniste e autrici della parte epistolare del romanzo, si muovono nel tracciato della spinta ideale di Iqbal. Si allontano dallo sfruttamento e cercano un riscatto.
“Dalla parte sbagliata. La speranza dopo Iqbal”: è questo il titolo del romanzo per ragazzi di Francesco D’Adamo, pubblicato da Giunti.
Le voci narranti.
Migrante per necessità, Fatima. In Italia continua ad essere seguita dall’operatore sociale Alessandro, detto Sandrone, dopo un presumibile progetto di accoglienza al quale non si fa cenno nel libro. A Milano ricostruisce la sua vita: un lavoro e una casa, una quotidianità apparentemente in equilibrio.
L’integrazione è faticosa. Presuppone e richiede adattamento. E una capacità di superare la paura. Fatima racconta e osserva la dinamica dell’integrazione vista da un migrante.
E’ di grande impatto il racconto del posto di blocco all’uscita dalla metropolitana e la richiesta dei documenti delle forze dell’ordine. In poche battute l’autore del libro riassume la sofferenza dei migranti, la loro precarietà, la fatica della strada dei senza dimora.
I migranti sono per sempre migranti. Fatima è intrappolata nella ragnatela della paura nonostante sia in possesso di documenti regolari e in corso di validità
Sindacalista degli oppressi, attivista in nome di una necessitata tutela da parte dei bambini e dei lavoratori, Maria. Rimane in Pakistan. Porta avanti sul terreno e in modo concreto il lavoro di Iqbal Masih. Maria racconta a Fatima le visite alle comunità, l’impegno per le vaccinazioni condiviso con i medici.
Descrive con la forza della penna l’immutata situazione di sfruttamento lavorativo nei laboratori tessili. Si sofferma con grande efficacia sulle aspettative delle famiglie e sulle loro richieste rivolte ai figli, adolescenti e bambini. Lo sfruttamento lavorativo minorile si pone sul confine tra necessità pratiche di reddito delle famiglie e la conoscenza lucida e cinica della situazione di povertà vissuta nel Paese degli uomini con la barba.
Gli uomini con la barba sono quelli che impongono le regole. Che picchiano. Che incatenano. Che trattengono in schiavitù i gruppi di bambini-operai nei laboratori tessili. A loro si sostituiscono, da Iqbal in poi, i referenti di società occidentali che si affidano al lavoro di terzisti indigeni, perché ha un costo basso e una grande resa.
Entrambe le protagoniste hanno lavorato in laboratori tessili pakistani. Entrambe hanno incubi durante la notte. Si svegliano di soprassalto e credono di essere in ritardo, di non avere fatto bene il lavoro, hanno fretta di avventarsi sulle ciotole comuni per mangiare e cercare di sopravvivere.
Se ne sono andate con il corpo, dalle fabbriche dello sfruttamento. Non è così facile fuggire con la mente.
Lahore, Pakistan.
Diretto ed incisivo nel descrivere l’ambientazione di riferimento, l’autore. Il laboratorio tessile ospite in uno dei grandi edifici di Lahore sembra un formicaio. Il rendering dell’edificio non potrebbe essere più efficace della descrizione proposta dal libro.
File e file di macchine da cucire senza uno spazio vitale a misura di persona; grovigli di cavi elettrici sul pavimento; aria bassa e pesante; cicaleccio di fondo senza voci umane; occhi fissi sui tessuti movimentati da mani inquiete ed efficienti. Testa china e spalle reclinate per ore e ore.
Questa è la nuova fabbrica tessile degli occidentali, dove vengono assunte, cioè messe al lavoro, due ragazze quasi-adolescenti ancora bambine, figlie di una persona molto vicina a Maria. L’ingresso al piano della fabbrica e al posto di lavoro è introdotto da due uomini della sicurezza, che si occupano dell’accoglienza in modo rude.
L’edificio è una trappola per topi. Il lavoro è una sequenza di azioni razionali e meccaniche da svolgere alla perfezione in nome di una produttività dagli standard impronunciabili per un lavoratore occidentale.
I bambini sono macchine per una produzione in serie. E’ una catena di montaggio: fine pena mai. Maria osserva. Quindi, contribuisce all’azione di riscatto: lo sciopero contro lo sfruttamento nel quale verranno coinvolti altri lavoratori.
Milano, Italia
Fatima è un’assistente alla persona. Badante non convivente, secondo il contratto collettivo nazionale del lavoro di riferimento. Casa-lavoro; lavoro-casa. Frequenta ancora gli operatori sociali dopo la prima fase dell’integrazione, in particolare Sandrone.
Ma un senso di solitudine e di paura continua a rimanerle addosso. Micio Micio è il gatto randagio che vorrebbe adottare, accogliere in casa sua. Tutte le sera l’aspetta vicino a casa. Micio Micio è un nomade delle periferie milanesi e la trascina con sé in una terra senza luci e lontana dall’abitato. Vicina al suo quartiere e sprofondata nella notte e nel fango.
E’ un pezzo di campagna dimenticato da Milano. Micio Micio entra in un vecchio edificio abbandonato e nel tentativo di accalappiarlo Fatima vede una scena a lei molto nota. Sul pavimento di uno dei corridoi interni: una distesa di giacigli improvvisati. Nella stanza accanto: una fila di macchine da cucire e grovigli di cavi elettrici sul pavimento. Bambini al lavoro, bambini migranti non solo pakistani.
Qui non ci sono gli uomini con la barba oppure i loro sostituti-terzisti per i brand occidentali. Qui, ci sono italiani e migranti integrati e trasformati in kapò.
Fatima osserva e ritorna. In una delle sue andate e ritorni coinvolge Sandrone e, insieme, portano via un bambino-schiavo, l’amico del gatto Micio Micio.
E’ il rapimento di un lavoratore sfruttato e clandestino. Un profilo penale complesso. Da qui cominciano le azioni alla ricerca del riscatto sociale.
Libro per ragazzi; messaggio per gli adulti.
Francesco D’Adamo spoglia lo sfruttamento lavorativo dall’astrazione e lo chiama per nome. Il messaggio è molto diretto: il fenomeno convive con la quotidianità della società attuale. Il settore tessile è un settore nel quale lo sfruttamento lavorativo è particolarmente diffuso. La fast fashion è uno dei prodotti dello sfruttamento lavorativo. Come l’alta moda. Con gravi conseguenze di inquinamento ambientale.
Diverse le inchieste dedicate dalla stampa internazionale e dai media agli effetti ambientali e sociali della diffusione della fast fashion. Con effetti incalcolabili sull’equilibrio psico-fisico delle giovani generazioni impiegate come forza lavoro obbligata e sull’annullamento della cultura dei diritti.
Lo scambio epistolare tra Fatima e Maria, da Milano a Lahore e ritorno, è altamente simbolico.
Un libro, un messaggio. La letteratura rimane un veicolo potente di cittadinanza attiva.
Francesco D’Adamo, Dalla parte sbagliata. La speranza dopo Iqbal, Giunti, Milano, 2018
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(Link rubrica: La Biblioteca del lavoro e lavoro migrante ” https://gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=francesca%20dallatana&searchphrase=all&Itemid=374
https://www.gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=lavoro%20migrante&ordering=newest&searchphrase=exact&limit=30)
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