Francesca Dallatana Trento, 23 Novembre 2025 -
Una striscia di tela intorno al corpo magro: è quel che resta di una t-shirt usurata dal tempo. Lo sterno in evidenza, i genitali scoperti. Ha cinque, forse sei anni. Il bambino è sporco e stanco. Chiede la carità e porge la mano destra verso un signore ben vestito. Che prende dalla tasca una caramella. E’ per lui. Il bambino è felicissimo. La prende, la trasferisce alla mano sinistra e la mette dietro la schiena. Tende la mano destra di nuovo. Il signore lo osserva dalla giusta distanza, prende la mira e lancia un’altra caramella verso di lui. Un balzo, azione maldestra e scattante di una mano affamata per assicurarsi la presa. “Mi pareva il gioco che facevo con il mio cane. E ho capito quanto possa essere orribile il mondo.”
E’ l’ultima fotografia del Burkina Faso scattata dalla memoria di Ibrahim Songne, due giorni prima di partire per l’Italia.

Burkina Faso.
Ouagadougou, Burkina Faso, Febbraio 2004. Ibrahim Songne ha dodici anni e la sua è una migrazione per ricongiungimento familiare. A Trento il padre lavora da tempo, da quando Ibrahim aveva un mese di vita.
Fino al 2004 in Burkina Faso, lui è un bambino che vive da bambino. “Vengo dal villaggio Zoumtoéga. Si parla la lingua Bissa. C’era un forte senso della comunità. Vivevo con mia madre, impegnata nella coltivazione del mais, cipolle, arachidi. La comunità del villaggio era un gruppo solidale. Mi bastava bussare a qualsiasi porta e mi davano da mangiare. Il clima era sereno. La povertà era il collante solidale del gruppo. Ci si aiutava. Mio papà mi mandava le scarpe luccicanti. Mi sentivo figo. Mi pavoneggiavo. Andavo con i miei amici a giocare a calcio. Erano tutti scalzi, gli altri. Mi toglievo le scarpe per giocare. A bordo campo c’erano solo le mie. All’epoca non mi sono mai chiesto perché gli altri non avessero le scarpe.” – incalza. “Adesso capisco: non avevano i soldi, neanche per comprarsi le scarpe.” – commenta.
E con accento trentino, affonda tagliente: “Voglio che si capisca bene perché si rischia la vita per andarsene altrove. L’immigrazione parte da un punto A: noi non abbiamo i mezzi, non abbiamo le opportunità. E arriva ad un punto B: si va dove si crede ci siano i mezzi e le opportunità.” In mezzo, una incognita fredda e profonda come il mare.
Il lancio della caramella, la fame disperata, il rispetto e la gratitudine del bambino di Ouagadougou per una beneficenza beffarda: è un’immagine a tinte forti che non sbiadisce nei pensieri di Ibrahim Songne. “Adesso vedo il mondo com’è. E il potere dei soldi. Ripenso spesso alle mie scarpe a bordo campo. Non tutti hanno avuto genitori-eroi come è capitato a me. Se io non fossi nato in questa famiglia probabilmente sarei come quel ragazzino della capitale del Burkina Faso.”
La comunità solidale del villaggio e l’effetto sicurezza della protezione del gruppo, da una parte; il potere dei soldi e il dileggio della carità, dall’altra. Fotogrammi contradditori a poca distanza e nello stesso Paese. E’ un altro scenario rispetto a quello europeo, ma non molto diverso dalle città dell’Occidente ricco.

Trento.
Ventiquattro febbraio duemielaequattro. I piedi sul territorio italiano, all’aeroporto. Poi, Trento. “Trento è una città molto pulita, molto ordinata. Ma il primo impatto per me, bambino del Burkina Faso immigrato, è stato di delusione. Io in Burkina sono stato ingannato dai miei compaesani. Loro stavano qui al Crm a Trento (Centro raccolta materiali, Ndr), lavoravano qui come molte persone immigrate, perché sono disposti a sporcarsi le mani e a qualsiasi lavoro. Ma prima di venire in Burkina si vestivano in modo elegante, con vestiti e scarpe di lusso. Sembravano dei ricconi. Mi aspettavo che tutto fosse più facile, la vita più leggera. Forse è l’aspettativa che hanno molti migranti che affrontano il viaggio.”
In Italia, invece un inizio difficile. “Non mi piaceva il cibo. Piangevo in continuazione. Ero dimagrito tantissimo. A scuola non riuscivo a farmi amici e avevo anche una barriera, cioè: un problema di balbuzie. Ero all’ultimo banco. Molta diffidenza nei miei confronti. Ero l’unico nero”: il tempo trascorso non attutisce il ricordo del disagio. La racconta come è stata: dura.
“Poi ho incontrato la mia seconda mamma, Salamita Ouedraogo, una donna del Burkina Faso, sposata con un italiano. Aveva una figlia in un’altra classe. Alla fine della scuola mi portava a casa sua, mi parlava a lungo, mi ascoltava. Ho cominciato ad avere coraggio. Si è aggiunta una insegnante, la professoressa Maria Teresa Mauro. Mi interrogava sempre, al contrario degli altri docenti che non volevano mettermi in difficoltà per via della balbuzie. L’ho odiata all’inizio. Ma il suo intervento è stato importantissimo. Mi ha dato coraggio. E mi ha suggerito di cominciare a lavorare con una logopedista. Le barriere nel corso del tempo sono via via sfumate.”
Trampolino verso l’autonomia
Autoriparatore: è la qualifica professionale conseguita dopo la media inferiore. A scegliere la scuola sono i genitori. Va a lavorare subito, prima di terminare la scuola. Precoce e informale, l’inizio del lavoro in un bar a Monte Bondone. Per fare cassa, per pagare le sedute di logopedia. Al conseguimento della qualifica, Ibrahim Songne lavora come autoriparatore e in seguito come gommista. E’ veloce: ventiquattro auto in un giorno, a fronte della media di diciotto dei colleghi. Un giorno, il cambio di rotta. Impegnato come autista nota una donna in difficoltà nell’operazione di carico di colli e valigie sull’auto. Ferma il mezzo e l’aiuta. La signora è la madre di un imprenditore trentino dei prodotti da forno. “Vorrei assumere una persona come te”, dice l’imprenditore al soccorritore della signora in difficoltà.
Un leader sa come mettere in moto un leader in fieri. L’imprenditore Sosi lo intuisce.
Ibrahim Songne risponde con l’entusiasmo di chi vuole cominciare una nuova avventura: “Facevo il pasticciere. A furia di fare dolci mi sono appassionato di salato, di focaccia e di pizza. E ho cominciato a studiare sperimentando. La farina, le farine; il lievito, la temperatura, l’amalgama, i tempi. Mi dava molta soddisfazione. Mi stavo avvicinando all’idea di aprire un punto commerciale, di ispirazione solidale. E pensavo alle parole di una mia ragazza di qualche anno prima: devi farti conoscere e devi mettere in condizione le altre persone di fidarsi di te. Mi diceva così. Nel 2018 ho aperto Ibris, a Trento.”
Un inizio anticipato da un impegno intenso di lavoro per mettere insieme la somma necessaria alle operazioni di start up. L’agenda è fitta: “Lavoravo dalle due fino alle dieci del mattino da Sosi. Poi per TrenItalia: sui binari fermavo i viaggiatori e somministravo questionari di gradimento, insomma mi occupavo del customer service. Si, il rompiballe ero io! Ho lavorato anche come cliente fantasma per Wind, Vodafone, per Bmw e per Fiat. Durante il week end facevo il magazziniere.” Sei mesi vissuti pericolosamente e degni di Stachanov.
Immigrato e imprenditore.
Ibris, attività commerciale di ispirazione solidale, dal 2022 è nella classifica delle Top 50 Pizza. Una storia di integrazione di successo, senza sbavature di discriminazione.
Sorride ironico Ibrahim Sogne e l’italiano perfetto e aperto del trentino scivola verso la cadenza del dialetto locale. “Un bianco al banco fa la differenza”: è un fatto. Lo spiega: “Il primo locale che ho aperto è il punto vendita da asporto. Ho assunto una collaboratrice proveniente dal Pakistan, ormai un’amica, professionale e bravissima. E’ bianca. Lasciare lei da sola al banco significa trovarlo vuoto al mio ritorno. Non succede la stessa se a vendere sono io.”
Sul pregiudizio e sulla discriminazione, un significativo flash back nel passato recente: “Ero al telefono davanti al mio locale. Esce una coppia di italiani, sui quarantacinque anni. Una dice all’altro: davvero buona la pizza, una delle migliori pizze che io abbia mangiato. Non capisco proprio perché debbano assumere gente di colore.”
La discriminazione per provenienza territoriale è diffusa e resistente. L’accento di Ibrahim Songne si avventura sempre di più nella cadenza locale: “Rispondo con un’altra esperienza personale. Vivevo a Lavis e cercavo una casa in affitto a Trento. Su Internet intercetto un annuncio appena pubblicato. Chiamo immediatamente. Chiedo se sia possibile vedere la casa. La signora dice: sì, certo, è possibile e adesso mi trovo proprio qui. E aggiunge: tu sei bravissimo perché hai risposto a un annuncio che ho appena pubblicato. Prendo la bicicletta e raggiungo l’indirizzo a gran velocità. Stupore: ma sei nero! Non me lo hai detto al telefono! Quando sono partito ero bianco e pedalando sono diventato nero. Le rispondo così. E comunque la casa l’ho appena affittata. Ribatte lei.”
Accoglienza, integrazione, informazione.
Che cosa può fare l’informazione locale per promuovere il superamento delle barriere dell’integrazione? “A cosa serve l’informazione dove non ci sono le risorse? Non si parla di ciò che non si conosce.”, risponde. Il riferimento ai due conflitti in corso coperti dai media è evidente. Dei conflitti in corso nei Paesi africani non si parla. Non ci sono telecamere.
Il tono diventa incalzante: “Vengo definito africano. Per comodità. A volte ci basta quello che sappiamo. E’ necessario educare gli italiani, dire le cose come stanno: l’Africa è un continente. Non è uno Stato. Sono cinquantaquattro gli Stati africani, ciascuno con una o più lingue, ciascuno con la sua cultura, ciascuno con i suoi colori. E’ necessario conoscere.”
Ha ideato il progetto “Ponti meticci” finalizzato a promuovere la conoscenza, ad educare.
Processi di accoglienza e di inclusione, oggi. Quale l’opinione dell’imprenditore Ibrahim Songne? “La migrazione è un gratta e vinci, pagato a caro prezzo. L’investimento è la vita stessa dei migranti. Tenuto conto che il novanta per cento delle persone provenienti dai Paesi africani non sa nuotare. Perché noi non abbiamo il concetto del divertimento. Va molto bene se abbiamo visto un fiume oppure un lago. La nostra vita la dedichiamo alla sopravvivenza. Il viaggio verso l’Europa è una scommessa.
Il viaggio è pagato dalla famiglia. Se la persona arriva vuole mettersi in gioco subito. Disponibile al lavoro, immediatamente. Ma ha bisogno di opportunità. Vuole lavorare. Allora entra in un bar e chiede di lavorare e il proprietario chiede un documento per l’assunzione. Non sempre è possibile averlo in tempi brevi. E nel frattempo io della mia vita non capisco più niente e comincio a pensare che forse vivevo meglio in Africa, nella povertà. Se non ti vengono date le opportunità per diventare indipendente si cercano le strade facili, qualche volta fuori dalla legalità. Una persona non infrange le leggi per puro divertimento. Lo fa perché non ha più niente da perdere.”
Afferma, ancora: “Si fa accoglienza, ma non è sufficiente. Si fa poca integrazione.”
Inarrestabile, inquadra il tema con un grandangolo: “L’Europa dovrebbe lasciare liberi gli Stati africani. Molti dei quali non possono fare alcunché senza che Francia oppure un altro Paese europeo non vogliano. Fino a poco tempo fa erano ancora in vigore le tasse coloniali, da poco (negli anni Ottanta e oltre, Ndr) abolite da alcuni Presidenti.” Ibrahim Songne cita Thomas Sankara, leader carismatico di tutta l’Africa occidentale sub-sahariana. E ne parla come del Che Guevara del Burkina Faso.
Azioni concrete alla meta.
Educare gli italiani è una forma di avvicinamento. Non c’è inclusione senza guardarsi da vicino, senza la condivisione della vita quotidiana
Ibris è un’attività commerciale che non dimentica chi ha bisogno. Il titolare Ibrahim Songne propone alla comunità la pizza sospesa: “Un aiuto concreto rivolto a coloro che non possono permettersela. La raccolta fondi ha raggiunto una cifra a quattro zeri. La pizza sospesa è diventata un progetto sospeso che ha allargato le maglie e che coinvolge dodici soci, persone titolari di attività commerciali e impegnate in altre attività professionali. Alla pizza sospesa si aggiungeranno colazioni e pranzi sospesi e beni di prima necessità sospesi. Una rete di solidarietà targata Trento che vorremmo estendere ad altre città. Costituita due settimane fa, l’associazione si chiama Give e il motto è: “dare per cambiare”. Un albero come simbolo.”
Attraversa il mare, attraversa l’Africa e ritorna con la mente e con i progetti in Burkina Faso. “Sto cercando di costruire un villaggio. Dove portare una pizzeria e il percorso formativo necessario per insegnare un lavoro, per gestire un’attività nel Paese, se si vuole, perché in Burkina Faso la tassazione è molto più bassa rispetto a quella italiana. Se invece si decide di andare altrove, lo si fa con una competenza acquisita. E con una conoscenza diretta della cultura del lavoro europea.”
Informazione è potere. E la formazione è lo strumento principale di avvicinamento fra le culture. L’esperienza professionale di Ibrahim Songne ne è diretta testimonianza.

(Componenti Associazione Give)
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(Link rubrica: La Biblioteca del lavoro e lavoro migrante ” e Gente di Fabbrica https://gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=francesca%20dallatana&searchphrase=all&Itemid=374
https://www.gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=lavoro%20migrante&ordering=newest&searchphrase=exact&limit=30)
Su Amazon il primo Libro di Francesca Dallatana
https://www.amazon.it/dp/B0FP2BDQB2/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=V9234QB7I3IC&dib=eyJ2IjoiMSJ9.dbvyMW9_EhMtdlDa3Be_gyC8rApBBPGA1ByI5TDR-moOVpDcKw85bzJBsEQ1LpTUkcTQlb62KnSrsgFV6rBMW7jMC5PiUj9eGehJOB-xsz0g3uIRjYdnd3uzsTONdvoJewNAjQgJP8cLNQVnXAFsZefmQLWHU21RJQBiPRit-P8G6GcEhW0Ky4Z8gT3Ln5bZPuhbTDavGvHcmde9Qh3OT02Nel4GL0giyFaMSPKj3a4.OEoViGb4nM9J2JGqRsj97d22piyuEiHwvDrVHwsdcEw&dib_tag=se&keywords=neri+di+lavoro&qid=1756385868&s=books&sprefix=neri+di+lavoro%2Cstripbooks%2C69&sr=1-1











































































