Di Francesca Dallatana Parma, 26 ottobre 2025 -
Le badanti non si confidano neanche con sé stesse. Hanno paura di raccontarsi le proprie nostalgie, i rimorsi e le preoccupazioni. Meglio rimanere in bilico sul crinale della terra di nessuno. Il lavoro in un altro Paese è una terra di nessuno, dove non si è più riconosciute per come si era e ci si sentiva nel Paese d’origine; dove gli altri ti guardano con occhi diversi e vedono una persona nuova, senza passato e senza futuro. Le badanti sono la mansione descritta sul contratto di lavoro. Sono solo quello che fanno. Un’esagerazione letteraria? Forse è così, ma è un’efficace chiave di lettura di una testimonianza che trae linguaggio e ispirazione dalla realtà quotidiana. Quando tornerò è il titolo del romanzo di Marco Balzano, pubblicato da Einaudi. Per scrivere il libro, l’autore ha affrontato un viaggio in Romania e ne ha tentato uno nelle dinamiche intime delle lavoratrici migranti. Un’opera tristemente realistica e altamente significativa.
Terra di nessuno.
Un libro dedicato al lavoro dei migranti, con particolare attenzione al lavoro di cura nelle sue diverse declinazioni: babysitting, assistenza agli anziani e lavoro infermieristico. La protagonista principale è una donna rumena che si trasferisce in Italia per motivi economici. Le lavoratrici impegnate nel lavoro di cura provenienti dalla Romania e dalla Moldova sono le più numerose in Italia, ma non sono le sole. Il romanzo è una testimonianza altamente rappresentativa del lavoro migrante e introduce una riflessione sulle persone portatrici di fragilità, emarginate al confine dell’immaginario collettivo dell’Occidente produttivo. Nonostante la popolazione sia sempre più anziana e nonostante sacche di fragilità sempre più evidenti e spesso non codificate, il supporto alle fragilità viene delegato molto spesso a persone migranti. Non è un lavoro residuale: è un’attività fondamentale per la tenuta sociale ed economica. Daniela, la protagonista principale, se ne va senza salutare, di notte, da una città rumena ai confini con la Moldova. È più facile sfuggire agli affetti senza guardare negli occhi i figli che rimangono ad aspettare e il marito disoccupato per cause di forza maggiore e finito nella spirale dell’alcolismo. Se ne va via con la volontà di ritornare in tempi brevi e di trovare una soluzione veloce e definitiva alla sofferenza economica della famiglia. Il lavoro richiede soprattutto pazienza e capacità di attesa. Stare accanto al primo assistito significa imparare la lingua italiana attraverso le parole del dolore e spesso dell’aggressività e della rabbia. La quotidianità le impone di silenziare i ricordi e i pensieri di casa, della famiglia rimasta in Romania, e di trasformarsi in una lavoratrice attenta e attiva, senza lasciare spazio alle preoccupazioni. La necessità la costringe ad accettare un lavoro fuori dalla legalità, per rispondere alle esigenze del qui ed ora: una casa dove stare, soldi subito per la famiglia in Romania e per le proprie esigenze quotidiane. Il lavoro nero gode di una sorta di extraterritorialità, perché può essere negato semplicemente imponendo alla lavoratrice l’allontanamento dal luogo di lavoro. Il lavoro nero è la terra di nessuno per antonomasia: nega i contenuti, il tempo del lavoro e l’identità professionale del lavoratore. Ci sei, ma non ti vedo; ti pago, ma non hai lavorato; hai lavorato, ma non ti pago perché non hai lavorato bene. È la negazione dell’evidenza. È la più alta offesa inferta al lavoro, quasi fosse una scudisciata. Daniela relega nell’angolo più buio della propria memoria la sé stessa rumena: la madre preoccupata e affettuosa di Manuel e Angelica, e la moglie di Filip. Daniela dimentica Daniela.
A senso unico.
La migrazione, per Daniela, è un percorso obbligato. Il mercato del lavoro rumeno del periodo di riferimento non consente di rialzare agilmente l’asticella del benessere. Il senso di responsabilità verso la famiglia impone il viaggio migratorio verso un mercato del lavoro più reattivo, conosciuto attraverso l’eco delle narrazioni di altre lavoratrici già partite. A raccontare l’assenza di Daniela e l’incredulità della famiglia è il figlio Manuel. L’incipit del romanzo è affidato a lui: la casa silenziosa, la vita quotidiana, gli oggetti e i pensieri parlano di lei. Qualcosa delle persone rimane anche dopo che se ne sono andate: nelle stanze, nelle case e nei luoghi. È come se la loro ombra fosse stata trattenuta. Manuel, Filip e Angelica cercano Daniela, convinti di trovarla e di rivederla, nonostante la fermezza della ragione dica loro che se ne è andata. Dopo la cronaca della reazione all’assenza di Daniela, la scena si sposta a Milano: città caotica e fredda, introdotta da Clarissa, un’assistente alla persona più anziana. Daniela non capisce come una persona anziana possa essere d’aiuto a un’altra persona anziana e si rende conto che il tempo in Italia ha una velocità spiazzante. La collega anziana è in Italia da quattro anni. Toglie la cuffia e pettina con le mani una chioma folta di capelli crespi e bianchi. È invecchiata spaccandosi la schiena nella movimentazione dei corpi degli assistiti. Si lamenta di tutto: delle famiglie che l’hanno assunta e della loro accoglienza, del cibo senza sapore, dei tempi di riposo controllati e centellinati, del sonno notturno interrotto dalle urla dell’assistito. Dice a Daniela come e dove incontrare altre rumene a Milano, quasi tutte impegnate a fare le badanti, e le propone il primo lavoro. La terra di nessuno l’ha già inghiottita, anticipata dalle parole della donna rumena più esperta.
La vita va avanti a scatti di stanchezza. Si crede di avere raggiunto il limite delle potenzialità fisiche ma c’è sempre un abisso più profondo, dove la schiena comincia a mantenere stabilmente un profilo curvo e le spalle si abbassano insieme alla testa e allo sguardo che diventa sfuggente. E’ la trasformazione dei corpi nella terra di nessuno. La stessa trasformazione vissuta dagli assistiti. La narrazione è concentrata sulla storia di lavoro e di migrazione di Daniela. Ma non sfugge alla penna dello scrittore la solitudine degli assistiti affidati alle cure di persone che arrivano da lontano.
Assistiti e assistenti. La galera della negazione.
Assistiti e assistenti vivono una comune condizione: la società sembra volere dimenticare la loro identità precedente. Figure ai confini della società: improduttivi, gli assistiti; produttivi ma a carico di famiglie spesso affaticate, le assistenti. E ancora: improduttivi gli assistiti per raggiunti limiti di età; improduttive nel loro Paese d’origine le badanti per cause socio-economiche di forza maggiore e lavoratrici spesso considerate residuali.
A proposito dell’assistito di Daniela, suona realistico il dialogo tra Clarissa e Daniela:
- “Avevo capito che li conoscessi.”
- “Hai capito male, non l’ho mai visto, - ribatté stupita.
- Ci andava una mia amica che è stata assunta in un’impresa di pulizie, beata lei…
- Perché beata lei? E’ meglio fare le pulizie?
- No. Ti pagano poco e devi per forza affittare un appartamento. Però le scale le lavi e sei a posto, non ti svegliano di notte… E non ti fanno venire i capelli bianchi”
Intanto Clarissa guarda in continuazione l’orologio perché sta per scadere il tempo del riposo e i figli della vecchia controllano anche i minuti. Gli assistiti sono “la vecchia” oppure “il vecchio”. Come le badanti perdono la loro identità.
Flusso di coscienza.
Daniela rientra stabilmente in Romania per assistere il figlio, ricoverato in ospedale in stato di incoscienza. Qui comincia il flusso di coscienza, che trae spunto dalle parole mai dette e dalle emozioni ricacciate in gola durante gli anni di assenza dalla famiglia e dal Paese d’origine. Accanto al figlio, Daniela confida a lui molto di ciò che a fatica è riuscita a dire a se stessa: un flusso di coscienza alla ricerca del senso della migrazione e, soprattutto, un’indagine profonda sul sentimento della maternità. Il senso di responsabilità verso la famiglia e verso il futuro dei figli è la causa principale della decisione di raggiungere l’Italia in cerca di lavoro, cioè di una soluzione che permetta di trasformare la sopravvivenza economica in una vita degna di essere vissuta. In sottofondo al racconto di Daniela emerge una riflessione di natura esistenziale, al confine con la depressione. A fare da sfondo a questa confidenza terapeutica, affidata al figlio, c’è il cosiddetto “Male d’Italia”, noto anche come Sindrome Italia, caratterizzato da sintomi di ansia, depressione e isolamento. Il libro solleva il velo sull’isolamento dalla comunità di appartenenza e sulla negazione dell’identità, delle attitudini e dei talenti espressi in precedenza. Per scommettere su una vita futura migliore, capita di dover dimenticare sé stessi.
Marco Balzano, Quando tornerò, Einaudi, Torino, 2021

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