Domenica, 07 Settembre 2025 08:05

Due domande a Beppe Severgnini In evidenza

Scritto da Guglielmo Mauti

Beppe Severgnini, celebre giornalista e scrittore, a margine di due incontri a Festival Letteratura ha risposto alle domande della Gazzetta dell’Emilia

Di Guglielmo Mauti Mantova, 6 settembre 2025

- Dottor Severgnini, lei ha presentato un libro che contiene diverse poesie. Marcello Fois  a Festival Letteratura ha parlato della poesia come la “personal trainer delle parole”, perché le allena e le prepara per gli scrittori. Mi dà la sua visione?

“La poesia è implacabile, non perdona, è perfetta, non ti dà la possibilità di sbagliare una parola. La narrativa sì, il giornalismo non parliamone. La dimostrazione la danno le poetesse italiane che ho citato oggi (all’incontro sul suo ultimo libro, vedasi articolo precedente): hanno usato parole perfette, precise. Io penso che la precisione sia importantissima e che le parole precise siano romantiche, non pedanti.

Io non sono un poeta ma sono un lettore di poesie, e penso che passata la stagione di poeti come Sereni, Montale e Ungaretti, dagli anni ‘70 questa arte è diminuita e in alcune librerie non si trova più neanche una sezione ad essa dedicata.

Nonostante questo, penso che moltissimi italiani sappiano riconoscere la poesia. E sa come lo fanno? Attraverso cantautori come Guccini, Battisti, Fossati, Battiato, Vecchioni e molti altri che per tre decenni, dagli anni ‘70 agli anni ‘90, hanno scritto delle vere e proprie poesie in musica. Oggi le canzoni sono belle ma non le definirei poesie.

Finita questa generazione, si potrebbe ricreare uno spazio nuovo per la poesia. Io amo poeti come Vittorio Sereni, Mariangela Gualtieri, Grazia Calandrone, Luciano Erba e Patrizia Valduga che con le loro parole efficaci stanno trovando un po’ più di spazio. Certo, che se le persone preferissero un libro allo smartphone avremmo sicuramente numeri più alti.”

Oggi lei ha parlato della terza età, di invecchiare con lo spirito giusto. Siamo in una Nazione che sta invecchiando. Lei che da sempre osserva gli italiani, come vede questa tendenza? 

“Io sono del 1956 e in quegli anni, con una popolazione inferiore a quella di oggi, nascevano 980.000 bambini all’anno: oggi con quasi 60 milioni di abitanti le nuove nascite sono via via passate da 380.000 a 350.000, un terzo. Stiamo parlando di un problema demografico colossale che conoscono tutti, dalla politica ai giornali. Ma se un giovane laureato guadagna 1800 euro al mese o non ha una situazione lavorativa stabile, se in un Comune non esistono gli asili nido o se un genitore deve passare una mattina intera per trovare il pediatra al telefono, capisco che non ci siano le condizioni per avere tanti figli e che le famiglie dicano “ne ho fatto e ho dato!”

L’immigrazione in questo senso potrebbe compensare questo fenomeno?

“Un po’ sicuramente sì, come è avvenuto in tanti altri Paesi. Quando i governi decideranno di gestire l’immigrazione in questa prospettiva, considerandola una risorsa e non un problema senza ovviamente ignorare gli evidenti problemi sociali che ci sono, probabilmente cominceremo a fare un investimento per le prossime generazioni.”

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