Di Francesca Dallatana Parma, 10 agosto 2025 -
Piombino è la fabbrica. L’Elba è il salotto buono dei milanesi e dei tedeschi in trasferta. Da una parte la disperazione del lavoro all’acciaieria; dall’altra le stradine lastricate e le spiagge bianche.
Dentro Piombino: da una parte la fabbrica; dall’altra la comunità operaia. Di qua le ciminiere e le colate e i carroponte e i turni di lavoro che non finiscono mai. Dall’altra parte un casermone, un edificio alto fino a toccare il cielo, scandito nei rettangoli delle finestre senza lapide, loculi inquieti animati da un vociare confuso. I loculi aperti si affacciano sul mare. Che sbircia l’Elba. E’ l’ambientazione di “Acciaio”, il romanzo di Silvia Avallone pubblicato da Rizzoli nel 2010, vincitore del Premio Campiello nello stesso anno.
Francesca e Anna, adolescenti, i loro gruppi familiari di riferimento e la comunità intorno. Un composito quadro sociale con l’acciaieria Lucchini in sottofondo alle dinamiche sociali e alla rabbia quotidiana per un futuro difficile. Anna è figlia di una sindacalista che immagina una laurea per lei e lavora per un suo riscatto sociale, nonostante l’inconcludenza di un padre ai confini della legalità. Francesca è figlia di un uomo violento e di una donna remissiva che non vede oltre Piombino e oltre Anna.
Il romanzo.
Cronaca di un’adolescenza inquieta, quindi viva. Romanzo di formazione. Diario di fabbrica. Che è una condizione umana. Che trasforma le esistenze di tutti: degli operai e di quelli che vivono nella penombra delle ciminiere. Non scolpisce i muscoli, la vita di fabbrica. Annacqua gli occhi di stanchezza. Impedisce di sognare il futuro alle giovani generazioni. E suggerisce le appartenenze politiche. Rifondazione Comunista da una parte; Forza Italia dall’altra. Ci si allinea con questi o con quelli a seconda delle affinità elettive e delle visioni della vita, qualche volta anche per acritica idiosincrasia. E’ un romanzo dalle tinte forti, l’opera prima di Silvia Avallone. Dalla scrittura che affonda la lama nella carne sofferente di un mutamento sociale visto da dentro da protagonisti al limite dell’equilibrio emotivo. Francesca e Anna rappresentano il futuro e iniziano la corsa con le scarpe metaforicamente appesantite dal fango, con i tratti distintivi di una socialità definita e limitata dall’appartenenza alla classe operaia. Quasi un’eredità genetica. La loro visione del mondo è viziata dal punto di partenza. Condizione ineluttabile per il genere umano. La fabbrica è presente, con i suoi ritmi di lavoro, le macchine, l’altoforno Afo 4 che impone le regole di vita a tutti i personaggi nella estate del 2001. Quando negli Stati Uniti le torri gemelle vengono colpite a morte.
Il libro è magmatico, per la scrittura a saliscendi tra descrizioni della vita di comunità e medaglioni dedicati alla vita di fabbrica. Seduttivo per la descrizione diretta e carnale dei corpi delle ragazze all’inizio, al centro, durante e alla fine della narrazione. Al limite estremo di una sensualità provocatrice. La fotografia letteraria dedicata alla fabbrica rappresenta l’inferno quotidiano dal quale si vorrebbe fuggire. La scrittrice esagera con la penna nella descrizione della fisicità adolescenziale delle protagoniste e fa altrettanto con la descrizione dei processi produttivi, delle macchine, della vita dentro la fabbrica. Silvia Avallone alterna in continuazione la descrizione dei corpi e la danza dei corpi al degrado della periferia e all’inferno di fabbrica, incandescente per la temperatura e per la vitalità spietata degli operai, ispirata alla sopravvivenza. Alterna l’appello all’idealità politica alla vigliaccheria della violenza domestica; e ancora: l’aspirazione ad un futuro diverso alla dannazione dell’incapacità di spiccare il volo.
Una penna di frontiera. Al confine tra ciò che si pensa e ciò che si può dire.
La penna dello scrittore se non osa non è.
I corpi, i luoghi.
La fabbrica impone le architetture. I casermoni popolari sono condomini con piccoli appartamenti e le finestre affacciate sul cortile interno oppure verso il mare e sono abitati dai personaggi del romanzo. Chi è rivolto allo spiazzo interno vede la disperazione degli altri, sente le urla di dolore, intuisce la violenza domestica. Chi guarda il mare vede l’Elba e immagina un altro mondo sociale. I luoghi condizionano gli stili di vita. Proprio come la fabbrica. I luoghi di vita e di lavoro modellano i corpi.
L’agricoltura ha scolpito il corpo di Enrico, il padre di Francesca. Prima di lavorare nell’acciaieria era muscoloso e tonico. In fabbrica il corpo si è gonfiato, come se il calore dell’altoforno fosse entrato dai pori e si fosse assestato tra i muscoli e la pelle. Ritmo implacabile, il lavoro di fabbrica. E la vita comincia a trasudare di frustrazione, di impossibilità di futuro. E lui prende a sfogare la rabbia esistenziale inespressa sulla moglie e sulla figlia. Dallo stesso ritmo di fabbrica si svincola disarmonicamente e pericolosamente Arturo, il padre di Anna. Che non riesce ad abbandonare la precedente abitudine all’illegalità. La creatività della destrezza e del malaffare rifuggono dai ritmi ordinati del lavoro.
I luoghi concorrono a definire i corpi. I corpi delle donne, di Rosa e di Sandra, madri rispettivamente di Francesca e di Anna, prendono la sagoma della loro quotidianità. Su e giù per le rampe di scale del condominio fino al piano ultimo cioè sul tetto, a stendere i panni; si chinano e si rialzano e guardano il mare e vedono l’Elba che è vicina ma impossibile da raggiungere. Una vede il futuro della figlia, oltre il confine della vita di tutti i giorni; l’altra rinuncia a vivere. I capelli diventano crespi e bianchi, i corpi di appesantiscono di stanchezza. Con ritmo diverso ma inesorabile. Il futuro spazzato via dagli impegni di vita quotidiana senza gratificazione profonda annulla l’identità.
Sul tetto Sandra osserva Rosa. E’ più giovane di lei. Ma la sua vita è già affogata nella rassegnazione. Non ha mai sognato di osare. E nemmeno di andare via dalla violenza del marito. La casa piccola, il caldo, i corpi accalcati in uno spazio limitato le impediscono di immaginare il domani.
Gli spiazzi di ritrovo dove sgommano i motorini dei giovani da poco fuori dall’adolescenza sono pavimentati in calcestruzzo. E’ una periferia industriale quasi stupita di fare la eco a schiamazzi e a marmitte, una piazza anonima che standardizza sogni e attitudini. Anzi, li cancella.
I luoghi di “Acciaio” sono duri come l’acciaio. Anche la sabbia impiastricciata sui corpi delle ragazze, spiati da Enrico con il binocolo e oggetto di voyerismo condominiale, assume la consistenza del cemento e la prepotenza della colata continua. L’Elba rimane l’utopia. Il futuro non raggiungibile.
L’Elba è la spiaggia di sabbia bianca e fine che ricompone l’unione di Francesca e Anna, alla fine del libro, in una dinamica di ricongiungimento tra le due amiche molto delicata e poetica, guidata con affetto e grande cura dalla madre di Anna. Nonostante l’infatuazione di Anna per Mattia; nonostante la delusione di Francesca per l’allontanamento di Anna; nonostante l’usura inferta dalla vita di fabbrica al corpo e alla mente di Enrico. Nonostante il futuro impedito dai serrati obiettivi della fabbrica imposti alla comunità locale e alle vite delle persone. Nonostante le tempeste della vita, Anna e Francesca si ritrovano dall’altra parte del mare, sull’isola d’Elba della riconciliazione e del futuro.
Ambiente di vita, luogo di lavoro.
Anche i luoghi diventano vecchi. Non solo le persone. I luoghi dimostrano la vita che hanno vissuto quando l’armatura sporge dal cemento sbrecciato, i fili d’erba spuntano dalle pavimentazioni di calcestruzzo, le ciminiere si trasformano in capitelli del cielo senza fumo. E i casermoni diventano contenitori di loculi svuotati dal tempo e dall’abbandono. E dimenticano le grida dei bambini e il chiacchiericcio negli spiazzi interni.
Il grande contenitore destinato all’edilizia popolare del quartiere Stalingrado (una invenzione dell’autrice, ndr) è vecchio anche quando ospita operai e famiglie.
“Acciaio” è il romanzo del Novecento sbiadito. Scritto nei primi anni del terzo Millennio. Una valigia di passato con l’energia inquieta del futuro.
Silvia Avallone, Acciaio, Rizzoli, Milano, 2010

(Link rubrica: La Biblioteca del lavoro e lavoro migrante ” https://gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=francesca%20dallatana&searchphrase=all&Itemid=374
https://www.gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=lavoro%20migrante&ordering=newest&searchphrase=exact&limit=30)











































































