Stampa questa pagina
Lunedì, 07 Giugno 2021 10:46

«VANGELO E MOSCHETTO. Fascismo e Cattolicesimo: Sintonie, Attriti, Battaglie Comuni» Recensione al libro di RAFFAELE AMATO  In evidenza

Scritto da

di Autori (*) 7 giugno 2021 - Il corposo saggio dell’Ing. Raffaele Amato, «Vangelo e Moschetto. Fascismo e cattolicesimo: sintonie, attriti, battaglie comuni», edito nel 2019 per la prestigiosa casa editrice Solfanelli, costituisce un contributo scientifico imprescindibile se si vuole studiare, con attenzione, il complesso e non sempre felice rapporto tra fascismo italiano e Chiesa Cattolica.

La posizione «liquidatoria» di Pietro Scoppola, espressa nell’opera «La proposta politica di De Gasperi», Bologna, il Mulino, 1977 (I edizione) secondo la quale solo una riflessione critica, mancata nel secondo dopoguerra, da parte dei cattolici nel sostegno al regime e tendente a rimarcare il ruolo da essi svolto nella lotta contro il fascismo poteva legittimare il senso della loro partecipazione alla ricostruzione democratica del Paese, appare semplicistica e incapace di cogliere quei punti di contatto, quali la lotta al sistema liberalcapitalista, alla massoneria, al marxismo (anche attraverso la partecipazione dei cattolici alla guerra di Spagna), la terza via corporativista, che hanno evidenziato punti di convergenza tra fascismo e cattolicesimo. Quest’ultimo è un punto particolarmente interessante sul quale Amato si sofferma nel capitolo 8. Infatti, alla vigilia del congresso che sancì la nascita del Partito nazionale fascista, Mussolini in persona ribadì che la sostituzione del Senato con un organo di rappresentanza degli interessi professionali costituiva una delle linee programmatiche del partito:

«[Il programma fascista prevede, n.d.a.] la limitazione delle funzioni e dei poteri attualmente attribuiti al parlamento e l’istituzione dei consigli nazionali tecnici con funzione legislativa, limitatamente al loro dominio. Di competenza del Parlamento i problemi che riguardano l’individuo cittadino dello Stato e lo Stato come organo di realizzazione e tutela dei supremi interessi nazionali; di competenza dei consigli tecnici nazionali i problemi che si riferiscono alle varie forme di attività degli individui nella loro qualità di produttori. Pertanto, ogni cittadino maggiorenne disporrà di un voto politico per la elezione dei deputati al parlamento e di un voto quale produttore per l’elezione del consiglio tecnico nazionale». Abbozzando una formula di doppia rappresentanza politica e organica, le parole di Mussolini ricordavano molto da vicino altri progetti corporativi in circolazione nell’Europa postbellica, come per esempio quello di Seipel e del Partito cristiano-sociale austriaco. Su queste basi, la dottrina del corporativismo fornì insomma un terreno fertile, se non una vera piattaforma programmatica, sul quale divenne possibile, nonostante l’originario anticlericalismo del movimento mussoliniano (si veda il Programma sansepolcrista del 1919 attraverso lo «svaticanamento» dell’Italia), l’incontro ideologico tra cattolicesimo e fascismo, prima sul piano nazionale, poi su scala europea in quanto, come ben sottolinea Amato, entrambi avevano il fine di una ricomposizione non solo economico-sociale, ma anche politica, tra le classi. Non fu certo l’unico motivo che spinse parte del mondo cattolico verso l’adesione più o meno aperta a partiti e regimi di stampo fascista, ma nonostante contraddizioni e ambiguità rimase a lungo uno dei punti di convergenza più importanti. Ne offrì una prova, nel caso italiano, l’appoggio ottenuto dal governo Mussolini nella fase di inaugurazione della politica sindacale con segmenti importanti del mondo cattolico che approvarono pubblicamente i primi interventi di repressione della conflittualità sociale, presentati tramite la vuota formula della conciliazione degli interessi. 

     Furono, però, i Patti Lateranensi del 1929 con la soluzione della c.d. «questione romana» che segnarono il punto più alto della collaborazione tra Chiesa e fascismo. L’autore, in modo molto chiaro (Capitolo 4, pagine da 70 a 73), evidenzia come essi cicatrizzarono una ferita profonda, aperta dal 1870 all’interno di un Paese profondamente cattolico. Certo, non mancarono gli interessi delle singole parti, ma la soluzione pattizia consentì da un lato alla Chiesa di porre un freno alle degenerazioni laicistiche e «rinsaldare la fede delle masse» (p. 71), dall’altro allo Stato di integrare il fascismo con il cattolicesimo quale presupposto per una normatività ed eticità orientate sebbene in assenza di assunzione di modelli metafisici propri del pensiero filosofico cattolico. 

     Amato ha, dunque, un grande merito: quello di aver sapientemente ricostruito le posizioni delle parti senza tralasciare i momenti di contrasto, lasciando intuire, anche nel periodo della Repubblica Sociale Italiana (settembre 1943 - aprile 1945) la quale non venne formalmente riconosciuta dalla Santa Sede, che se il fascismo non fu un movimento cattolico, trovò, però, nel cattolicesimo il presupposto per quella elevazione spirituale che il liberismo individualistico aveva ridotto a monade. 

Autori (*)

Prof. Avv. Augusto Sinagra (Università «La Sapienza» di Roma) 

Prof. Daniele Trabucco (Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e 

Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/INDEF. 

Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico)

Ultimi da Redazione

Articoli correlati (da tag)