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Martedì, 22 Ottobre 2019 15:13

È Bobbio il “borgo dei borghi” 2019

Il borgo della Valtrebbia, nel piacentino, ha sbaragliato i 60 finalisti ed ha conquistato la prima posizione del “talent” di Rai Tre che mette in competizione i piccoli centri più suggestivi per storia, arte, cultura, bellezze paesaggistiche ed enogastronomia. 

Piacenza -

Ernest Hemingway ha definito la Valtrebbia “la vallata più bella del mondo” e aveva ragione. Lo scorso 20 ottobre, Bobbio, piccolo e suggestivo centro del piacentino, ha conquistato la prima posizione del talent di Rai Tre “Il borgo dei borghi”, sbaragliando 60 candidati. 

L’incoronazione di Bobbio a “Borgo dei borghi” è avvenuta nell’ambito della puntata finale, condotta da Camila Raznovich, Philippe Daverio, Mario Tozzi e Margherita Granbassi, il cui voto “di qualità” pesava per il 50%, mentre il restante 50% era in mano alla giuria popolare. 

A conquistare le due giurie sono stati i diversi aspetti che si concentrano in questo piccolo borgo di appena 3500 abitanti che sorge sul fiume Trebbia, al confine con tre regioni, Emilia, Liguria e Toscana, dalle quali, nel corso dei secoli, ha assorbito la storia, la cultura e le tradizioni fino a trasformarle in un unico affascinante mix. 

Bellezze artistiche, paesaggistiche, cultura, architettura, storia ed enogastronomia hanno conquistato il cuore dei giurati, affascinati dai suoi vicoli di ciottoli, le strade su cui si affacciano antichi portici, e poi ponti, conventi, chiese che riassumono l’eredità romana, longobarda e carolingia. 

Tracce di un primo nucleo abitativo sul Trebbia si hanno infatti fin dal Neolitico, ma è nel 14 a.C, in epoca romana, che nasce l’antica Bobium. A lasciare un segno indelebile, tuttavia, è il monaco irlandese Colombano, che nel 614 fonda qui un monumentale monastero, tra i più grandi e importanti d’Italia, e non solo, con un complesso che include, tra gli altri edifici, una basilica affiancata dal porticato che la collega all’abbazia, oggi sede del museo e dello scriptorium

Un altro simbolo di Bobbio è il suo ponte romanico, noto come Ponte del Diavolo o Gobbo, per il suo profilo arcuato e le sue undici arcate, l’una diversa dall’altra, che si susseguono lungo i 280 metri del monumento.

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Suggestivo il centro storico, con le sue strade di ciotoli, dove valgono una visita Piazza San Francesco, il Monastero di San Francesco, in stile francescano rustico del XIII secolo con un chiostro del XV e la chiesa ricostruita in stile barocco nei primi anni del Settecento. Splendida anche la chiesa della Madonna dell’Aiuto del 1621. 

Non dimentichiamo, poi, le bellezze paesaggistiche, con un fiume, il Trebbia, in gran parte balneabile, colline verdi su cui nascono le viti di Nebbiolo e Dolcetto e gli scorci del Monte Penice, che ogni anno, nel periodo estivo attraggono migliaia di turisti. 

Bobbio, poi, è una delle mete gourmet più interessanti d’Italia per la gustosa commistione di prelibatezze della gastronomia piacentina, come i deliziosi salumi, tra cui coppa, salame e ciccioli e influenze di Liguria e Toscana. Tra i primi piatti spiccano gli anolini all’uovo, i pisarei e fasò, il riso alla zucca, la bomba di riso, i tortelli mentre, tra i secondi, spopola lo stracotto e altri piatti a base di carne.

Il borgo, poi, ha dato i natali al regista Marco Bellocchio, che ogni anno organizza qui un rinomato Festival del Cinema, attirando intellettuali, curiosi, appassionati e semplici turisti che contribuiscono a mantenere vitale questo piccolo gioiello della Valtrebbia.

Per la cronaca, ricordiamo che in finale sono arrivati i borghi di Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa (Sicilia) piazzatosi al secondo posto, al terzo Rotondella, in provincia di Matera (Basilicata), in quarta posizione Laigueglia, nel savonese (Liguria).

Pubblicato in Cultura Emilia
Venerdì, 24 Agosto 2018 16:13

Ryanair: stop al trolley a mano gratuito

Sicuramente una notizia che gli amanti dei viaggi low cost non accetteranno di buon grado. La nota compagnia aerea cambia la politica sui bagagli. Niente più viaggi gratis su Ryanar per i trolley di dimensioni ridotte. Dal primo novembre, anche imbarcandolo in stiva, si dovrà comunque pagare.

Acquistando il biglietto con il supplemento priority da 6 euro si potranno portare a bordo una borsa o uno zaino e il trolley, senza la priorità invece si potranno portare con sé solo borse e zaini e si dovrà comunque pagare l'imbarco del secondo bagaglio, anche se di dimensioni e peso ridotti (massimo 10 chili).

Se il trolley verrà registrato al momento dell'acquisto del biglietto il costo sarà di 8 euro, successivamente sarà di 10 euro. Oggi si pagano 25 euro per imbarcare valigie di massimo 20 chili. L'obiettivo è quello di convincere i passeggeri a spedire il bagaglio per ridurre il più possibile i tempi di imbarco ed evitare ritardi nella partenza dei voli. Secondo quanto afferma la compagnia in una nota, il 60% dei viaggiatori non sarà interessato dai cambiamenti.

Pubblicato in Cronaca Emilia

Piloti e assistenti di volo di Croatia Airlines in sciopero. La protesta è in programma per l'8 agosto. Lo Sportello dei Diritti informa i passeggeri sui possibili disagi

Rischio caos voli nel mese più caldo dell'anno per e la Croazia. Lo annunciano i sindacati in Croazia chiedendo ai piloti, assistenti di volo e meccanici degli aerei di aderire a uno sciopero l'8 agosto che inizierà alla 6 del mattino, in sostegno alle loro richieste a seguito alla rottura dopo un incontro con il primo ministro Andrej Plenković del 6 luglio. Le due sigle sindacali Piloti (HSPP) e l'Organizzazione dei Lavoratori della Croatia Airlines (ORCA) chiedono al Governo le condizioni necessarie per la risoluzione di un contratto collettivo. Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei Diritti" avvisa i passeggeri delle grandi difficoltà che l'astensione causerà al regolare funzionamento del servizio di trasporto. Prima di mettersi in viaggio è, pertanto, consigliabile controllare lo stato del proprio volo sul sito della compagnia aerea per restare indenni.

Lo "Sportello dei Diritti" ricorda che il Regolamento CE n. 261/2004 all'art. 5, comma 3, pone una deroga al principio generale di responsabilità del vettore aereo stabilendo che "il vettore aereo operativo non è tenuto a pagare una compensazione pecuniaria a norma dell'art.7, se può dimostrare che la cancellazione del volo è dovuta a circostanze eccezionali che non si sarebbero comunque potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso" e che lo sciopero, in linea di principio, rappresenta una circostanza eccezionale. E' tuttavia diritto del passeggero ottenere assistenza ed il rimborso del biglietto se non gli viene offerto un volo alternativo o se lo stesso diviene inutile rispetto al suo programma di viaggio iniziale.

(3 agosto 2018)

Antonella Gentile è una ragazza di Barletta con la passione dei viaggi e la curiosità di conoscere il mondo e soprattutto i suoi abitanti.

Il primo viaggio lo fece a 12 anni. 15 giorni in Inghilterra a studiare e da lì ha spiccato il volo verso America, Australia, Egitto, Giappone, Vina, Corea e molti Paesi d'Europa.

20180107-5"Quest'anno, o meglio nel 2017, ho voluto sperimentare un viaggio lento in bici - esordisce Antonella - che mi desse l'opportunità di conoscere tante persone provenienti da paesi diversi. Sono partita da Roma con la mia city bike e sono arrivata a Capo Nord attraversando Italia, Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia e percorrendo quasi 5000 km. Attraverso siti come warmshowers e couchsurfing, ho avuto la possibilità di essere ospitata da tante persone con le quali ho avuto modo di approfondire le tradizioni e provare anche piatti tipici dei luoghi da cui sono passata."

E' proprio l'interesse a approfondire i rapporti con le popolazioni locali che l'ha condotta a organizzare i viaggi in "solitaria".

"Viaggiare in compagnia penso non dia - continua Antonella - queste opportunità perché spesso si finisce per stare solo con i propri compagni di viaggio e non si comunica con la gente del posto. Partendo da soli, invece, si conoscono nuove persone e questo è fondamentale per scoprire usi e costumi di altri territori. Durante il viaggio, durato circa quattro mesi e mezzo, ho capito quanto sia importante la solidarietà. "

Un'esperienza che le ha aperto il cuore e, a suo dire, l'ha cambiata rispetto a come era prima della partenza. "Non avrei mai pensato di incontrare tante persone disposte ad aprirmi la porta di casa e ad aiutarmi in ogni modo, donandomi anche i vestiti, le luci per la bici e offrendomi anche notti in hotel. La TV ci bombarda di notizie negative e si ha l'immagine di vivere in un mondo chiuso che per paura, non apre mai la porta ad un estraneo. Io invece sono entrata in punta di piedi in casa di persone estranee che mi hanno ospitato e che sono diventate mie amiche e molte di loro le sento ancora."

Sicuramente un animo positivo era già ben albergato in Antonella, sin da prima e forse dalla nascita. Infatti, durante il suo peregrinare in bicicletta dal sud al nord 20180107-4dell'Europa, ha voluto promuovere l'AMREF, L'Organizzazione Internazionale Non Governativa che si propone di migliorare la salute in Africa attraverso il coinvolgimento attivo delle comunità locali. "Invitavo le persone a donare attraverso la mia pagina - prosegue la Viaggiatrice - facebook www.facebook.com/imieiviaggiinitaliaenelmondo . Le donazioni servivano per costruire dei pozzi in queste terre in cui la siccità miete vittime ogni anno. L'idea di sostenere questa associazione è nata guardando su facebook una pubblicità in cui osservavo queste donne, viaggiatrici per necessità, costrette a fare tanti km a piedi per attingre acqua dai pozzi mentre io viaggiavo soltanto allo scopo di divertirmi e osservare nuovi paesaggi."

Antonella ha viaggiato in lungo e in largo ma nel Bel Paese ha trovato molte difficoltà per chi, come lei, ama assaporare il viaggio lentamente con la sua fedele "Bici". "Ho avuto la fortuna di visitare luoghi - conclude Antonella Gentile - che mi hanno davvero emozionato. Austria, Germania, Danimarca, Svezia mi hanno colpito per la presenza di meravigliose e lunghe piste ciclabili. I fiordi norvegesi sono incantevoli ed è davvero un'esperienza emozionante assaporare lentamente i cambiamenti di flora e fauna. L'Italia è un paese bellissimo ma è difficile percorrerlo in bici a causa dell'assenza di piste ciclabili su quasi tutto il territorio nazionale. Penso che questa esperienza mi abbia arricchito tanto. Viaggiare è sempre la scelta giusta."

Allora, Antonella, in bocca al lupo per la tua prossima impresa!

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Domenica, 24 Settembre 2017 12:18

Loving San Francisco

Un breve viaggio tra lo stupore, l’energia, la tradizione e la cucina di una delle città più sorprendenti degli Stati Uniti, crocevia di storia e tendenze.

Articolo e foto di Chiara Marando –

Domenica 24 Settembre 2017 -

“L'inverno più freddo che abbia mai trascorso fu un’estate a San Francisco”, così Mark Twain definì una delle città più sorprendenti degli Stati Uniti. Crocevia di storia e culture, epicentro di tendenze, ideologie e sogni, ma soprattutto luogo in divenire che affronta il nuovo con sfacciato coraggio forte di un passato che si è formato sulla scia della multiculturalità spinta.

San Francisco è pazzia, equilibrata riservatezza, prepotente tradizione e accogliente frenesia; San Francisco è le sue eleganti vie che si inerpicano merlate di case variopinte e dallo stile inequivocabilmente personale; è i Cable Car che percorrono lentamente le street carichi di visi, sorrisi, stupore e speranze; è scontro di architetture e design; è concentricità di lingue e usanze; è arte e improvvisazione; è semplicità e modernità.

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Basta aprire una qualsiasi guida per ritrovare quei simboli che ne fanno un unicum, che spingono a dire “devo andare” ma soprattutto “devo tornare”. Consigli di viaggio, appunti scritti velocemente su un taccuino, mappe alla mano e macchina fotografica pronta a scattare sono la “strumentazione” tipica del turista, simbolo dei buoni propositi per una visita a prova d’arte, ma difficili da seguire una volta immersi nell’energia frastornante di questo luogo. Ci si lascia trasportare. Questo è tutto.

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Si segue il flusso cercando di assorbire tutta la bellezza di ogni dettaglio, si sentono le voci, si percepiscono i profumi e ci si ferma a provare. Ecco si, questo è quello che di certo non si può evitare…il provare. Assaporare le specialità di San Francisco significa anche tuffarsi nella sua tradizione marinara. Qui il luogo per eccellenza è il famoso Fishermann Wharf, più che un porto un paese nella città, quello dei pescatori.

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A fare da padrone è il brusio confuso di turisti, ristoratori, artisti di strada che calamitano l’attenzione, avventori affamati e marinai che si improvvisano cuochi. E’ un attimo e passata l’enorme insegna che identifica l’inizio dell’area, o per meglio dire della “festa”, ci si trova nel bel mezzo del mercato del pesce: ristoranti, bazaar, food truck e un miscuglio indefinito di odori che ti spingono ad osservare. Puoi preferire la tavola apparecchiata e il piatto caldo seduto su una comoda sedia, ma qui la vera San Francisco mangia in piedi il suo panino con l’aragosta o il granchio, mantenendo al sicuro il suo spazio vitale. Perché non sai mai in quanti ti spingeranno per accaparrarsi il pranzo, o chi c’era prima in fila, sai solo che prima o poi riuscirai ad addentare qualcosa di delizioso e appena preparato.

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Le specialità richiamano il mare con succulenti “combo” di fritti, mantecati di pesce, bontà al vapore e poi lei, la famosa Clam Chowder. Molto più di una zuppa.

Secondo quanto specificato nel “Dizionario del Cibo e delle Bevande Americane” di John F. Mariani furono i marinai bretoni sbarcati nel 17° secolo in Groenlandia, Nuova Scozia e New England i creatori di questa vellutata zuppa di vongole con panna, patate e bacon. Originariamente preparata il venerdì come alternativa alla carne, può essere accompagnata con gli oyster crackers, piccoli biscotti salati a forma esagonale. Nel corso del tempo sono state numerose le versioni proposte dalle varie città americane, ma è a San Francisco che la Clam Chownder ha trovato la sua reale connotazione: servita in pagnotte a lievitazione naturale che si gustano pezzo per pezzo con la zuppa.

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Inutile dire che l’atmosfera del Fishermann Wharf fa il resto e rende questo piatto dal gusto particolare una di quelle specialità da provare almeno una volta nella vita, un tuffo nella cultura marinara del luogo.

Pubblicato in Dove andiamo? Emilia

Ryanair ha annunciato la cancellazione di 40-50 voli al giorno per le prossime sei settimane (fino alla fine di ottobre) per migliorare la sua puntualità a livello di sistema. 

E' quanto si legge sul sito della nota compagnia low cost. Il motivo: migliorare la puntualità dei viaggi che nelle prime due settimane di settembre è scesa dal 90 per cento all'80 per cento a causa di scioperi dei controllori di volo, maltempo e ferie arretrate di piloti e personale di cabina. Si stima che i disagi riguarderanno circa 285 mila passeggeri.

Ryanair si scusa sinceramente per gli inconvenienti causati ai clienti da tali cancellazioni e comunica che saranno contattati con proposte di voli alternativi o rimborsi completi.

A questo link troverete tutti i voli cancellati.

18 settembre 2017

Amanda Maselli ha conosciuto suo marito Ulrik a Venezia, dove entrambi studiavano, lei architettura, lui all'Accademia di Belle Arti. Si sono ritrovati parecchi anni dopo ed è scattata la scintilla. Si sono trasferiti vicino a Copenaghen dove oggi Amanda insegna la nostra lingua ai danesi. Ma il lungo inverno della Danimarca gli ha portati anche in Sicilia, dove la coppia vive per sei mesi l'anno.

Di Manuela Fiorini

MODENA – Amanda Maselli è una persona solare, piena di vita. Ha un sorriso contagioso e colori mediterranei. Fisicamente è l'opposto di suo marito Ulrik, capello biondo e lineamenti nordici. Amanda è modenese e, nella vita, voleva fare l'architetto, Ulrik è danese e ha studiato all'Accademia di Belle Arti di Venezia. Proprio la città più romantica del mondo li ha fatti incontrare, come nella più bella delle favole. Per amore, Amanda si è trasferita in Danimarca, dove Ulrik ha un atelier in cui nascono le sue sculture, pezzi artistici unici, che ha esposto in prestigiose sedi europee ed eventi internazionali. Il cambiamento per Amanda è radicale: una nuova lingua, nuove abitudini, un clima assai diverso e più freddo, anche in estate. Lei, però, è ottimista. Impara il danese, anzi, lo impara talmente bene che il suo bilinguismo la porta a insegnare l'italiano agli stessi danesi.

Ci siamo fatti raccontare questa splendida storia dalla protagonista.

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Sei originaria di Modena, ma oggi vivi in Danimarca, ci puoi raccontare il perché di questa scelta?

"Sono nata e cresciuta a Modena, ma dopo il Liceo Classico Muratori sperimentale, mi sono trasferita a Venezia per studiare Architettura. A Venezia, nell' estate del 1995, ho conosciuto Ulrik, un ragazzo danese, che studiava all'Accademia di Belle Arti. Ci siamo persi di vista per un po', ma poi, il destino ha voluto che ci ritrovassimo a condividere lo stesso appartamento proprio nei pochi mesi che mancavano alla mia laurea. In quei quattro anni di permanenza a Venezia, Ulrik aveva imparato l'italiano, così abbiamo avuto la possibilità di conoscerci meglio. Il destino, però, aveva deciso di tenerci separati ancora per un po'. Sebbene Ulrik avesse già avuto diverse soddisfazioni come scultore e alcune sue opere fossero già esposte nella Galleria Leone alla Giudecca di Venezia, alla fine degli studi sarebbe tornato in Danimarca. Io, invece, una volta laureata sono tornata a Modena, dove ho iniziato a lavorare. Durante una visita a Venezia, tuttavia, ho rivisto Ulrik e gli ho lasciato un mio biglietto da visita. Proprio quel pezzetto di carta ci ha fatto incontrare di nuovo, dopo dieci anni. Nel 2010, dopo aver chiuso una storia con una ragazza danese, lui ha trovato per caso il mio biglietto da visita. Si è ricordato delle nostre chiacchierate, di come ridevamo insieme e...mi ha telefonato. Lui si ricordava ancora bene l'italiano, a quella telefonata ne sono seguite altre. Poi Ulrik mi ha invitata in Danimarca. Quando ho incontrato il suo sguardo in aeroporto, ho sentito nascere quel sentimento indefinibile, che si chiama Amore. La cosa era reciproca, ma io aveva casa, lavoro, famiglia e amici in Italia. In più, non parlavo danese. Però, ero innamorata ed ero davvero curiosa di vivere un'esperienza all'estero. Così, mi sono buttata. Ci siamo sposati e ora viviamo in Danimarca, anche se part time".

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Quali sono state le principali difficoltà che hai affrontato in un paese straniero con una lingua così diversa dalla nostra?

"All'inizio, pensavo che l'inglese potesse bastare, ma non era così. Siamo andati a vivere a Næstved, a 60 km da Copenaghen, in una cittadina circondata dai fiordi, dai boschi e dal mare. Ma la maggior parte delle persone parlavano solo danese e comunicare non era facile. Per fortuna, in Danimarca viene offerta la possibilità agli stranieri di andare a scuola gratuitamente per imparare la lingua per due anni. Così, ho cominciato a frequentare i corsi. Ero l'unica italiana e i miei compagni, di tutte le età, venivano da ogni angolo del pianeta. Mi sono anche iscritta in palestra e ho lavorato come cameriera per migliorare il mio danese, ma i rapporti sociali continuavano a essere distaccati, perché i danesi sono molto chiusi, timidi, riservati. Per fortuna Ulrik aveva degli amici che parlavano inglese. La svolta, tuttavia, è avvenuta quando, finita la scuola, il Comune mi ha proposto di insegnare italiano ai danesi. E questo, ancora oggi, è il mio lavoro. Per me le difficoltà sono state anche integrarsi, farsi degli amici e adattarsi alla diversa cultura e alle abitudini. Per esempio, per i danesi è normale andare a cena alle 18, se ti metti d'accordo per uscire a cena, ti danno appuntamento dopo tre mesi.

Parlaci dei tuoi studenti. Che cosa piace ai danesi dell'Italia?

"Non avrei mai pensato che i danesi amassero così tanto la nostra lingua e che, dopo essersi alzati all' alba e aver affrontato un giorno lavorativo, trovassero la forza di venire a lezione di italiano. La verità è che ai danesi piace l'Italia, ma soprattutto amano gli italiani. Questa per me è stata una sorpresa. Siamo così diversi da spaventarli un po', al primo impatto ma, sotto sotto amano la nostra capacità di arrangiarci, la nostra innata allegria e la voglia di vivere, il nostro calore, il nostro cibo. Non capiscono la nostra politica e i perenni problemi con la spazzatura, questo no, ma del resto non li capiamo nemmeno noi...".

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Che cosa ti manca di più di Modena e dell'Italia in generale?

"Di Modena mi manca soprattutto la mia famiglia, mia sorella e i miei amici. Mi mancano gli aperitivi, i primi giorni di primavera, i luoghi conosciuti. Anche se di tanto in tanto torno a fare loro visita. Dell'Italia, ho trovato il modo di non farmi mancare nulla, perché per circa sei mesi all'anno io e Ulrik viviamo a Ortigia, in Sicilia, dove abbiamo comprato casa".

Raccontaci di questo tuo secondo "colpo di fulmine" per Ortigia.

"Avevo la sensazione che mi mancasse qualcosa. Dopo tre anni in Danimarca, dove gli inverni sono lunghi, a maggio ci sono 8°C, a fine agosto si riaccende il riscaldamento e la socialità è ridotta al minimo, sia a me che a Ulrik mancava il respiro internazionale di Venezia, confrontarsi con gli altri, conoscere gente. Così, non avendo figli ed essendo Ulrik un artista, abbiamo pensato che, in fondo, potevamo vivere dove ci pareva. Così, quando, mio marito mi ha chiesto: "Dove ti piacerebbe vivere in Italia?", il mio pensiero è corso subito alla Sicilia, dove ero stata in vacanza da studentessa. Ulrik ha cominciato a navigare su internet e, una sera, mi ha mostrato un luogo che non avevo mai visto: l'isola di Ortigia. Gli piaceva perché gli ricordava Venezia. Abbiamo iniziato a informarci e, tramite Facebook, abbiamo scoperto che una ragazza di Carpi aveva aperto lì un locale, il Moon. L'abbiamo chiamata e siamo andati là per una settimana. Era la fine di maggio, il sole batteva e illuminava i templi greci e il duomo con la sua facciata barocca, e poi lo splendido lungomare con la brezza serale e tanta, tanta gente da tutto il pianeta. È stato amore a prima vista. Un anno dopo, siamo tornati per un mese intero, insieme a una decina dei miei alunni danesi per continuare il corso di italiano proprio là, mentre Ulrik ha organizzato una mostra. Tornati in Danimarca, abbiamo messo in affitto l'appartamento e siamo tornati in Sicilia per altri quattro mesi con l'idea di comprare una casa a Ortigia. Abbiamo infine trovato una sistemazione a 50 metri dal mare, nello splendido e vivo quartiere ebraico. Ulrik si è messo d'impegno e ha costruito con le sue mani gli armadi, il letto e le decorazioni. Oggi abbiamo la residenza in Danimarca, dove viviamo per sei mesi e un giorno, per altri sei mesi, meno un giorno, invece, abitiamo in Italia. Ortigia, in realtà, è un po' un mondo a sé. Ogni giorno si viaggia per il mondo stando fermi: abbiamo conosciuto filosofi turchi, artisti inglesi e americani, pensionati svedesi e siberiani, architetti danesi, musicisti israeliani, studenti di architettura cinesi, capitani di nave di Tallinn, insegnanti di tennis russi, manager australiani, restauratori francesi, cantanti norvegesi, ambasciatori tedeschi, un melting pot incredibile! Per mio marito e per me la vita è anche questa: esperienza. In Sicilia ci ubriachiamo di stimoli e contatti, in Danimarca ci rilassiamo, progettiamo e pianifichiamo, a Modena torniamo per riabbracciare i nostri affetti."

INFO
Amanda e Ulrik in estate tornano in Danimarca e affittano la casa di Ortigia nei mesi estivi. Per visionare l'appartamento e per i contatti: abnb.me/EVmg/d1yziTh93C 

Sabato, 13 Maggio 2017 10:58

Due passi a Ravenna...tre tappe gourmet

Ravenna è cibo per lo spirito e per il corpo: ecco qualche consiglio per scegliere le tappe gastronomiche giuste tra un monumento e l’altro.

Di Chiara Marando -

Sabato 13 Maggio 2017 -

Il centro storico di Ravenna è un brulicante fermento di voci e profumi che si nutrono dei sentori trascinati dall’aria di mare, ma anche di quella storia maestosa raccolta in meravigliose opere d’arte testimoni di generazioni ecclesiastiche e signorili. Difficile non trovarle, sono loro a venire da te tenute per mano dalle file di turisti che a flussi alterni si accalcano agli ingressi o percorrono le vie lastricate erose dal tempo.

Insomma, Ravenna è cibo per lo spirito e per il corpo. Due giorni bastano per staccare la spina, per assorbirne l’energia del patrimonio artistico, ma anche per assaporare quello che la cucina ha da offrire.

Quindi, ecco qualche consiglio per scegliere le tappe gastronomiche giuste tra un monumento e l’altro. Lo so, tutti dicono che non si può andare a Ravenna e non mangiare la tradizionale piadina. Lungi da me convincervi del contrario, piuttosto preferisco segnalarvi una sosta obbligata per chi vuole gustare una piadina degna di questo nome.

Situato in un palazzo antico nel pieno cuore storico cittadino, “Cà de Vèn” è l’enoteca d’altri tempi, quella con gli scaffali e le mensole in legno – in questo caso ottocentesche – con le bottiglie prestigiose, con il brusio della clientela che sorride tra un bicchiere e l’altro, ma anche tra un moroso e l’altro. Qui non pensate di trovare la raffinatezza, qui trovate la tipicità. La piadina è un must, fatta in casa e farcita con ingredienti golosi. Poi ci sono i piatti romagnoli, che raccontano il territorio, che fanno sentire a casa e conoscere la parte più genuina della città.

Visita dopo visita arriva l'ora di uno spuntino e con lui quella di un aperitivo che non ti aspetti, in una stretta via laterale, una di quelle meno calcolate dal passaggio turistico: tavolini e sedie in legno e metallo ed un interno allegro che ricorda i locali spagnoli. Si chiama "Fresco", ed è una sorta di lounge bar dove la selezione dei prodotti guarda con attenzione al biologico, alla nicchia che fa la differenza. L'idea è quella di offrire qualcosa di diverso dal solito spezzafame, di accompagnare un buon bicchiere di vino o una birra artigianale con stuzzicanti tapas, piccole porzioni di piatti curati e particolari da mixare a piacimento per provare sapori nuovi uno dopo l'altro.

Fresco

Infine, è arrivato il momento della cena. Qui possiamo concederci qualcosa di più, la piacevolezza di sedersi tranquilli a tavola, di sorseggiare un buon calice godendo di portate anche ricercate che non dimenticano la cultura gastronomica del territorio.

L'Osteria del Tempo perso”, a pochi passi dalla splendida Basilica di San Vitale, è un angolo di tranquillità: libri, vini e dischi arredano ogni parete del piccolo spazio che ospita solo pochi tavoli, un ambiente intimo da sapore retrò a tratti casalingo. Si respira la passione per la cultura, si percepisce la volontà di ricreare un ambiente accogliente nel quale fermarsi a parlare e vivere la convivialità. Il menù trionfa di mare ma propone anche qualche piatto di terra. Le preparazioni sono presentate con eleganza: gamberoni in pasta kataifi su riso venere e crema di zucca; Penne saltate con moscardini e canocchie con pesto al basilico e pomini; i classici cappelletti della tradizione; il carrè di maialino croccante al mirto.

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E per digerire? Due passi nella Ravenna notturna, avvolti dal rumore ovattato di una città che non vuole andare a dormire ma cullarsi per qualche ora ancora.

Pubblicato in Food

A qualche giorno di distanza dal suo rientro in Italia, Lorenzo Basile mette nero su bianco le impressioni della tappa che, durante il viaggio in Bosnia con la Caritas diocesana, nell'ambito del progetto Kamlalaf, lo ha portato alla scoperta di Sarajevo.

Piacenza, 6 settembre 2016

Un cielo plumbeo copre Sarajevo al nostro arrivo. Del medesimo colore, primi ad accoglierci, sono i giganti di cemento di Novi Grad, casermoni popolari in perfetto stile sovietico, il cui maestoso grigiore resta immutato attraverso i decenni. Entriamo in città risalendo la Miljacka, fiume lungo il quale Sarajevo si è storicamente sviluppata in periodo ottomano come importante snodo commerciale. Tutto attorno, su entrambe le sponde, la circondano colline, oggi verdi e piene di abitazioni. Le lenti colorate della memoria, tuttavia, le fanno assumere tinte ben più cupe. Fu loro il mortifero abbraccio che soffocò la città durante l'assedio protrattosi quattro lunghissimi anni, dal 1992 al 1996.


Per giungere a destinazione percorriamo il tristemente noto Viale dei Cecchini, la lingua d'asfalto, che insieme al fiume, taglia a metà il centro urbano: oltre 600 persone caddero sotto il fuoco dei tiratori scelti serbi nel tentativo di attraversarlo. È strano, ma mi sento come osservato. 
Poche città trasudano storia come Sarajevo. Tanti regni, e regimi, si sono susseguiti ed ognuno ha contribuito ad accrescerne il carattere multiculturale e multietnico, una storia di convivenza che ha portato qualcuno a definirla una sorta di Gerusalemme d'Occidente. Nel centro cittadino, infatti, nel raggio di cento metri è possibile osservare una chiesa ortodossa, una cattedrale cattolica, una sinagoga ed una moschea. Tutte, nessuna esclusa, hanno subito danni durante il conflitto.
Simbolica è la cosiddetta "Sarajevo meeting of cultures".

Una linea retta tracciata sulla strada che idealmente separa l'Oriente dall'Occidente, identificati questi con l'Impero Ottomano e l'impero Asburgico che succedendosi hanno segnato cinque secoli di storia della città. Stando su questa linea, a seconda di come ci si orienta, si possono osservare due stili completamente diversi: in un attimo si passa, infatti, da una strada in stile Istanbul nel quartiere Bascarsija ad una tipica cornice viennese fatta di viali e cafè. I profumi delle panetterie e i rumori delle piccole botteghe artigiane, invece, si diffondono liberi in ogni vicolo, senza discriminare tra est e ovest. 
Tristemente esemplare della follia distruttrice della guerra furono i bombardamenti che per trenta ore si accanirono contro la Vijećnica, il magnifico edificio in stile moresco che ospita la Biblioteca Nazionale e nel cui rogo andarono in fumo centinaia di migliaia di volumi. Non si trattò di cieca violenza, bensì della deliberata volontà di colpire al cuore le radici altrui, cancellando la memoria di secoli di convivenza, inconcepibile per coloro che erano spinti da un becero nazionalismo esclusivista.

Camminando per la città ovunque sono ancora ben visibili i fori di proiettile sulle pareti delle case, cicatrici fisiche qua e là coperte con cerotti di stucco. Più difficili da rimarginare sono, invece, quelle che hanno lacerato i cuori delle persone e, di conseguenza, il tessuto sociale della città. 
Presso il Centro della Pastorale Giovanile di Sarajevo, di cui siamo stati ospiti, abbiamo avuto la grande opportunità di ascoltare la testimonianza di tre ex-detenuti nei campi di prigionia creati in tempo di guerra. Si tratta di un progetto di Caritas Bosnia e del Catholic Relief Services (Caritas USA) chiamato "Fiducia, riconciliazione e responsabilità" che mira a narrare in modo condiviso quei tragici avvenimenti. Poco importa l'etnia, i racconti sono praticamente tutti uguali: vicini che da un giorno all'altro bussano armati alla tua porta, deportazioni forzate e prigionie disumanizzanti. Contro i pregiudizi e contro le narrazioni dei media embedded ai partiti nazionalisti, loro portano nelle scuole e nei villaggi il loro messaggio di pace, da ricordare e ricostruire, perché sia ponte tra i fossati creati da un odio etnico che non apparteneva alla storia di queste terre, ma che venne piuttosto seminato con scientifica lucidità da classi dirigenti criminali per i loro biechi interessi. 
Tanto ci sarebbe ancora da raccontare, ma il tempo e le parole, soprattutto le parole, non sono sufficienti per descrivere le contrastanti emozioni che una città come Sarajevo sa trasmettere. Un luogo dove anche un semplice vecchio tram ha una storia da gridare ad un mondo troppo spesso sordo, che invece, proprio di questi tempi, tanto avrebbe da imparare da questi tragici fatti.

Lorenzo Basile

(Fonte: ufficio stampa Comune di Piacenza)

E' rientrata nel fine settimana in Italia, dopo il viaggio in Perù con ProgettoMondo Mlal nell'ambito dell'edizione 2016 di Kamlalaf: nelle righe che seguono, Federica Nembi racconta gli ultimi giorni trascorsi nel Paese andino, riflettendo sul valore dell'esperienza vissuta.

Piacenza, 9 agosto 2016

di Federica Nembi

Il primo Paese con cui entriamo in contatto, arrivati sull'altopiano andino, è Sicuani. Qui, nei due giorni di permanenza, i componenti del Gies Canchis ci accompagnano a visitare alcune realtà che fanno parte della loro associazione. Così come per le cooperative di cafetaleros, anche in questo caso ci viene spiegato come la cooperativa sia una struttura solidale che si pone l'obiettivo di fortificare le capacità dei produttori, per far sì che il loro lavoro sia fonte di un'economia sostenibile.
Abbiamo l'onore di partecipare anche a una "Huatya", evento della comunità in cui le donne ci permettono di condividere con loro un momento importante della tradizione rurale, qual è il pranzo che si fa nei campi durante la stagione della raccolta.
Il giorno seguente partecipiamo alla "feria" che, in accordo con il Comune, l'organizzazione propone mensilmente per promuovere le produzioni delle associazioni aderenti al Gies. Questi momenti rappresentano un'occasione importante, non solo da un punto di vista economico di vendita, ma anche e soprattutto un momento di condivisione col tessuto sociale di appartenenza.
Dopo Sicuani, ci spostiamo ad Ayaviri dove conosciamo l'associazione Cepas Puno. E' un'associazione locale, sempre di matrice solidale, che ha l'obiettivo di accompagnare i gruppi di donne e le comunità con attività di sostegno quali il microcredito e la commercializzazione dei prodotti, curandone anche la qualità e la provenienza biologica.
Ultimamente, alcuni giovani del Cepas hanno dato vita a una nuova cooperativa, Tarpuy, con l'obiettivo di promuovere una cultura diversa rispetto a quella che propone la Tv peruviana. A questo proposito organizzano, con l'ausilio di dispositivi audiovideo, cineforum e attività culturali nelle scuole.
Gies Canchis e Cepas Puno sono tra le associazioni locali con cui collabora l'ong ProgettoMondo Mlal nel progetto biennale "Economia solidale", iniziativa di cooperazione per il potenziamento della rete di economia solidale e dell'equità di genere delle popolazioni rurali, cofinanziato dal Fondo Italo-Peruviano (Fip).
Come ultima tappa del nostro viaggio visitiamo l'isola di Amantani, sul lago Titicaca. Sotto un cielo con così tante stelle come non ne ho mai viste, arriva per me il momento di ringraziare chi ha reso possibile tutto questo: ProgettoMondo Mlal che mi ha permesso di visitare e vivere il Perù "dalla parte giusta"; i compañeros con cui ho condiviso questa esperienza, quelli partiti con me dall'Italia e quelli che ho conosciuto qui, sia italiani che peruviani, che hanno saputo giorno per giorno mostrarci luoghi incantevoli, quanto a volte ostici, come la Selva e l'altopiano andino; il Comune di Piacenza, lo Svep e il progetto "Kamlalaf in viaggio con Erodoto", con la speranza che possano continuare ad offrire ai giovani l'opportunità di vedere il mondo da un altro punto di vista.
Il Perù è un luogo meraviglioso, che in certe zone, lontano dalle grandi città, soprattutto là dove si è svolto il nostro viaggio, chiede alla sua gente un prezzo alto in termini di fatica e di adattabilità. Abbiamo conosciuto persone, soprattutto donne, che rispondono però quotidianamente a questa richiesta con grande umiltà, dignità e rispetto profondo per la Pachamama (Madre Terra). Solpayki Peru (grazie Perù)!

(Fonte: ufficio stampa Comune di Piacenza)

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