Martedì, 04 Agosto 2026 11:34

Gigi Apolloni ricorda Franco Baresi In evidenza

Scritto da Ale Pongonazzo

 

2_luca-savarese-volata-scudetto-live-stadiotardini-it-23-05-2025-150x150.jpg(Luca Savarese) – C’è uno strano silenzio nell’aria in questi giorni a Milano. Da venerdì non c’è più Franco Baresi. È come se la città ambrosiana avesse perso la sua madonnina laica. Quella dorata che sovrasta il duomo, in fondo, ha in comune con Kaiser Franz, il fatto di essere oltreché tuta dora, tutta dorata, anche piscinina, piccola. E piscinin da sempre, lo fu anche Baresi. Epiteto affibbiatogli al sempiterno numero 6 rossonero da Paolo Mariconti, storico massaggiatore del Milan, quando lo vide per la prima volta a 14 anni, proveniente dall’Uso Travagliato, che a Franco, orfano di entrambi i genitori in giovane età,  fece anche da secondo papà. Franco, invece, non da secondo papà ma da fratello maggiore lo ha fatto, spesso, in campo a molti. Davanti al portiere ed appena dietro ai mediani.

Nell’ esercito delle lacrime che in questi giorni il popolo italiano sta versando per la dipartita di Franco Baresi, ce ne sono alcune provenienti e sgorganti da due occhi che il capitano lo hanno vissuto in prima persona, en plein air, respirandone gesti, cogliendone modi, immagazzinandone parole. Questa grazia particolare l’ha vissuta, in nazionale Gigi Apolloni, non solo parte attiva della spedizione azzurra a usa 94, ma vice di Baresi e suo compagno di squadra, in punta di piedi quasi prolungando l’esempio unico del 6, con tanta autorevolezza.  Diceva Picasso che ispirazione arriva, però deve trovarti già al lavoro.

E tu caro Gigi al lavoro lo eri già. Infatti entri contro la Norvegia al 49’ al posto del Capitano. Lo sostituisci nella gara successiva, la terza del girone, contro il Messico. Poi, rientri di gran carriera nell’ultimo atto, contro il Brasile, al 34’ posto di Mussi. Per giocare non al posto di Baresi, ma con lui. In quei giorni americani torridi, cosa ti diceva Franco? C’è una parola che più di altre ti sussurrava e che ancora serbi come un Gronchi rosa, tu che hai giocato sia al suo posto e sia con lui, accanto a lui?

Anzitutto grazie per aver ricordato quell’evento che per me fu un evento memorabile, un coronamento di un sogno, dandomi anche la possibilità di giocare accanto ad un mostro sacro, esempio di calcio e di vita. Di parole, Franco, non è che ne dicesse poi tante: a lui, bastava lo sguardo, parlava con lo sguardo. Era molto bravo nell’incoraggiamento attraverso le sue prestazioni. Ricorderò questa cosa per sempre. Durante la finale del ’94, era in grande difficoltà fisica, tornava dopo l’operazione lampo al menisco, veniva da un allenamento soltanto, io ho cercato ad un certo punto, quando il Brasile arrivava forte, di dirgli: Franco saliamo, accorciamo la squadra. Lui mi ha detto: Aiutami un attimo, che non ce la faccio più”… Ma come Franco, la leggenda, che chiedeva aiuto a me, mi sembrò una bestemmia…”

Una finale che disputò da eroe, oggi forse neanche l’intelligenza artificiale avrebbe saputo creare tanto… Forza e sofferenza, trama ed ordito, a ben guardare, di tutta la sua carriera?

Tutto vissuto e sperimentato al Milan, dove crebbe, arrivando lì da ragazzino, ci fu anche una fiducia da parte sua quando la squadra andò in B.  Ha creduto nel Milan, poi ha avuto guai fisici, ha sempre combattuto, ma lui sapeva sempre stare dentro a queste sofferenze e riprendersi e fare ancora paura agli attaccanti. E sono convinto che se avesse l’opportunità oggi di giocare, non sfigurerebbe affatto”.

Veniamo invece al Parma. Tu e i tuoi compagni riusciste a fare due scherzetti al suo Milan. La punizione di Asprilla, che nel marzo ’93, alla Scala del calcio, pose fine al record di 58 risultati  utili consecutivi del Milan degli Invincibili targato Fabio Capello. Eravate entrambi in campo. Così come, sempre a San Siro, ecco la Super Coppa Europea, un anno dopo, febbraio 94, grazie alle reti di Crippa e Sensini. La bestia nera, di quel treno ad altissima velocità rossonera, era spesso proprio il Parma, il tuo Parma. Cosa ti diceva Franco di questo Parma e come considerava le imprese gialloblù Crociate che spesso recavano danni sportivi al suo Milan?

“Non era contento, lo sorprendevamo di sicuro, ci rispettava tantissimo. Rispettava tantissimo tutti: anche in questo era un grande. Eravamo, in quel momento, le squadre più blasonate d’Italia, costruite in due modi diametralmente opposti. Il Milan era una squadra grandi firme, noi una squadra che veniva dalla B e che stava allestendo qualcosa di unico, con giocatori via via funzionali al progetto. Noi abbiamo avuto la caparbietà, l’abilità, di non farci mettere sotto da quello squadrone, anzi, a volte, li abbiamo messi sotto noi”.

Se domani dovessi scrivergli una lettera come la inizieresti e cosa gli diresti come primo messaggio?

“Grazie per avermi insegnato la passione e l’abnegazione che un difensore deve avere, grazie per essere stato un esempio, sempre, non solo in alcune giornate, partendo dagli allenamenti, uno di quelli che sapeva una cosa semplice forse oggi un po’ dimenticata: che se andavi al 100 per cento in allenamento, poi avevi più possibilità di andare al massimo anche in partita, grazie per aver aggiunto, alla classe innata, quel qualcosa di tuo, che ti ha permesso di mantenerla negli anni”.

Oggi la nazionale naviga in torpide acque, tre mondiali visti sul divano e non giocati sul campo: sembra un albatro che non sa più essere lo sparviero che fu. Male in arnese su diversi fronti. Ma come provare a direzionare il percorso di crescita dei ragazzi del neo duo Mancini-Ranieri, magari partendo dalla cifra valoriale, ma anche dal lascito squisitamente tecnico di un colosso come Franco?

“Non può che essere uno sprone quello che ha fatto Franco (81 presenze e 1 gol in azzurronda). Oggi abbiamo grandi mezzi,  grandi allenatori, però bisogna trovare il modo in cui mettere in campo i giocatori, ma ci manca, forse, l’ingrediente più necessario: il talento. Quando giocavo io e quelli della mia generazione, cresceva, si coltivava, sbocciava. Va sostenuto il calcio, ben vengano gli stranieri, specie quelli di valore, come ce ne sono tanti, hanno aumentato, negli anni, il valore e l’appeal del nostro campionato, ma il fatto che vi siano squadre costituite esclusivamente da stranieri, friziona il lavoro del selezionatore nell’ andare a cercare quegli elementi che servono. Va rinvigorita la ricerca. Baresi arrivò, infatti, giovanissimo anche in nazionale. (Nel 1979, a diciannove anni, nda)”. Luca Savarese

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