Errori giudiziari. Scandalo clamoroso in Danimarca: imprecisioni nel tracciamento dei telefoni cellulari potrebbero aver influito su 10.000 casi giudiziari. Possibile revisione di tutte le sentenze coinvolte. Lo “Sportello dei Diritti”: il nostro Ministero della Giustizia chiarisca se analoghi problemi possano riguardare anche e solo potenzialmente le indagini in Italia 

Nessuno è infallibile quando si parla di Giustizia né tantomeno la tecnologia. E quanto sta accadendo in Danimarca ci spinge sempre più verso la via del garantismo e nel ribadire l’importanza di approfondimenti giudiziari che devono scandagliare a 360 gradi i fatti criminosi, perché di mezzo ci vanno possibili innocenti, ma anche le vittime. Per comprendere meglio la valenza di quanto stiamo affermando è sufficiente riportare che in questi giorni le autorità danesi hanno dichiarato di voler rivedere oltre 10.000 sentenze giudiziarie a causa di errori nei dati di localizzazione dei cellulari offerti come prova. Lunedì il direttore delle pubbliche accuse del paese ha anche ordinato una sospensione di due mesi nell'uso dei dati del cellulare da parte dei pubblici ministeri nei casi penali mentre vengono indagati i difetti e le loro potenziali conseguenze.

"Sta scuotendo la nostra fiducia nel sistema legale", ha dichiarato il ministro della giustizia Nick Haekkerup in una nota. Il primo errore è stato riscontrato in un sistema informatico che converte i dati grezzi delle compagnie telefoniche in prove che la polizia e i pubblici ministeri possono utilizzare per individuare la posizione di una persona ed eventualmente se la stessa si trovasse o meno sulla scena di un crimine. Durante le conversioni, il sistema ha omesso alcuni dati, creando un riferimento meno dettagliato di quanto si pensasse di dove fosse geolocalizzato un cellulare. L'errore è stato corretto a marzo dopo che la polizia nazionale l'ha scoperto. In altri casi, alcuni dati di localizzazione dei cellulari hanno collegato i telefoni alle torri sbagliate, associando potenzialmente persone innocenti a scene del crimine, ha affermato Jan Reckendorff, direttore delle accuse pubbliche.

"È un caso molto, ma molto serio", ha dichiarato Reckendorff all'emittente statale danese. "Non possiamo convivere con informazioni errate che possono mandare le persone in prigione." Le autorità hanno affermato che i problemi derivavano in parte dai sistemi informatici della polizia e in parte dai sistemi delle compagnie telefoniche, sebbene un rappresentante del settore delle telecomunicazioni affermasse di non essere in grado di capire come le compagnie telefoniche avrebbero potuto causare gli errori. La polizia nazionale ha stabilito che i difetti sono riferibili a 10.700 casi giudiziari risalenti sino al 2012, ma non è chiaro se i dati errati siano stati un fattore decisivo in qualsiasi verdetto. Il ministro della giustizia danese ha, quindi, istituito un gruppo direttivo per tenere traccia dell'entità dei problemi legali che potrebbero aver causato e monitorare le revisioni dei casi che potrebbero essere stati inficiati da questi problemi.

Tali revisioni inizieranno con i procedimenti pendenti innanzi ai tribunali, i verdetti collegati alle persone che attualmente scontano pene detentive e i casi sottoposti dagli avvocati difensori, ha dichiarato il ministero della Giustizia in una lettera al Parlamento. Un rapporto su ogni revisione sarà trasmesso al tribunale e all'avvocato difensore del caso e i procedimenti saranno revisionati, se necessario, secondo la legge vigente. Un portavoce del direttore delle procure ha dichiarato che la Danimarca sta informando le autorità europee degli errori, ma che non era a conoscenza di eventuali implicazioni per processi o indagini in altri paesi. L'idea che gli errori nei dati possano aver portato a procedimenti penali errati in Danimarca è inquietante, ha affermato Mikael Sjoberg, capo dell'Associazione dei giudici danesi, omologa della nostrana ANM.

"Ci mette in una situazione molto spiacevole che la base delle nostre decisioni venga messa in discussione", ha precisato. Non sono disponibili statistiche sul numero di verdetti raggiunti sulla base dei dati relativi alle torri dei telefoni cellulari nel paese, ma i dati vengono spesso utilizzati in combinazione con altre prove e potrebbero aiutare a dare una decisione al tribunale in entrambe le direzioni - di assoluzione o condanna - affermano gli esperti. Karoline Normann, che dirige il comitato di diritto penale della Danish Bar and Law Society, ha affermato che mentre gli avvocati avrebbero potuto discutere sul significato dei dati dei cellulari, in genere non ne avevano messo in dubbio l'accuratezza prima che venissero alla luce gli errori di sistema. Ora, ha detto, gli avvocati dovranno essere consapevoli del fatto che "le prove che possono apparire oggettive e tecniche non equivalgono necessariamente a un alto valore di prova".

Perfino il direttore della Telecom Industry Association del paese ha affermato che mentre le compagnie telefoniche erano disposte ad assistere la polizia nelle indagini, l'uso dei dati delle torri dei cellulari nelle cause giudiziarie andava oltre il suo scopo originale. "Non abbiamo creato la rete per realizzare sistemi di sorveglianza, ma per creare reti telefoniche", ha dichiarato il direttore Jakob Willer. "I nostri dati sono per i nostri scopi in modo che le persone possano comunicare tra di loro." Ci vorrà un certo sforzo per ristabilire l'affidabilità di tali dati in tribunale, ha affermato Sjoberg dell'associazione dei giudici. "La tecnologia è pericolosa, lo sappiamo tutti", ha detto. "Devo presumere che la polizia si stia concentrando sui loro sistemi IT, quindi questo non accadrà più".

Tuttavia, riconquistare la fiducia è fondamentale, ha affermato l’avvocato Normann. "I dati relativi ai telefoni cellulari sono stati, nel bene o nel male, una parte significativa dei casi criminali, poiché hanno anche contribuito a documentare che le persone non si trovavano in una determinata scena del crimine", ha detto. "Tutti hanno beneficiato dell'elevato valore di evidenza ed è nell'interesse di tutti che ritorni." Tuttavia, al di là di queste giuste riflessioni, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” questo vero e proprio scandalo a dir poco clamoroso e che a detta degli stessi operatori giudiziari colpisce alla base la fiducia dei cittadini in una Giustizia “Giusta”, pone un serio problema globale circa l’affidabilità dei dati in questione per i casi precedenti allo scoppiare di questo enorme problema. E poiché non è dato sapere, sempre per quanto riferito anche dalle autorità danesi, se il problema sia globale o riguardi solo la Danimarca, è assolutamente imprescindibile ed urgente che il nostro Ministero della Giustizia, anche se in sede d’insediamento in ragione della formazione del nuovo governo, chiarisca se analoghi problemi possano riguardare anche e solo potenzialmente le indagini in Italia.

(29 agosto 2019)

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Editoriale:  -Tra diritto alla privacy e buongusto. Quando sbattere il mostro in “prima pagina”? - Lattiero caseario. Leggero calo del latte spot, burro crema e panna ancora giù - Cereali e dintorni. Attenzione alla criticità logistica di agosto.- Energia da scarti agricoli, la Regione Emilia Romagna investe 6,8 milioni -

SOMMARIO Anno 18 - n° 31 04 agosto 2019
1.1 editorialecibus-31-4ago19-COP.jpg
Tra diritto alla privacy e buongusto. Quando sbattere il mostro in “prima pagina”?
2.1 lattiero caseario Lattiero caseario. Leggero calo del latte spot, burro crema e panna ancora giù.
2.1 Bis lattiero caseario Lattiero caseari. tendenza
3.1 cereali e dintorni Cereali e dintorni. Attenzione alla criticità logistica di agosto.
4.1 cereali e dintorni tendenze.
6.1 energia verde Energia da scarti agricoli, la Regione Emilia Romagna investe 6,8 milioni
6.2 ambiente e eventi Anche la diga del Molato nel programma di Confluenze Festival
7.1 acqua e caldo L’acqua c’è, per ora.
8.1promozioni “vino” e partners
9.1 promozioni “birra” e partners
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La “gogna” non è mai stata abolita e quella mediatica è abusata e per di più senza regole nonostante le briglie della privacy.
  
di Lamberto Colla Parma  4 agosto 2019 - L’ispirazione mi è arrivata con l’ennesima notizia di presunti abusi sessuali di cui sarebbe accusato un prete di Piacenza.

Abituato a selezionare i comunicati stampa e le informative che giungono dalle diverse fonti, anche istituzionali e quindi dagli organi di sicurezza dello Stato, dove alla narrazione delle varie operazioni di polizia l’arrestato in flagranza di reato è identificato con l’etnia di appartenenza e le sole iniziali del nome e cognome, rimango sempre attonito quando, come nel caso piacentino, l’uomo è perfettamente pubblicizzato con nome e cognome, parrocchia di appartenenza e via di seguito con i dettagli che man mano emergono dalla strada e dalle “talpe”.

“Fino a maggio don Nome Cognome era il parroco di “parrocchia”, una delle chiese più frequentate della città.

Un sacerdote di Piacenza, don Nome Cognome, è stato arrestato con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali ai danni di ragazzi maggiorenni. Fino a maggio era responsabile della parrocchia di San “parrocchia” una tra le più frequentate della città. Il vescovo Gianni Ambrosio lo aveva destituito in via cautelare dall’incarico dopo alcuni esposti giunti in diocesi. Da qui è poi scattata l’indagine della squadra mobile di Piacenza.
Oltre che per abusi sessuali, il prete è indagato anche per procurato stato di incapacità. Si sospetta che il sacerdote possa aver somministrato droghe o sostanze chimiche alle sue vittime per poi commettere le violenze.
Don “Nome” si trova agli arresti domiciliari su ordinanza di custodia cautelare e nei prossimi giorni verrà ascoltato dal giudice nell’interrogatorio di garanzia”.

Questo il testo riportato da molti siti web e TV sul quale vorrei concentrare alcune considerazioni.

La presunzione di innocenza e il diritto alla privacy dove sono finite nel pruriginoso caso del prete piacentino ma stessa cosa vale anche per il Sindaco di Bibbiano (ancora agli arresti domiciliari mentre è libero il capo della associazione piemontese) e via va per i tanti politici, lavoratori e dirigenti che si siano trovati immischiati in faccende giudiziarie e opportunamente poste sotto indagine ma poi prosciolti o assolti dalle accuse, spesso pesantissime?

Inquietanti sono le ultime parole del testo sopra riportato “nei prossimi giorni verrà ascoltato dal giudice nell’interrogatorio di garanzia”.

Ma come, i delinquenti seriali, arrestati in flagranza di reato, vengono protetti nell’identità mentre un soggetto libero, sottoposto a indagine e non ancora nemmeno ascoltato dal giudice, viene sbattuto sulle prime pagine di tutti i giornali? Poi, magari, in caso di assoluzione (come spesso accade a lustri di distanza) un solo e misero trafiletto sarà dedicato a questo “mostro” che nel frattempo avrà perduto il lavoro, la famiglia, la dignità, avrà speso migliaia di euro per difendersi e per curarsi.

Ma quando questi, anche a distanza di anni, cercherà il proprio nome sul motore di ricerca tornerà alla mente la vicenda giudiziaria e le accuse ma non certamente l’assoluzione e la riabilitazione, men che meno quella sociale. Già perché quella ricerca rapida la farà certamente chi dovrebbe assegnare un lavoro al malcapitato “delinquente temporaneo” e emarginato permanente.

Domanda: per qualche spettatore o “like” in più, è etico mettere alla “gogna” un uomo o una donna libero e sottoposto solo a indagine?

Ebbene, se così fosse, ovvero che tutti accettassimo questo principio illegale, allora vorrei che venisse applicato a tutti, che siano le “fasce protette” come spesso sono i vari mascalzoni di strada o gli appartenenti alle famiglie “bene” di questa o quell’altra località.

Dalla presunzione di innocenza alla presunzione di mostruosità, un buon modo per vendere di più.

(https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/emilia-romagna/abusi-sessuali-arrestato-un-sacerdote-a-piacenza_3223642-201902a.shtml?fbclid=IwAR0PVuJoCbO82qTUcjUMZ4Kw6pBhrte0C9vx4Yq9MiG401cQ04z4OEWuNSQ )
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 CORTEO PRIMO MAGGIO 2019 PARMA 122.jpg

 

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Venerdì, 19 Aprile 2019 06:13

Privacy, altri guai in vista per Facebook

Privacy, altri guai in vista per Facebook: scaricati 1,5 milioni di indirizzi email senza permesso negli ultimi tre anni

Facebook finisce ancora una volta nel mirino per violazione della privacy. Secondo la stessa compagnia, ha scaricato negli ultimi tre anni circa 1,5 milioni di indirizzi email al momento dell'iscrizione di nuovi utenti senza però chiedere il consenso per l'utilizzo.

A riportare la notizia è Business Insider che ha riscontrato l'inizio di questo accumulo di indirizzi e-mail da maggio del 2016. L'azienda di Menlo Park ha ammesso di aver caricato involontariamente su Facebook questo elenco e che ora sta operando per la rimozione.

"Il mese scorso abbiamo smesso di offrire la verifica della password tramite email come opzione per le persone che verificassero il loro account al momento della registrazione per Facebook. Quando abbiamo esaminato i passaggi che le persone stavano eseguendo per verificare i loro account, abbiamo scoperto che in alcuni casi i contatti email della gente sono stati caricati involontariamente su Facebook quando hanno creato il loro account", ha spiegato un portavoce della società.

Il caso è emerso dalla denuncia di un esperto di cybersicurezza. Dopo aver notato che Facebook richiedeva ad alcuni utenti l'inserimento della password della posta elettronica al momento della registrazione per verificane l'identità, si è insospettito, poiché fornire indirizzo email e la password per un accesso è una procedura sorpassata dagli esperti del settore. Facebook avvisava gli utenti che al momento dell'iscrizione al social, inserendo la propria email, avrebbe importato i contatti per costruire la rete di connessioni sociali. All'inizio nessuno ha dato il giusto peso a dove finissero questi contatti raccolti ma, con l'attuale ammissione, Facebook ha confermato che negli anni ha raccolto e caricato oltre 1,5 milioni di indirizzi email. La società con sede in California ha confermato le informazioni, rilevando che questo passaggio di verifica è stato rimosso il mese scorso. La compagnia, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello"Sportello dei Diritti, ha fatto una serie di gaffe sulle informazioni private dei suoi membri negli ultimi anni. Ad esempio, i messaggi di milioni di utenti che volevano che fossero visibili solo dai loro "amici" di Facebook erano stati condivisi pubblicamente, rendendoli visibili al mondo.

(18 aprile 2019)

L'incubo di molte persone è diventato realtà per una ragazza di Chicago. Nel 2015, la giovane donna ha soggiornato nell'hotel Hampton Inn ad Albany, una città degli Stati Uniti d'America, capitale dello stato di New York.

Secondo la sua denuncia, un impiegato ha nascosto una telecamera sotto la doccia della sua camera per filmarla a sua insaputa. Non ne ha saputo nulla fino a settembre 2018 quando ha ricevuto un'e-mail con un link di un sito pornografico. "Sei davvero tu, vero?" Il video ha anche rivelato il suo nome completo. "Quando ho cliccato, ho riconosciuto la mia faccia e il mio profilo in un bagno e ho iniziato a urlare", ha detto la donna, che preferisce rimanere anonima.

"Pensavo che la mia vita fosse finita, se la gente che mi conosce lo vedesse, la mia vita sarà completamente distrutta." «Ero così disgustata. Sono crollata, mi sono sentita come profanata», così ha raccontato la donna. Poi riceve un messaggio minaccioso: "Hai tempo fino a mezzanotte per mandarmi un nuovo video su di te, altrimenti, posterò più clip di lei, con il suo nome, le informazioni, e poi li invierò alla sua conoscenza. Sarai in grado di goderti la tua celebrità. " "Quando vai in una stanza d'albergo, non puoi immaginare che una cosa del genere possa accadere a te", dice lal denunciante.

Secondo l'avvocato Roland Christiansen, potrebbero esserci altre vittime, che sono passate dalla stessa stanza. Una portavoce dell'Hilton si è scusato e ha detto di essere intenzionato di capire il colpevole di un gesto tanto meschino. detto di essere "scioccata" e che avrebbe lavorato con le autorità. Ora la donna ha messo la causa nelle mani dei propri avvocati. Questo processo potrebbe costare 100 milioni di dollari (88 milioni di euro) al gruppo Hilton.

Per Giovanni D'Agata presidente dello "Sportello dei Diritti", salvo esplicite e legittime richieste dell'autorità giudiziaria, tutte le le camere d'albergo o di strutture ricettive dovrebbero essere bonificate da ogni strumento che possa in qualche modo ingerire nella privacy dell'utenza. Ecco perchè è opportuno che le suddette attività monitorino le camere per evitare eventi del genere.

 

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Sono le donne a sbirciare più spesso lo smartphone del partner. A rivelarlo è uno studio condotto da Sotomo per Sunrise. Secondo il rapporto un quarto delle ragazze tra i 15 e i 30 anni lo ha già fatto. Il codice d'accesso, del resto, per molti giovani non è un segreto

Tra i più giovani sbirciare il telefono del partner alla ricerca di indizi di infedeltà è più una cosa da donne che da uomini. A svelarlo è uno studio condotto da Sotomo per Sunrise che ha coinvolto più di 2'600 persone tra i 15 e i 30 anni.

Il 28% delle ragazze e giovani donne, in particolare, ammette di aver già spaito nello smartphone di un'altra persona contro il 13% dei maschi. Per entrambi i sessi, l'apparecchio spiato era nella stragrande maggioranza dei casi proprio quello del partner e l'obiettivo era trovare prove di una possibile infedeltà.

Per i giovanissimi, del resto, l'accesso al telefonino di qualcun altro non rappresenta affatto un problema. Due terzi degli intervistati ammettono infatti che una o più persone conoscono il codice di accesso del loro dispositivo. La persona che più spesso dispone di questo privilegio è proprio il partner (70% dei casi). Seguono il/la migliore amico/a, i fratelli o le sorelle, i colleghi e, per ultimi, i genitori.

Tra gli altri risultati dello studio, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei Diritti", tuttavia lo smartphone è associato principalmente ad esperienze positive che negative. Oltre a uno strumento per comunicare e trovare informazioni, dai giovani è molto apprezzato come macchina fotografica e supporto per ascoltare musica e, nel caso delle ragazze, piace perché garantisce una sensazione di maggiore sicurezza quando ci si trova fuori casa.

 

 

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(13 novembre 2018)

Una donna leccese propone denuncia alla Polizia Postale. Lo "Sportello dei Diritti": l'inchiesta dovrà riguardare anche i divulgatori. Pronti ad intraprendere ogni ulteriore iniziativa utile per la massima tutela della ragazza

Un momento d'intimità e passione ripreso per gioco che sfugge dallo smartphone che sarebbe stato incautamente custodito e poi smarrito e che poi condiviso sui social, diventa virale, creando un'infinità di danni ad una donna leccese la cui esistenza è letteralmente sconvolta a causa di una leggerezza non sua. Oggi, l'avvenente ragazza ha deciso di denunciare ed andare avanti dopo che gli è stato anche preannunciato di dover essere licenziata dal posto di lavoro, un noto centro sportivo dell'hinterland del capoluogo salentino, perchè quel video desterebbe imbarazzo. Un caso come tanti, che ormai è possibile leggere sulle cronache e che però riguarda anche la vita di chi ingenuamente si fa riprendere pensando che quelle immagini rimarranno assolutamente segrete e che poi anche per colpa di un'infinita platea di curiosi si ritrova nella memoria dei dispositivi di una miriade di sconosciuti che ti diffamano, ti cercano di contattare, ma trovano comunque un muro nella dignità della persona offesa.

Perchè di vittima si tratta, ma anche di donna pronta a combattere per difendere il proprio onore e cercare di far perseguire chiunque condivida il video e la diffami. Ecco perchè costei si è rivolta dapprima alla Polizia Postale di Lecce ed anche allo "Sportello dei Diritti" per tutelare la propria persona da questo vortice diffamatorio che la riguarda. E' noto, infatti, che esistono dei software in dotazione alla principale forza di polizia che si occupa di crimine informatico, che attraverso complessi algoritmi sono in grado di risalire a coloro che condividono file, anche di questo tipo.

Ecco perchè, Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei Diritti", ritiene doveroso avvertire chiunque persevererà nell'attività di condivisione del video che, almeno in astratto, potrà essere individuato con tutte le conseguenze giuridiche del caso anche in tema di violazione del diritto alla privacy della malcapitata. Siamo pronti, infatti, attraverso il nostro staff di legali e consulenti tecnici ad intraprendere ogni ulteriore iniziativa utile per la massima tutela della ragazza.

(6 novembre 2018)

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L'art. 37 del Regolamento Europeo Privacy (2016/679 Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati-GDPR) ha introdotto l'obbligo di adeguare l'organigramma aziendale della privacy, prevedendo la figura del DPO ovvero del Responsabile per la Protezione dei Dati. Vediamo nel dettaglio quali sono le imprese tenute a nominare il DPO e quali sono i compiti della nuova figura professionale.

Devono nominare un DPO tutte le aziende le cui attività principali riguardano il trattamento dei dati che, per finalità, oggetto o natura, richiedono il monitoraggio regolare e sistematico su larga scala degli interessati. Ad esempio tutte le aziende la cui attività principale consiste nel trattamento di dati sensibili, relativi alla salute oppure dati genetici, giudiziari e biometrici. In tutti gli altri casi è possibile nominare la figura del DPO su base volontaria.

Quali sono i compiti del Responsabile per la Protezione dei Dati?
Il DPO ha la responsabilità di far rispettare le normative europee e nazionali in materia di privacy e i suoi compiti principali sono l'osservazione, la valutazione e la gestione dei dati personali.

La nuova figura dovrà essere sempre coinvolta nelle questioni inerenti la protezione dei dati e nello specifico si occuperà di sorvegliare sull'osservanza del regolamento e verificare le attribuzioni delle responsabilità.

In tal modo si garantisce che un soggetto qualificato si occupi in maniera esclusiva della materia della protezione dei dati personali, aggiornandosi sui rischi e le misure di sicurezza, in considerazione della crescente importanza e complessità del settore. Inoltre, si dovrà occupare di sensibilizzare, informare e formare il titolare, i responsabili e i dipendenti dell'azienda ed essere il punto di incontro con l'Autorità Garante. In tutti i casi, il DPO dovrà lavorare in maniera autonoma e indipendente per assicurare che ulteriori mansioni e funzioni non entrino in conflitto di interessi perché altrimenti il DPO dovrebbe in pratica controllare se stesso.

Quali i requisiti della nuova figura professionale?
Il DPO dovrà possedere adeguate conoscenze della normativa e della prassi di gestione dei dati personali. Un'approfondita conoscenza della normativa e delle prassi in materia di privacy, nonché delle norme e delle procedure amministrative che caratterizzano lo specifico settore di riferimento, sono le competenze core.

In fase di nomina sarà quindi importante valutare candidati che possano dimostrare qualità professionali adeguate alla complessità del compito da svolgere, magari documentando le esperienze fatte, la partecipazione a master e corsi di studio/professionali (in particolare se risulta documentato il livello raggiunto). Il DPO potrà essere selezionato anche tra i dipendenti dell'azienda oppure potrà essere un libero professionista, legato all'azienda da un contratto di servizi.

Pubblicato in Lavoro Emilia
Venerdì, 01 Giugno 2018 07:57

GDPR: tutte le novità

Il GDPR (General Data Protection Regulation) porta con sé novità sostanziali che sono destinate a mutare la gestione complessiva della materia, vediamo quali sono i principali aggiornamenti.

Tutte le aziende titolari del trattamento dei dati sono obbligate a creare un registro delle attività svolte e di compiere una valutazione d'impatto sulla protezione dei dati.

La nuova figura del Data Protection Officer (DPO), dovrà essere obbligatoriamente presente all'interno delle aziende pubbliche e in tutte quelle dove il trattamento dei dati presenti specifichi rischi. Saranno coinvolte le aziende con più di 250 dipendenti e quelle dove il trattamento dei dati possa presentare un rischio per i diritti e le libertà dell'interessato.

Tra le novità anche il diritto all'oblio, ovvero la possibilità da parte dell'interessato di richiedere che i propri dati personali siano cancellati e non più sottoposti a trattamento e la portabilità dei dati, la libertà di trasferire i propri dati da un prestatore di servizi a un altro, senza impedimenti. Precisamente, nel caso in cui i dati personali siano stati raccolti per finalità o tipologie di trattamento per le quali il consenso non è richiesto, gli interessati potranno ottenere la cancellazione solo nel momento in cui i dati non siano più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti.

L'obbligo di comunicazione al Garante dell'avvenuta violazione dei dati personali sarà oggetto della nuova regolazione in materia di Data Breach e verrà esteso a tutti i titolari e responsabili dei dati.

Per i trattamenti che prevedono l'utilizzo di nuove tecnologie sarà obbligatorio la Valutazione d'impatto sulla protezione dei dati (DPIA), ovvero una valutazione degli aspetti personali relativi a persone fisiche basato su un trattamento su larga scala.

Maggiore attenzione dovrà essere data pertanto sia alle informative, al consenso e alle modalità di trattamento dei dati, sia alle eventuali richieste dei soggetti a cui i dati si riferiscono.

Le nuove disposizioni dovranno essere adottate considerando un impegno progettuale costante in materia di Privacy.

In termini teorici, la progettazione dovrà seguire i concetti di "Accountability", ogni impresa deve essere in grado di dimostrare di aver fatto quanto richiesto per mettere in sicurezza i dati personali, di "Privacy by design", tutti i sistemi di trattamento dei dati devono essere progettati nel rispetto della normativa e non solo usati in quel modo e di "Privacy by default", il sistema deve prevedere specifiche tecniche che devono in automatico prevenire eventuali violazioni.

Il GDPR non sostituisce ma integra l'attuale Codice della Privacy, abrogando solo le parti con esso non compatibili e riguarda tutte le aziende che, avendo uno stabilimento nell'Unione Europea, trattano dati personali indipendentemente dal fatto che il trattamento sia effettuato nell'UE stessa.

 

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Nuova Editoriale società cooperativa - Regolamento generale sulla protezione dei dati personali (GDPR) -

Nuova Editoriale società cooperativa.
Via G. Spadolini, 2
43022 Monticelli Terme (PR)

I suoi dati sono molto importanti e preziosi per noi e li trattiamo con attenzione e estrema riservatezza. Il 25 maggio 2018 entra in vigore il nuovo Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (UE 2016/679).

Se desidera rimanere in contatto con noi e avere informazioni di prima mano con le notizie delle nostre Testate Editoriali, non deve fare nulla. In tal modo, ci autorizzerà a continuare a inviarle le nostre comunicazioni.

Se non desidera ricevere queste informazioni, le chiediamo di inviare una richiesta di cancellazione al seguente indirizzo e-mail:

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Un cordiale saluto da tutto il team di Nuova Editoriale società cooperativa

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