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Intervista al Presidente della Provincia Gianmaria Manghi. Reggio prima e dopo l'Operazione Aemilia -

di Federico Bonati -

Reggio Emilia, 2 marzo 2015 -

Presidente, parliamo di Operazione Aemilia: che impressione le ha lasciato apprendere di ciò che accadeva nel territorio reggiano?
Un senso di forte preoccupazione e smarrimento, nonostante si trattasse di vicende non nuove, a maggior ragione considerando l'ingenza e l'articolazione dell'operazione che hanno portato alla luce la rete d'infiltrazioni.

Con il ruolo che ricopre, ha mai avuto sentori di ciò che è stato poi rivelato?
Personalmente, come sindaco di Poviglio e poi come Presidente della provincia di Reggio non sono mai stato avvicinato con metodi o con gesti e segnali eversivi, perché in quel caso avrei immediatamente informato gli organi di competenza.

A quasi due mesi da EXPO, che immagine ritiene possa dare la provincia di Reggio Emilia e l'Emilia stessa al mondo che sta venendo a farci visita?
Reggio Emilia e la provincia reggiana mantengono prevalentemente la loro immagine integra. Si tratta di una realtà operosa, seria, fatta in generale di gente per bene. Qui la Resistenza ha dato il via ad un solco di valori importanti. Sicuramente, col passare dei tempi il profilo reggiano è cambiato; e senza dubbio ciò che è accaduto è rilevante, tuttavia l'immagine di Reggio Emilia non ne esce stravolta.

Assieme al Prefetto e al Sindaco Vecchi firmerete un protocollo d'intesa sulla questione antimafia: nel concreto cosa accadrà?
Seguiremo due piste di lavoro. La prima sarà appunto richiedere alla Prefettura una proposta di protocollo di legalità più stringente. Con esso si determineranno un abbassamento delle soglie economiche per i bandi di gara e l'estensione dei controlli sull'edilizia urbana, con un'attenzione altissima anche alla questione dei subappalti. La seconda pista di lavoro, sulla quale ci siamo già mossi come sindaci, è il confinamento delle VLT nelle zone industriali, allontanandoli dai centri storici. In quest'ottica abbiamo chiesto alla Regione di avere, come sindaci, il potere di interrompere immediatamente le attività nella quale si registreranno abusi in questo senso e dove non saranno rispettate le regole.

Da un lato Giovanni Impastato afferma: "Non c'è una volontà politica di combattere la mafia", mentre dall'altro il senatore Stefano Vaccari, della commissione antimafia dice: "Non generalizziamo, stiamo facendo tanto". Chi dei due ha ragione?
Per quanto riguarda il territorio reggiano, ciò che dice Impastato non corrisponde alla realtà dei fatti. Molti amministratori vogliono accrescere la consapevolezza sul tema e dotarsi di strumenti adeguati. Può essere vero il fatto che abbiamo pensato di vivere in una società lontana dalle realtà mafiose, ma quando i segnali in quest'ottica sono arrivati c'è stata subito una reazione. Inoltre, la generalizzazione per il nostro territorio è errata, poiché non vi sono, ad oggi, né sindaci né opere coinvolte nell'inchiesta.

La Provincia, sulla questione della legalità e della lotta alla mafia, proseguirà il percorso fatto finora o avrà degli incrementi e/o delle innovazioni in quest'ottica? Se sì, quali?
Proseguiremo con quanto fatto finora. Anche quest'anno riproporremo il Festival della Legalità che coinvolge scuole e istituti superiori, così come proseguiranno gli incontri pubblici di sensibilizzazione sul tema. Inoltre, la Provincia sottoscriverà un protocollo di intenti con la Prefettura, a discendere dal quale cercherà di coordinare la firma da parte di tutti i Comuni del Protocollo di legalità precedentemente evocato.

Che cosa si sente di dire alle migliaia di cittadini onesti scossi dalla notizia delle infiltrazioni mafiose nel territorio reggiano?
Sicuramente, ci sentiamo vicini a loro nella preoccupazione e nel senso di smarrimento. Ma siamo anche certi che noi, come gruppo dirigente della provincia di Reggio Emilia, faremo tutto il possibile per la tutela delle comunità. Siamo pronti per esercitare un ruolo di primo piano nella collaborazione attiva in ottica legalità.

Pubblicato in Cronaca Reggio Emilia

A Mirandola pubblico numeroso ed acceso dibattito sulle infiltrazioni mafiose e la ricostruzione post-sisma -

di Federico Bonati -

Modena, 16 febbraio 2015 –

Una Sala Consiliare piena in ogni ordine di posto a Mirandola per l'incontro "Ricostruzione e Legalità". Si è parlato di mafia, di ricostruzione dopo il terremoto del 2012, e lo si è fatto con Vito Zincani, ex Procuratore della Repubblica a Modena, con Alberto Silvestri, sindaco di San Felice sul Panaro e con il senatore Stefano Vaccari, della commissione parlamentare Antimafia.

Ad aprire il dibattito è Pierluigi Senatore, direttore di Radio Bruno e coordinatore dell'evento, che riparte dalle intercettazioni legate all'Operazione Aemilia. Intercettazioni in cui si palesano ignobili risate di chi, nei momenti del terremoto, pensava ai soldi che avrebbe comportato la ricostruzione. Che cosa si può provare davanti a quelle risate?

"È stato devastante per tutti – dice Silvestri - ed è la dimostrazione che le infiltrazioni mafiose ci sono anche da noi. Abbiamo fatto molto per cercare di contrastarle, ma non basta il lavoro delle forze dell'ordine; serve un impegno di tutto il tessuto sociale".
Le risorse che comporta una ricostruzione di questo genere, in chiave economica, sono una forte attrattiva per la malavita organizzata (Aquila docet). Ma, alla luce dei fatti, ci si pone il dubbio che il problema sia stato sottovalutato.

In merito risponde Zincani, secondo il quale il problema non è stato sottovalutato, anche se siamo davanti ad una situazione molto complessa. "Il crimine organizzato è come un virus che si modifica in base alle caratteristiche del DNA di chi lo ospita. Le imprese mafiose sono competitive in economia sotto il profilo del prezzo, offrendo vantaggiosi risparmi. L'unica pecca, sotto questo aspetto è stata il non aver compreso quanto l'abbraccio mafioso potesse essere letale. Ecco perché bisogna tenere gli occhi aperti su questi focolai".

Oltre agli occhi aperti è importante, da parte di tutta la società, parlare e denunciare le attività illecite, poiché è proprio nel silenzio che proliferano e si fanno forti le mafie. Ora, però, è il momento di risposte concrete anche da parte della politica, come spiega l'On. Vaccari: "Interverremo con proposte di modifica delle norme attuali, rendendo più efficace la lotta alla mafia". Tuttavia, ricordando le recenti parole di Giovanni Impastato, sembra che non ci sia una volontà politica di combattere la mafia. Vaccari, però, non ha dubbi: "Non generalizziamo. Gli atti fatti finora parlano chiaro. Abbiamo messo a disposizione del Parlamento, in maniera unanime, gli elementi necessari per la modifica del codice antimafia, partendo dai beni confiscati, che diverranno sempre più celermente risorse per il bene pubblico e la collettività. Inoltre, in occasione delle elezioni regionali dello scorso novembre, ogni forza politica in campo ha ricevuto un codice etico al fine di selezionare i propri candidati, per evitare la presenza di soggetti di impropria appartenenza".

Pierluigi Senatore solleva quindi il dubbio di un possibile rallentamento dei lavori di ricostruzione, prontamente scongiurato da Silvestri. "Siamo stati accusati di lentezza – prosegue il primo cittadino di San Felice - ma affinché le cose siano fatte bene, in maniera trasparente e legale e per la totale sicurezza dei cittadini, ci sono dei tempi importanti da rispettare".
Ha quindi inizio il dibattito, tra applausi per alcuni interventi e mormorii per altri, con anche un acceso botta e risposta tra un cittadino e il sindaco Silvestri.

L'evento si conclude con una saggia riflessione di Zincani: "La lotta alla mafia riguarda tutti. È necessario avere una compattezza che finora non c'è mai stata. Non basta solo rinvigorire le forze dell'ordine, bisogna avere una crescita culturale di tutto il paese. Come diceva il mio amico Falcone: prima o poi, come tutte le cose, anche la mafia avrà una fine".
L'applauso scrosciante che ne è conseguito è l'immagine di un'Emilia che non vuole arrendersi alle mafie, ma che intende reagire, abbracciando la legalità. E, in quest'ottica, resistere, resistere, resistere.

Pubblicato in Cronaca Modena

Il comune, la provincia e la prefettura di Reggio Emilia si sono attivati per un protocollo antimafia nel territorio -

Reggio Emilia, 10 febbraio 2015 – di Federico Bonati -

È notizia dei giorni scorsi l'incontro tra il prefetto Raffaele Ruberto, il sindaco Luca Vecchi e il presidente della provincia Gianmaria Manghi, avente come tema gli sviluppi dell'operazione Aemilia. Si è partiti riepilogando l'incontro con i sindaci nell'assemblea che si è svolta sabato 31 gennaio, nella quale lo stesso Ruberto aveva già affermato la disponibilità della Prefettura a proporre ulteriori strumenti finalizzati al controllo del territorio. In quella sede fu inoltre approvato all'unanimità il documento che i sindaci reggiani sono ora impegnati a portare all'attenzione dei rispettivi consigli comunali. Ruberto, Vecchi e Manghi sono giunti a due importanti conclusioni: in primo luogo vi è l'impegno a redigere un protocollo di legalità ulteriormente restrittivo, in termini di assegnazioni lavori, appalti e controlli sull'edilizia e urbanistica, rispetto a quanto realizzato sino ad oggi. Il protocollo ideato sarà sottoposto a una prima analisi interna, passando in seguito ad una progressiva divulgazione a tutti i sindaci del territorio.

In secondo luogo, Vecchi e Manghi hanno richiesto alla Prefettura di potere interagire relativamente ai nuovi possibili ambiti di infiltrazioni delle organizzazioni malavitose, come ad esempio i videopoker, i totem e le sale slot, al fine di poter avere a disposizione, in qualità di enti pubblici, gli strumenti adeguati per arrivare a una limitazione dell'insediamento delle stesse ed esercitare un controllo fortemente efficace.
 "Un incontro significativo": così è stato definito in maniera unanime il meeting dai presenti.

Sia Vecchi che Manghi aggiungono poi: "Giudichiamo positivamente questo secondo passaggio che fa da seguito a quello di sabato, poiché siamo alla ricerca di una concretizzazione pronta ed efficace degli intendimenti che abbiamo espresso sul tema dell'illegalità e sulla presenza dell'economia di tipo criminale nella nostra provincia. Siamo convinti che vi sia bisogno di produrre dei fatti ulteriori rispetto a quanto è stato realizzato in passato, per accrescere sempre di più le capacità di impermeabilità delle istituzioni di fronte all'assai preoccupante fenomeno che ci troviamo a fronteggiare".
È arrivato il momento dei fatti concreti a Reggio e dintorni per combattere strenuamente la presenza malavitosa; in certi casi le parole sono importanti, ma i fatti lo sono ancora di più.

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Resistere alla mafia è possibile, combattendola con impegno civile, onestà e con il sorriso, come faceva Radio Aut -

Reggio Emilia, 9 febbraio 2015 – di Federico Bonati -

Il 9 maggio 1978 il corpo di Aldo Moro, assassinato dalle BR, fu ritrovato in via Caetani a Roma. In quello stesso giorno, a Cinisi in Sicilia, veniva fatto esplodere Peppino Impastato. Una morte che fu inscenata come suicidio, con l'intento di far passare come attentatore di estrema sinistra Impastato, ma che si scoprì essere una montatura: Peppino Impastato fu ucciso su mandato di Gaetano Badalamenti, mafioso.

Ancora oggi, a trentasette anni dalla sua scomparsa, la figura e il ricordo di Peppino Impastato, una figura straordinaria per la democrazia, che lottò la mafia con l'impegno civile e con la satira, è più viva che mai, grazie anche alle suggestive parole del fratello, Giovanni Impastato.
Per il ciclo "Teatro e Legalità" promosso da Noveteatro, Giovanni Impastato è giunto nel reggiano per una tre giorni dedicata alla memoria del fratello, attraverso spezzoni del film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana, attraverso letture del libro dello stesso Impastato "Resistere a Mafiopoli" e con un botta e risposta finale tra il pubblico e l'ospite.
Nel corso della serata, Giovanni rievoca i ricordi di famiglia, aprendo metaforicamente al pubblico il proprio "album dei ricordi": il rapporto col padre anch'egli mafioso, gli screzi infantili e l'avvicinamento a Peppino, la lotta nel ricordo del suo nome assieme alla madre Felicia dopo l'assassinio del fratello. C'è uno spaccato d'Italia, un racconto svoltosi nel cuore della Sicilia, di chi arrivato ad un certo punto, non può più fare finta di niente.

Una storia di satira con Radio Aut e la mitica trasmissione "Onda Pazza", ma allo stesso tempo una storia di depistaggi e insabbiamenti, a dimostrazione di quanto il cancro mafioso sia stato e, purtroppo, sia ancora inserito nelle istituzioni e nelle forze dell'ordine. Una storia di chi, invece, riaprì il caso Impastato dopo l'archiviazione: da Gaetano Costa a Rocco Chinnici fino a Giovanni Falcone, con una triste considerazione finale: chi favorì l'insabbiamento e il depistaggio delle indagini fece una brillante carriera, mentre chi cercò di fare luce sulla vicenda finì assassinato dalla mafia, ad eccezione di Antonio Caponetto. Inutile commentare ulteriormente.
Impastato parla poi di Casa Memoria, casa natale dei fratelli Impastato, divenuta oggi museo alla memoria di Peppino e inno alla libertà, parla di quei cento passi che la dividono da casa Badalamenti, attualmente affidata alla famiglia Impastato dopo l'esproprio, parla delle pietre d'inciampo sulle quali è vivo il ricordo della vita e della lotta di Peppino. Conclude poi con una frase eloquente: "La mafia non è invincibile".

Il signor Giovanni Impastato ha gentilmente risposto ad alcune domande del pubblico al termine della serata, e anche a quelle della Gazzetta dell'Emilia.

Giovanni, l'operazione Aemilia ha fatto capire una cosa: la mafia è arrivata anche al Nord ed è entrata nei luoghi di potere. Che riflessione si può trarre?
La mafia ha cambiato strategia, segue i flussi di denaro, l'economia, la finanza, è entrata negli studi medici e dei professionisti, ecco perché si parla di borghesia mafiosa. Anche l'Emilia, terra di principi e di efficienza, è stata intaccata da ciò, basti pensare che Gaetano Badalamenti fu mandato al confino a Sassuolo, e acquistando un'azienda di ceramica, riciclò denaro sporco. Se mi si chiede se oggi ci sia più mafia in Sicilia o in Lombardia non ho dubbi, decisamente in Lombardia, pensiamo a quello che è successo col caso Expo. Falcone diceva che la mafia, come ogni storia, ha un inizio e una fine; il problema è che manca la volontà politica di abbatterla.

Portando in giro per l'Italia la storia e il ricordo di suo fratello, le sembra di portare avanti ancora le sue battaglie?
Si. Le battaglie di Peppino, le sue iniziative a livello ecologico e sulla salvaguardia dell'ambiente sono più attuali che mai. La sua è una storia d'impegno sociale, di lotta e di passione.

Che idea ha del nuovo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il cui fratello Piersanti fu ucciso in un attentato mafioso?
Mi sembra una brava persona, con una forte coscienza democratica. Sono convinto che farà bene essendo, inoltre, una persona che nutre un profondo rispetto nei confronti della costituzione.

La storia insegna che chi si fa avvinghiare dai tentacoli della mafia, divenendone colluso, riesce a fare una brillante carriera nel nostro paese. Ma la storia insegna che c'è anche chi dice no, chi lotta e muore, ma che non si piega mai, il cui ricordo e le cui battaglie sono portati avanti da altre persone, perché come diceva Peppino: "La mafia è una montagna di merda". Sono quelli come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, il Generale Dalla Chiesa, e più recentemente Roberto Saviano, Don Ciotti, Pino Maniaci, i ragazzi di Addio Pizzo. Sono quelli come Peppino. Ed è grazie a loro e a chi, seguendo il loro esempio, lotta, vive e si impegna ogni giorno nel proprio piccolo, che l'Italia ce la farà.

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Giovedì, 29 Gennaio 2015 11:16

Le mani sull'Emilia

Arresti eccellenti e duro colpo alle cosche con l'operazione "Aemilia" che ha rivelato al territorio un volto sconosciuto. Ma non del tutto sconosciuto -

Reggio Emilia, 29 gennaio 2015 – di Federico Bonati -

In tempi non sospetti lo scrittore Roberto Saviano, autore di best seller come "Gomorra" e "Zero Zero Zero", parlò del pericolo delle infiltrazioni mafiose e 'ndranghetiste nel Nord Italia, alle quali bisognava fare estrema attenzione. Un monito che si rivelò quanto mai profetico. Ne è una piena dimostrazione l'operazione "Aemilia", condotta dalla Dda di Bologna, scattata ieri prima dell'alba tra le province di Reggio Emilia, Modena, Parma, Piacenza e nella stessa Bologna, la quale ha portato a centodiciassette ordinanze di custodia cautelare, di cui cinquantaquattro per associazione di stampo mafioso, quattro per concorso esterno e ben oltre duecento nomi nella lista degli indagati.

Ma andiamo con ordine. Ore 3.30 di notte: la notte dell'Emilia viene illuminata dalle sirene delle auto dell'Arma: il blitz ha inizio. Si tratta, come definisce il procuratore capo nazionale antimafia Franco Ruberti di un'iniziativa storica, senza precedenti. Le forze dell'ordine si presentano a casa delle persone che fungono da riferimento per la cosca emiliana, ma legata al territorio calabrese. Sono sostanzialmente sei i capi promotori: Nicolino Sarcone, che si occupava del reggiano; Michele Bolognino, che si occupava di Parma e della bassa reggiana; Alfonso Diletto, anch'egli operante nella bassa reggiana; Francesco Lamanna, operante a Piacenza; Antonio Gualtieri, per lui Piacenza e Reggio e Romolo Villirillo. Per tutti costoro è scattata l'ordinanza di custodia in carcere.

Una lunga lista di nomi, alcuni dei quali eccellenti, rientrano nel registro degli indagati: tra questi Giuseppe Iaquinta, imprenditore edile e padre dell'ex attaccante della Juventus e della Nazionale Vincenzo; Giuseppe Pagliani, avvocato e consigliere a Reggio Emilia per FI; l'ex presidente del consiglio comunale di Parma, Giovanni Paolo Bernini; Marco Gibertini, giornalista. La notizia più sconcertante è senza dubbio l'approdo dell'associazione 'ndranghetista anche all'interno delle forze dell'ordine, le quali, spiega il procuratore capo della Dda Alfonso: "Hanno purtroppo favorito l'organizzazione". Le manette sono scattate per Domenico Mesiano, poliziotto. Si aggiungono, inoltre gli ex carabinieri Mario Cannizzo e Domenico Salpietro.


 Sulla vicenda il commento del sindaco Vecchi è eloquente: "La città si sveglia scossa da una vicenda come questa, che ha una rilevanza senza precedenti. Ma questa è anche una vittoria di un sistema istituzionale che in questi anni ha preso coscienza e reagito, sia sul fronte della prevenzione sia su quello della repressione. Speriamo che sia un colpo al cuore a un sistema mafioso che sapevamo essersi insediato ma ancora non conoscevamo nella sua portata". Il primo cittadino ha ringraziato e lodato le forze dell'ordine per l'operazione svolta. Il presidente della Provincia, Giammaria Manghi, definisce quest'operazione una conferma clamorosa di ciò che negli ultimi anni è emerso anche nel territorio reggiano, il tutto sempre puntualmente denunciato dai magistrati. Aggiunge: "Sono confortato dal fatto che le istituzioni si rivelino all'altezza di una sfida delicata e complessa. Ma non posso che essere fortemente preoccupato nel constatare come la nostra comunità e la nostra provincia siano sedi di organizzazioni criminali che rubano ossigeno all'economia degli onesti, inquinano la nostra società e tentano di incunearsi nelle istituzioni".

Ciò che si temeva potesse accadere è accaduto: il cancro malavitoso, in questo caso 'ndranghetista, è giunto anche in Emilia. Un cancro che, però, ha subito un durissimo colpo da parte delle forze dell'ordine. Un primo duro ed importantissimo colpo.

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Giovedì, 22 Gennaio 2015 09:17

A voce alta contro tutte le mafie

Presentato a Roma il brano di Marco Ligabue, Lello Analfino e Othelloman "Il silenzio è dolo", uno spaccato di Sicilia fatta di nomi e di storie -

Di Federico Bonati -

Roma, 22 gennaio 2015 –

È stato presentato in conferenza stampa "Il silenzio è dolo", ultimo progetto musicale, con importanti risvolti sociali, dell'artista emiliano Marco Ligabue. Questo progetto, come spiega il cantautore, è frutto dell'incontro con Ismaele La Vardera. Ismaele proviene da Villa Abate, teatro di uno scandalo di politica clientelare legato alla selezione degli scrutatori per le europee 2014, ed è un giornalista giovane, ma tosto, proprio come il suo direttore a Telejato, Pino Maniaci, più volte vittima di ripercussioni e vessazioni mafiose nei suoi confronti, che tuttavia non sono mai state capaci di azzittirlo. L'incontro tra Ismaele e Marco è un incontro incentrato sulla richiesta di dare una voce, in questo caso di carattere artistico, ad una Sicilia pulita e con una grande voglia di riscatto, una Sicilia fatta di cinque milioni di persone oneste, una Sicilia che per troppo tempo ha vissuto nel silenzio e nell'omertà, e che ora vuole fare sentire la sua voce. Poiché è proprio nel silenzio che si fortifica l'azione mafiosa.

Ligabue inizia quindi a creare il pezzo, al quale si aggiungono due nomi noti della musica siciliana: il cantautore Lello Analfino dei Tinturia e il rapper palermitano Othelloman. Ciò che ne esce è "Il silenzio è dolo", uno spaccato di Sicilia fatta di nomi e di storie, alcune conosciute altre meno, racchiuse in musica, a testimonianza del fatto che si è taciuto troppo ed ora è arrivato il momento di fare sentire la voce.
La voce anche di persone come Valeria Grasso, testimone di giustizia. La sua storia è una di quelle che colpiscono nel profondo, ma che allo stesso tempo sono all'ordine del giorno nei luoghi nei quali è presente l'efferata azione di stampo mafioso e malavitoso. Nel quartiere San Lorenzo di Palermo, Valeria aprì una palestra, salvo poi finire nella rete dell'estorsione. Trovò il coraggio di denunciare tutto alla procura di Palermo, e la sua testimonianza portò alla condanna a dodici anni per l'estorsore Salvatore Lo Pricchio.
Ma questo suo coraggio le complicò la vita in maniera inesorabile: arrivarono minacce di morte rivolte ai suoi tre figli, ma più di tutto fece scalpore il silenzio e l'abbandono delle istituzioni. Fu solo dopo una strenua lotta che Valeria rientrò nel piano di protezione dei testimoni di giustizia, dovendo lasciare la sua terra.

Silenzio dolo 1rid

Valeria, come anche l'intera Nazionale Cantanti, hanno sposato il progetto, che oltre ad una connotazione musicale ha anche una importante rilevanza sociale, in particolar modo nei confronti di scuole e università, perché è proprio agendo sui giovani studenti che la mafia può, e deve, essere sconfitta. Anche la politica, con l'IDV in primis, ha appoggiato e riconosciuto l'importanza del progetto "Il silenzio è dolo".
Al termine della conferenza stampa è stato fatto vedere in anteprima nazionale il video della canzone: Ligabue, Othelloman e Analfino tra le strade di Palermo, Capaci, Villa Abate, nei mercati delle città, dove tante persone si strappano pezzi di scotch dalla bocca, per tenere fede al tema: ormai il silenzio omertoso è un vero e proprio atto di dolo.
Alla fine del video il siparietto del levarsi lo scotch dalla bocca viene ripetuto da tutti i giornalisti presenti in sala, a dimostrazione che oltre alla libertà di parola, è importante difendere e valorizzare il diritto e il dovere di parola, in particolare per denunciare ogni tipo di sopruso, ogni tipo di mafia.
Applausi scroscianti per un'iniziativa importante, di lotta contro uno dei mali del paese, che prima o poi, grazie a chi non sta e non starà più in silenzio, scomparirà.

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Lunedì, 29 Dicembre 2014 08:40

Carminati a Parma da Tolmezzo (UD)


Si allunga la lista di ospiti illustri presso il carcere di massima sicurezza di Parma.

di LGC - Parma 29 dicembre 2014 --
Il carcere di Parma potrebbe essere chiamato la residenza sicura dei Boss. Dopo il capo incontrastato della mafia siciliana Totò Riina ecco arrivare, in trasferta dal carcere di Tolmezzo (UD), il presunto Boss di "Mafia Capitale", Massimo Carminati, anch'egli destinato al carcere "duro" del 41 bis, nonostante ancora alcuna condanna penda su di lui. La notizia è stata confermata all'ANSA dall'avvocato di Carminati, Giosuè Naso.

L'inchiesta Mafia Capitale, peraltro, comincia a manifestare qualche punto di debolezza. Ad oggi, oltre a decine e decine di indagati non si riesce a intravedere il colpo decisivo della magistratura contro la presunta organizzazione mafiosa capitolina. Certamente una indagine complessa e articolata ma che ancora non ha trovato il bandolo della matassa dopo i fuochi artificiali dei primi giorni di pubblicità.

Una presunzione di associazione mafiosa che comunque è servita a "schiaffare" il 41 bis a Massimo Carminati. Un articolo del regolamento carcerario fortemente restrittiva, "quasi inumano", introdotta affinché i boss non possano in alcun modo "comunicare" tra di loro e con le loro "organizzazioni".

Il 41 bis, per quanto sia una misura temporanea, è in vigore da 22 anni.

Nonostante, il carcere di massima sicurezza di Parma, sia considerato tra i più sicuri del territorio nazionale, è stato più volte violato e ancora è vivo il ricordo della fuga di due pericolosi detenuti albanesi fuggiti il 2 febbraio 2013 utilizzando il classico artificio delle lenzuola annodate.

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Martedì sera incontro con I.M.D. – Agente in incognito della Catturandi di Palermo. 
Segreti e misteri delle indagini antimafia:la verità oltre le fiction -

Reggio Emilia, 15 dicembre 2014 -



Martedì sera – 16 dic. - incontro pubblico a Rubiera – nella sala del Consiglio Comunale alle ore 21 – con I.M.D., poliziotto in incognito della squadra Catturandi di Palermo. I.M.D. presenterà il suo ultimo libro, "La Catturandi: la verità oltre le fiction", ed. Flaccovio, che gode della prefazione del magistrato antimafia Di Matteo. Alla serata – che rientra nell'ambito del progetto "Costituzione, Legalità e Cittadinanza responsabile" – parteciperà il Gruppo Scout Rubiera 1. I.M.D. come esponente della Catturandi ha partecipato ad arresti eccellenti tra i quali, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Sandro e Salvatore Lo Piccolo, e tanti altri.

Promosso per tre volte per merito straordinario, oggi si occupa di mafie straniere e di prostituzione. Recentemente, I.M.D. ha dichiarato: "Io credo che da parte delle forze dell'ordine e della magistratura ci sia il massimo impegno. Nonostante ciò, ritengo che, se non si otterrà la collaborazione da parte di qualche personaggio direttamente coinvolto nella trattativa Stato-mafia e appartenente all'apparato politico-istituzionale di allora, la possibilità di far cadere il castello delle menzogne sia minima. Bisogna fare luce, assolutamente, sui misteri che circondano il fallito attentato a Giovanni Falcone nella sua villa dell'Addaura, su che fine abbia fatto l'agenda rossa di Paolo Borsellino dopo la strage di via D'Amelio, sull'omicidio dell'agente di polizia Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio a Villagrazia di Carini e su cosa si celi dietro tante, tantissime altre vicende oscure caratterizzate da depistaggi, distorsioni, mancanza di informazioni e omertà. Spero vivamente che il processo imbastito e portato avanti con determinazione dalla Procura di Palermo sensibilizzi qualcuno o stani chi sa ciò che è accaduto davvero e fino a ora non ha parlato". 
L'incontro è aperto al pubblico; parteciperà il sindaco, Emanuele Cavallaro.

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(Fonte: Comune di Rubiera)

Si è svolta domenica, nell'ambito di "Repubblica delle Idee", la conferenza Cibo Illegale, moderata dal giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni e con relatori il Prof. Stefano Rodotà e Don Luigi Ciotti di Libera. Una conferenza incentrata sul tema del cibo. Un cibo difficile da digerire. -

Reggio Emilia, 1 dicembre 2014 - di Federico Bonati

La criminalità organizzata e il cibo, due mondi apparentemente distanti, ma in realtà assolutamente vicini.
"Le mafie ci apparecchiano le tavole" esordisce Bolzoni, facendo riferimento al fatto che sono sempre più presenti le infiltrazioni mafiose e camorriste nell'ambito della filiera agroalimentare.

Gli fa eco don Ciotti che afferma: "Il cibo, la terra e la legalità sono strettamente collegati. La terra, come scritto nella Genesi, è un bene di tutti e il cibo è esigenza di vita. Ma c'è chi sottrae gran parte di questi cibi per trarne un profitto personale". Il tutto in maniera illecita.
La criminalità organizzata è ben impiantata nel circuito agroalimentare, e lo dimostrano due rapporti. Il primo è di Coldiretti, che nel 2013 ha registrato un fatturato illegale di ben quindici miliardi di € legato all'agroalimentare. Il secondo è di Legambiente, che rileva la presenza di più di una trentina di clan mafiosi che gestiscono le terre produttrici di prodotti agroalimentari.

Le mafie hanno quindi le mani in pasta? Assolutamente si.
Lo ha rilevato l'Antitrust, che ha dimostrato come dal produttore al consumatore il prezzo del prodotto aumenta di tre volte, danneggiando sia i produttori che i consumatori. Il ricarico dei prezzi dei prodotti presenta questi numeri: +77% nella filiera corta, +133% con la presenza di un intermediario, +290% con due o più intermediari, +300% nella filiera lunga. Non bisogna interrogarsi quando c'è la vendita diretta dal produttore al consumatore, ma quando il prodotto affronta un tragitto, a volte assurdo, come ha raccontato Bolzoni in un suo noto articolo sui pomodori ciliegini.

Non si intende fare di tutte le erbe un fascio, perché fortunatamente dalla filiera corta alla filiera lunga, c'è la presenza di tantissime persone che svolgono il loro mestiere, sia esso di produttore, intermediario o venditore, in maniera assolutamente corretta e legale. Ma è in questi numeri dove le mafie hanno le mani in pasta. Le tratte sono controllate da Cosa Nostra, Camorra e 'Ndrangheta, che non battagliano tra di loro, ma contrattano.

Rodota Ciotti 2rid

Si parla anche di acqua, altro tema scottante a livello mondiale. In Italia si è discusso, anche tramite referendum, sull'acqua come bene comune o con il coinvolgimento di soggetti pubblici e privati. Ma nel mondo, non è così. Il professor Rodotà spiega come nel mondo l'acqua sia fonte di conflitti: "Nel mondo ci sono vere e proprie guerre dell'acqua. Basti pensare alle tensioni tra Pakistan e India o tra Sudan e Egitto, dove non mancano le minacce armate per il controllo dell'acqua".

Zone difficili e tormentate, dalle quali scappano molte persone, che giungono in Italia con fame di libertà e dignità, molte delle quali vengono poi impegnate nelle campagne dai cosiddetti "caporali", che li sfruttano pagandoli una miseria rispetto al lavoro massacrante che compiono. Ma se non ci fossero queste persone, veri e propri schiavi, chi raccoglierebbe tutti quei prodotti, dai pomodori alle arance?

"È una vergogna questo sfruttamento -dice don Ciotti- questo mercato sulla pelle delle persone. C'è un problema centrale di fondo che è quello della dignità delle persone. Nel 2011 è stato decretato il reato di caporalaggio, ma non basta. Dobbiamo essere noi a impedire tutto questo. Sono secoli che in Italia si parla di mafia, e il vero problema siamo noi che permettiamo tutto questo. Ci deve essere una rivoluzione nelle nostre coscienze".

Non si può più permettere che sia la mafia ad apparecchiare le nostre tavole. Ognuno deve essere coinvolto. Viviamo in un mondo dove si spendono tre milioni di dollari al minuto per le varie guerre nel pianeta, ma dove non ci sono soldi per la lotta alla povertà e alla fame. Il cambiamento deve partire da ognuno di noi, informandosi, scoprendo che ci sono associazioni come Libera o Addiopizzo che dicono no alle mafie, allargando i propri orizzonti di vedute.
Don Ciotti ha parlato di rivoluzione delle nostre coscienze. È così che deve essere il nostro cambiamento.
Perché, come diceva il giudice Paolo Borsellino: "Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola".

Pubblicato in Cronaca Reggio Emilia

I ragazzi delle scuole correggesi hanno incontrato il giudice Mario Conte e il giornalista Flavio Tranquillo, autori del libro "I dieci passi – Piccolo breviario sulla legalità" -

Reggio Emilia, 27 ottobre 2014 -

La giornata ha rappresentato anche l'occasione per il sindaco di Correggio, Ilenia Malavasi, di anticipare il progetto "Costituzione e legalità" che oggi verrà sottoposto dall'amministrazione comunale ai vari dirigenti scolastici degli istituti superiori di Correggio. Grazie infatti alla collaborazione con l'associazione Caracò e Rosa Frammartino, curatrice del festival "Noi contro le mafie", il progetto, interamente sostenuto dall'amministrazione comunale, proporrà a insegnanti e ragazzi un percorso di incontri e approfondimenti sul tema della legalità, intesa nel senso più ampio del termine.

"La legalità è un argomento che può essere declinato in mille modi", conferma il sindaco presentando l'iniziativa, "perché chiama in causa la responsabilità individuale e quella collettiva nella miriade di azioni quotidiane e di scelte che ognuno di noi si trova a compiere. Il nostro impegno come amministratori, che ci siamo assunti fin dal momento del nostro insediamento, è proprio quello di sollecitare la partecipazione e la discussione riguardo alla buona cittadinanza, partendo dalle scuole e affrontando argomenti, come per esempio il bullismo, che hanno a che fare con la prevaricazione di chi si sente più forte a discapito del senso civico. Il discorso sulla legalità parte dalla conoscenza dei meccanismi di omertà e di silenzio sui quali prosperano le mafie, ma arriva direttamente al senso civico di ognuno di noi. Insomma, il passaggio dalla richiesta del pizzo al sopruso verso chi è considerato più debole o diverso è molto più breve di quanto comunemente si creda. Per questo ci piacerebbe anche costruire, insieme a insegnanti, famiglie ed educatori, una 'biblioteca della legalità' in ogni scuola, fatta di testi, libri, film che educhino e siano di stimolo alla presa di coscienza da parte dei ragazzi".

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È stato proprio il tema del bullismo ad essere affrontato nell'incontro che Conte e Tranquillo, introdotti dal caporedattore di Radio Bruno, Pierluigi Senatore, hanno avuto con i ragazzi delle scuole secondarie di primo grado (scuole medie) e che, grazie anche a interventi e testimonianze dirette degli stessi ragazzi, ha dato vita e sostanza ad un vero dialogo tra le parti, così come auspicato dai due ospiti.
Con gli studenti delle scuole superiori, il discorso si è invece spostato sull'importanza della "cittadinanza attiva" che contrasta la "cittadinanza passiva", ovvero la rassegnazione che offre fiato e gambe a dinamiche di illegalità. In particolare è stato affrontato il tema del pizzo, partendo da un dato allarmante: secondo gli ultimi numeri resi noti dall'Osservatorio Nazionale sulle mafie, anche nel territorio di Reggio Emilia circa l'8% delle attività commerciali è soggetta a estorsione, generando così parte di quei circa 150 miliardi di euro che ogni anno la criminalità organizzata sottrae allo Stato e all'intera cittadinanza.

"Eppure", ha sottolineato il giudice Mario Conte illustrando ai ragazzi la vicenda dell'associazione "Addio pizzo", "per uscire da un circuito di illegalità, a volte è sufficiente prendere coscienza di quanto ci sta intorno, essere vigili su dinamiche che ci appaiono poco chiare, non tacere, interrogarsi, far sentire la propria voce, non essere passivi".
"La criminalità organizzata va costantemente alla ricerca del consenso", ha spiegato Flavio Tranquillo. "Tanto che ogni giorno si sente qualcuno dire che le mafie, in fondo, danno lavoro dove lavoro non c'è. Non c'è bugia più colossale di questa. Basta rendersi conto di quanto un territorio appaia defraudato e impoverito, da ogni punto di vista, quando è controllato dalle organizzazioni mafiose".

(Fonte: Ufficio stampa Comune di Correggio)

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