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Ad aprire il quinto festival della legalità, un interessante convegno dedicato ai bambini della 'ndrangheta e in particolare al caso scuola del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, che prova a dare una nuova opportunità a ragazzini destinati ad essere uccisi o a finire in carcere. -

Reggio Emilia, 14 aprile 2015 -

Si è aperto ieri il festival della legalità "Noicontrolemafie", promosso per il quinto anno dalla Provincia di Reggio Emilia con la direzione scientifica di Antonio Nicaso, scrittore e studioso di fenomeni criminali.
La rassegna da quest'anno ha aggiunto alla classica denominazione la dicitura "Comuni e Cittadini reggiani" per sottolineare l'impegno di una intera comunità che sta offrendo numerosi e concreti segnali di crescente consapevolezza e responsabilità nella lotta all'infiltrazione criminale sul proprio territorio.

L'Aula magna dell'Università di Reggio Emilia, gremita di studenti delle superiori, è stata sede di un'interessante convegno su "Bambini e mafie: i falsi miti della 'ndrangheta" che ha visto magistrati, docenti universitari e giornalisti confrontarsi sul delicato ruolo degli adolescenti nelle famiglie di mafia.

Ad aprire la giornata, del presidente della Provincia di Reggio Emilia, Giammaria Manghi, che a pochi giorni da un 25 aprile che celebrerà i 70 anni della Liberazione, ha sottolineato la necessità di "ricordare, ma soprattutto di riattualizzare specie per i giovani, il significato e i valori della Resistenza alla luce anche della recente indagine Aemilia che ha confermato la presenza anche piuttosto eversiva della mafia nel nostro territorio". "Settant'anni fa tanti reggiani combatterono per la pace, la libertà e la democrazia, oggi occorre essere partigiani della legalità, per scardinare questa forza silenziosa che prova ad attecchire anche nel nostro territorio". Il presidente della Provincia ha infine ricordato le diverse iniziative concrete messe in campo dalle istituzioni reggiane per contrastare ogni pericolo di infiltrazione: dall'attenzione nei confronti di sale-scommesse e videolottery, nelle quali tende ad insinuarsi la criminalità organizzata, all'ancora più restrittivo Protocollo in materia di appalti pubblici che, insieme a Comuni e Prefettura, stiamo predisponendo per intensificare i controlli anche in materia urbanistica, dalle autocertificazioni ai subappalti, ai piani attuativi".

L'impegno della Regione Emilia-Romagna è stato sottolineato dalla consigliera Ottavia Soncini: dal Girer, il gruppo interforze per la ricostruzione in Emilia-Romagna istituto per contrastare eventuali infiltrazioni della criminalità organizzata nella ricostruzione del dopo-sisma, ai tanti progetti messi in campo, "laboratori, attività di formazione, ma anche campi di volontariato in particolare per il riutilizzo dei 40 beni immobili confiscati alla mafia nella nostra regione". La consigliera regionale ha quindi indicato anche nel "rinnovamento della vita politica un indispensabile strumento di contrasto alle mafie, perché accorciare i tempi di permanenza in cariche pubbliche e promuovere alternanza significa ridurre i pericoli di infiltrazione e commistioni".

Dopo il saluto del direttore del Dipartimento di Educazione e Scienze umane di Unimore, Giorgio Zanetti, che ha sua volta sottolineato i pericoli della "mafia quale sistema totalitario", ha introdotto i relatori il direttore scientifico di "Noicontrolemafie", Antonio Nicaso, per il quale "l'operazione Aemilia ha rappresentato un brusco risveglio in questa terra di Resistenza". "Ai nuovi partigiani della legalità chiediamo il coraggio e la coerenza di vedere e capire le cose", ha aggiunto. Capire, ad esempio che le mafie "non sono il prodotto di una mentalità e di un territorio specifici, né sono il frutto di una mancanza di senso civico, perché l'antimafia è vecchia quanto la mafia". "Le mafie sono dappertutto perché hanno sempre avuto un aspetto presentabile e, soprattutto, perché sono sempre state legittimate e riconosciute dal potere, non combattute come avvenuto ad esempio con il terrorismo – ha detto Nicaso – Le mafie si radicano solo se riescono a stabilire relazioni con chi gestisce denaro e potere, e vengono anche qui in Emilia, in questa terra appetibile, per corrompere e infiltrarsi; bisogna quindi smettere di difendere a oltranza il territorio, ma avere volontà di resistere e di investire nelle scuole e nei giovani, che insieme alla società civile e alle istituzioni sono fondamentali per contrastare le infiltrazioni".

Prima relazione quella di Giuliana Adamo, docente del Trinity College di Dublino, che ha affrontato il tema della pedagogia del disonore, attuata di chi perpetua certi valori e principi per creare nuove generazioni di mafiosi: "Per salvare questi bambini, che crescono con i tatuaggi dei volti di carabinieri sotto i piedi in modo da calpestarli mentre camminano e che sputano per terra quando vedono passare una macchina della polizia, bisogna toglierli dall'ignoranza e la scuola è fondamentale per farli uscire da questo clima di guerra permanente, con una sorta di trincea che separa loro, i cosiddetti buoni, dal resto del Paese", ha tra l'altro detto.

Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, ha quindi illustrato quella che Nicaso ha definito una "piccola grande, rivoluzione", ovvero la serie di provvedimenti con i quali una ventina di minori sono stati sottratti a famiglie mafiose e affidati ad altre famiglie lontano dalla Calabria. "Tutti ragazzini coinvolti in sequestri in Aspromonte, dediti al racket per conto del padre in carcere o che hanno ucciso forze dell'ordine o che si sono prestati come sicari in faide locali – ha spiegato – La 'ndrangheta, purtroppo, si eredita, allora abbiamo deciso, come giudici, di censurare i modelli educativi mafiosi così come censuriamo i genitori violenti o alcolisti: negando la patria potestà e, nei casi più estremi, allontanando questi ragazzini dai loro nuclei familiari, e dunque da un indottrinamento malavitoso e dal coinvolgimento in affari illeciti, per inserirli in case-famiglia o affidarli a famiglie di volontari in modo da aver la possibilità di sperimentare, con percorsi educativi individualizzati, contesti sociali, culturali e affettivi differenti".

"Questi ragazzini non sospettano che fuori ci sia un mondo che funziona con regole diverse, perché tutti i loro familiari sono intrisi di cultura mafiosa, ed anche la scuola e la chiesa purtroppo raramente segnalano condotte irregolari. – ha continuato Di Bella – L'unico modo per aiutarli diventa dunque il processo penale, che si trasforma in opportunità educativa: la nostra linea giurisprudenziale, paradossalmente seguita con maggior attenzione dall'estero, ci espone a critiche, ci accusano di deportazioni di minori e confische di figli, ma i nostri sono provvedimenti temporanei a tutela dei ragazzi e non contro le famiglie. Lo Stato non può condivider che i figli vengano educati per diventare dei killer e abbiamo una solida copertura normativa tanto nazionale, gli articoli 2 e 30 della Costituzione, quanto internazionale, come la Convenzione per i diritti dei fanciulli del 1989".

Incoraggianti, secondo Di Bella, i risultati dei primi venti casi trattati: "I ragazzi svolgono attività socialmente utili, seguono percorsi di educazione alla legalità, mostrano di possedere talenti e potenzialità, ma anche tanta sofferenza, per aver respirato cultura di morte e sopraffazione fin dalla culla: la stessa sofferenza che riscontriamo anche in alcune madri, provate da morti e carcerazione dei congiunti, che non si oppongono nella speranza di sottrarre i loro figli i ad analogo destino, quasi sollevate dal non dover compiere scelte educative laceranti", ha concluso il giudice, sottolineando come "la giustizia minorile abbia potenzialità inespresse e inesplorate nella lotta alle mafie" ed auspicando che "il legislatore, nell'affrontare il tema, non disperda le professionalità che si sono create".

Susanna Pietralunga, docente di Criminologia minorile dell'Università di Modena e Reggio Emilia, si è soffermata sulla delicatezza dell'età adolescenziale, "questo tempo ambiguo, incerto, contraddittorio e vulnerabile, che meriterebbe ogni genere di attenzione e di investimento possibile": "Pericolosità e forza della mafia stanno nella capacità di trasformarsi e di radicarsi nel terreno economico e nel mercato legale, l'auspicio è che usciate da quest'aula con una consapevolezza accresciuta della presenza di questo rischio, soprattutto voi adolescenti, caratterizzati da condizioni psicologiche che vi espongono in modo particolare a suggestioni culturali e desideri di trasgressione", ha terminato rivolge dosi agli studenti.

Ha chiuso la mattinata la giornalista e scrittrice Angela Iantosca, che ha ricordato le proprie esperienze alle Vele di Scampia "tra bambini di cinque anni costretti a giocare tra le siringhe" e soprattutto con i giovani calabresi, a partire da Riccardo Cordì (autore anche di una toccante lettera al Corriere della sera), coinvolti nel progetto promosso dal Tribunale dei minori di Reggio Calabria. "Questi bambini, questi ragazzi non vanno giudicati o peggio ancora condannati, vanno aiutati e salvati – ha detto – Come? Ad esempio come sta facendo il giudice Di Bella, dando loro la libertà di scelta, la possibilità di conoscere la bellezza e di riscoprire amore e sentimenti, di capire che si può essere rispettati ed amati non per il cognome che si porta, ma per la persona che si è". Chiesa e scuola, ma soprattutto lo Stato devono fare di più, ha concluso l'inviata di "La vita in diretta", "perché arrivati a 18 anni questi giovani non possono essere abbandonati": "Lo Stato deve dotarsi di figure sociali forti e preparate che assistano questi ragazzi, deve dar loro opportunità di lavoro".

La settimana della legalità, organizzata da Caracò Editore e con il coordinamento di Rosa Frammartino, fino a sabato attraverserà l'intera provincia di Reggio Emilia, con iniziative importanti come la campagna di sensibilizzazione del mondo economico per l'esposizione di un logo-adesivo "Io scelgo la legalità" che oggi pomeriggio a Sant'Ilario vedrà affiancati in un passeggiata della legalità, ragazzi reggiani e ragazzi palermitani di Addiopizzo Junior e Young! Sei giorni, dunque, di un vero e proprio tour della legalità che vedrà la partecipazione di centinaia di cittadini e studenti delle scuole medie e superiori che potranno condividere con le proprie comunità il frutto dei laboratori di lettura, scrittura, teatro e giornalismo, seguiti, nel corso dell'anno scolastico, con la guida dei propri docenti e dello staff di educatori dell'Associazione Caracò. Un'esperienza di pedagogia civile che la Provincia di Reggio Emilia, insieme a Regione Emilia-Romagna e Comuni, sostiene da anni con un investimento di energie e risorse, economiche e professionali e che ha consentito di coinvolgere oltre ventimila studenti delle scuole superiori reggiane, in un percorso di conoscenza della mafia e delle sue molteplici e violente declinazioni.

 

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Nel Podere Millepioppi, confiscato alla mafia, il progetto prevede la ristrutturazione dei locali per ricavarvi ampi spazi attrezzati all'avvio di nuove imprese e co-working.-

Parma, 13 aprile 2015 -

Sala Mainardi gremita di cittadini e di tanti studenti delle scuole medie, sabato mattina, nel Centro Congressi di Salsomaggiore Terme, per l'incontro pubblico MILLEPIOPPI E STARTUP: LA CASA DELLE IDEE organizzato dai Parchi del Ducato in collaborazione con i Comuni di Salsomaggiore Terme e Fidenza. Grande interesse per la presentazione del progetto di valorizzazione del Podere Millepioppi nel Parco dello Stirone e del Piacenziano.

Nel Podere Millepioppi, bene confiscato alla criminalità che il Comune di Salsomaggiore ha concesso in uso all'Ente Parchi del Ducato, sono stati già realizzati in anni passati un Centro Recupero Animali Selvatici (Le Civette) e gli uffici operativi del Parco dello Stirone. Da anni il podere ospita, con campi di lavoro e volontariato dell'Associazione LIBERA, con ragazzi e ragazzi provenienti da tutt'Italia.

Il progetto presentato ammonta a complessivi 460 mila euro, con un contributo regionale di 230 mila e un analogo cofinanziamento a carico dell'Ente Parchi (titolare del progetto) e dei Comuni di Salso e Fidenza e prevede la ristrutturazione dei locali dell'ex stalla e fienile per ricavarvi ampi spazi attrezzati per l'avvio (start up) di nuove imprese ed il co-working sui temi quali turismo sostenibile, valorizzazione delle attività agricole e prodotti tipici e ricerca naturalistica.

La sinergia tra enti stavolta ha prodotto un capolavoro di concretezza – dichiara Agostino Maggiali Presidente dell'Ente Parchi. Il Millepioppi rappresenta non solo qualcosa di molto tangibile ma anche e soprattutto un'ambizione, un sogno, un traguardo per poter dare "una casa" alle idee dei giovani di questo territorio attraverso le start up oltre a tutte le altre attività a tutela dell' ambiente e della sostenibilità che metteremo in campo.

Oggi come oggi le risorse scarse costringono ad essere virtuosi e ad unire le forze territoriali, commenta Filippo Fritelli, Sindaco di Salso e Presidente della Provincia di Parma, e questo è un grande esempio in tal senso.
Andrea Massari, Sindaco di Fidenza mette in risalto come - Grazie a Libera, protagonista attiva della riconversione del terreno Salso e Fidenza si trovano in modo autentico nel contesto del Parco che si fa luogo di incontro e di stimolo per creare sempre maggiori collaborazioni in futuro.
L'Assessore alle Attività Produttive della Regione Emilia Romagna Palma Costi, racconta di come tre anni fa in questa sede si parlava e si metteva in discussione addirittura il ruolo del Parco sul territorio, oggi abbiamo la prova concreta che aver dato fiducia ed importanza a questo ente di grande rilevanza per la tutela e le prospettive che offre ha pagato e pagherà in modo molto produttivo. Le start up ne sono la garanzia più visibile.

Sono intervenuti al dibattito, moderato dal giornalista Andrea Gavazzoli, con significativi e approfonditi contributi, anche Sergio Tralongo (Ente Parchi Emilia Occidentale), Carlo Cantini (referente LIBERA Parma), Paolo Canepari (Assessore, Comune di Salsomaggiore Terme), Alessia Gruzza (Assessore, Comune di Fidenza), Marco Trevisan (Assessore Comune di Salsomaggiore e Professore dell'Università Cattolica di Piacenza), Sara Monesi (ASTER S. Cons., Bologna) e Loretta Losi (LEGACOOP)

 

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In Provincia un rappresentante di Libera Parma per parlare di mafia. Il Presidente Fritelli: "L'impegno è quello di non abbassare mai la guardia". -

Parma, 24 marzo 2015 -

"L'attività della mafia è subdola, sotterranea: è un'organizzazione radicata sul territorio e permea anche il mondo sociale ed economico. Bisogna conoscerla per poterla combattere". Così il Presidente della Provincia Filippo Fritelli introduce l'assemblea dei sindaci della Provincia.
Ed è Antonio Pignalosa, rappresentate di Libera Parma a ricordare ai sindaci del parmense che la mafia esiste, è molto presente in Emilia-Romagna e che l'impegno a contrastare la mafia deve essere costante. E' quello che fa Libera. "Sabato c'è stata la grande manifestazione di Bologna: il 21 marzo, XX giornata della Memoria e dell'impegno per ricordare le vittime innocenti di mafia, ha un significato importantissimo e Libera vuole che questa giornata venga riconosciuta a livello internazionale. Il motto di questa edizione è stato "La verità illumina la giustizia": questo perché l'80% dei familiari non sa ancora per quale ragione i loro cari sono morti e chi sono i colpevoli. Al termine della marcia vengono letti 800 nomi delle vittime di mafia, dalla memoria nasce l'impegno. Parma e provincia erano a Bologna con 600 cittadini. Molto attiva è stata la Consulta degli Studenti, e molte erano le associazioni presenti. C'erano anche tanti Comuni e alcuni territori hanno rappresentato un'eccellenza: Fidenza e Salsomaggiore hanno messo a disposizione pullman gratuiti per i propri cittadini. Proprio a Salsomaggiore è nato, in questi giorni, un presidio di Libera".

L'incontro è stata l'occasione per ricordare quanto sta accadendo in Emilia-Romagna. "Il 28 gennaio 2015 si apre nella regione un'inchiesta imponente: è evidente il livello di radicamento delle mafie nel nostro territorio con un'infiltrazione molto pesante. Eppure non è la prima inchiesta che riguarda l'Emilia-Romagna: alcune persone sono a processo per la prima inchiesta detta "Black money", per cui Libera si è costituita parte civile. Nel 2011 sono state arrestate 20 persone, ora sono 200 in un crescendo che preoccupa davvero molto".

Pignolosa sottolinea l'attività di Libera sul territorio e, allo stesso tempo, chiede la disponibilità dei sindaci presenti a farsi promotori d'iniziative sensibilizzando, così, i propri cittadini.

A prendere la parola è quindi il Prefetto di Parma, Giuseppe Forlani: "Voglio sottolineare che il tema della criminalità organizzata non può essere visto in alternativa a quella della criminalità diffusa. E' stretto il collegamento fra l'attività di prevenzione e quella d'indagine e non c'è il mondo che è sfilato a Bologna da una parte e lo Stato dall'altra. E poi c'è il grande tema della memoria: oggi siamo così immersi nell'informazione che facciamo fatica a trattenere memoria. E soprattutto non riusciamo a indignarci. Tutti dobbiamo concorrere a rendere consapevoli i cittadini del pericolo che corrono per le loro attività: ciò che viene messo in discussione è l'economia legale, la solidarietà, il welfare. La grande sfida è migliorare gli strumenti per la prevenzione e dimostrare che l'impresa legale è possibile".

All'incontro sono stati invitati i massimi rappresentanti delle istituzioni: presenti i deputati Patrizia Maestri e Giuseppe Romanini e la consigliera regionale Barbara Lori.

Molti gli interventi dei sindaci presenti: Cristina Merusi, sindaco di Sala Baganza, dopo aver dato la sua disponibilità per organizzare iniziative sul suo territorio sottolinea che i Comuni che si trovano coinvolti hanno pochi strumenti per contrastare: "a cominciare dall'informazione. Per esempio non abbiamo la possibilità di leggere gli atti: ci si trova coinvolti e quasi non si sa il perché. Il Comune di Sala Baganza si è costituito parte civile perché ci sentiamo parte lesa".

Luigi Lucchi, sindaco di Berceto, ricorda che il primo pensiero va alle 800 vittime. "La grande questione è quella dei beni confiscati. Noi abbiamo una villa a Berceto, bene confiscato; servirebbero anche normative ad hoc per poter utilizzare al meglio questi beni, per esempio da parte dei Comuni".

Nicola Cesari, sindaco di Sorbolo, ricorda molto bene che cosa è accaduto il 28 gennaio: "Ci siamo svegliati con gli elicotteri sulla testa e i Sorbolesi hanno pagato per un'informazione fuorviante: le notizie non erano esatte e questo penalizza le comunità".

Andrea Censi, sindaco di Zibello e Delegato Provinciale alla pianificazione territoriale, ammette che la crisi economica morde tutti e che i sindaci si trovano a dover dare molte risposte: "La mafia trova terreno dove lo stato e la politica mancano. Bisogna dire che se lo spazio è occupato, la mafia non trova spazio"

Domenico Altieri, sindaco di Fontanellato, ravvisa una tentativo di minimizzare la questione. "Stiamo attenti a non abbassare la guardia e anche avere un'infiltrazione piccola è un bruttissimo segnale. Il movimento d'insinuazione del malaffare in questo territorio si percepisce, è molto evidente. Tutti i segnali devono preoccuparci e non possono lasciarci indifferenti".

Lino Franzini, sindaco di Palanzano, riporta un'esperienza personale e ricorda che "la mafia esiste perché esistono quelli che si fanno corrompere".

I sindaci presenti hanno quindi firmato due documenti: il primo è un esposto relativo alla mancata erogazione della fornitura di energia elettrica a circa 12.000 utenze della provincia di Parma il 6 febbraio 2015 e nei giorni seguenti, indirizzato al Presidente dell'Autorità per l'energia elettrica il gas e il sistema idrico; il secondo un manifesto a difesa dei Comuni e relativo ai pesanti tagli economici indirizzato all'ANCI e al Governo.

L'assemblea si chiude con l'illustrazione, da parte dei sindacati CGIL, CISL e UIL, delle problematiche relative la mobilità del personale provinciale verso i Comuni. Infatti venerdì 20 marzo è stato siglato dalla Regione Emilia-Romagna, dall'ANCI, dall'UPI e dalle Organizzazioni sindacali un protocollo per l'attuazione della legge 56/2014 e per la gestione del personale degli enti interessati al riordino. La richiesta ai Sindaci è stata quella di trovare modalità di solidarietà tra l'ente locale e l'ente provincia: quindi di valutare il fabbisogno della propria amministrazione e di valorizzare le professionalità presenti in Provincia.

(Fonte: ufficio stampa Provincia di Parma)

Domenica, 22 Marzo 2015 09:12

L'inarrestabile avanzata della legalità

Duecentomila presenze alla manifestazione di Bologna in memoria delle vittime innocenti di mafia promossa da Libera. Don Ciotti: Siamo qui non per commemorare, ma per graffiare dentro le coscienze di tutti.

di Federico Bonati - 

Bologna – Una Piazza VIII Agosto stracolma per la XX° giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti della mafia.

Erano, infatti, duecentomila i presenti alla manifestazione, svoltasi in una terra che ha recentemente dovuto fare i conti con gli scandali legati alle infiltrazioni mafiose, smascherati grazie all'efficacia delle donne e degli uomini impiegati nell'Operazione Aemilia.

La scelta sulla location dell'evento non è casuale: quest'anno ricorre, oltre al ventennale della fondazione di "Libera", anche il 70° anniversario della liberazione dal nazifascismo. Bologna, città medaglia d'oro in questo senso, rappresenta il luogo perfetto dal quale far partire una nuova ondata di liberazione: quella dalle mafie e dalla corruzione.

Il corteo è partito alle 9.30 dallo Stato Dall'Ara, attraversando tutta la rete urbana della città felsinea, fino ad arrivare intorno alle 11.00 in Piazza VIII Agosto, con in testa il fondatore di "Libera" Don Luigi Ciotti, insieme a centinaia di famigliari di vittime di mafia, politici, sindacalisti, comuni di tutta Italia con annessi gonfaloni e studenti. Dopo la lettura della missiva che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato a Don Ciotti in merito all'iniziativa, si è passati al momento più importante, ma al tempo stesso più toccante, della giornata.

Familiari Vittime Mafia

Sono stati letti tutti i nomi delle vittime innocenti cadute per mano della mafia, in un infinito elenco, letto dai numerosi ospiti, quali Rosy Bindi, Susanna Camusso della CGIL, Maurizio Landini della FIOM, l'attore Alessandro Bergonzoni, Carlo Lucarelli, Cecile Kyenge, il Ministro Poletti, Antonio Ingroia, il governatore dell'Emilia Romagna Stefano Bonacini, il Presidente del Senato Pietro Grasso, Romano Prodi, il sindaco di Bologna Virginio Merola, Gian Carlo Caselli e i vertici delle forze dell'ordine quali carabinieri, guardia di finanza e guardia forestale. Al termine ne è seguito un lungo e sentito, quasi commosso, applauso.

Sul palco giunge poi il momento di Don Ciotti, il quale nel suo discorso si scaglia in particolar modo contro la corruzione che, assieme alla mafia, rappresentano le due facce della stessa medaglia. Ciotti poi continua dicendo: "Siamo qui non per commemorare, ma per graffiare dentro le coscienze di tutti". La coscienza di una terra ferita dalla mafia, ma rabbiosa nel voler reagire, nel voler sconfiggere questo cancro, desiderosa di essere portatrice di una storia diversa, di un nuovo inizio, di una nuova liberazione, ansiosa in merito alla necessità di leggi efficienti per essere credibili.

È questo il grido della folla oceanica di Bologna, è questo il grido della legalità.

 

 

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#ilsilenzioèdolo: contro le mafie e tutti i pregiudizi, una conferenza-incontro al Teatro Asioli di Correggio. Il progetto di sensibilizzazione nasce dal cantautore correggese Marco Ligabue, in collaborazione con Lello Analfino, leader del gruppo Tinturia, con il rapper siciliano Othelloman. Sul palco, insieme al sindaco di Correggio, al coordinatore provinciale di Libera e agli autori del progetto, anche il presidente dell'associazione nazionale "Verità Scomode" e Valeria Grasso, imprenditrice palermitana, simbolo della lotta al racket -

Reggio Emilia, 17 marzo 2015 -

"Il silenzio è dolo" – dall'omonimo brano lanciato da Marco Ligabue, in collaborazione con Othelloman e Lello Analfino – è il titolo della conferenza-incontro in programma al Teatro Asioli, mercoledì 18 marzo, alle ore 11. L'iniziativa, promossa dal Comune di Correggio, in collaborazione con Libera, nell'ambito di "Accendi la mente, spegni i pregiudizi" – Settimana d'azione contro il razzismo, vede sul palco, insieme al sindaco di Correggio, Ilenia Malavasi, al coordinatore provinciale di Libera, Manuel Masini, e agli autori del progetto, anche Ismaele La Vardera, presidente dell'associazione nazionale "Verità Scomode" e inviato della tv TeleJato, e Valeria Grasso, imprenditrice palermitana, simbolo della lotta al racket da quando ha avuto il coraggio di denunciare i propri estorsori.

L'incontro è rivolto principalmente alle scuole, ma l'ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti.

"Il silenzio è dolo" è un singolo, e un video da cui nasce un vero e proprio progetto di sensibilizzazione contro tutte le mafie, scritto dal cantautore correggese Marco Ligabue, in collaborazione con Lello Analfino, leader del gruppo Tinturia, con il rapper siciliano Othelloman e con la Nazionale Cantanti. Il progetto ha preso piede partendo da un'inchiesta giornalistica di Ismaele La Vardera, 21 anni, che ha denunciato i brogli elettorali del suo paese in provincia di Palermo durante le scorse elezioni europee provocando le dimissioni dell'intera giunta. Al progetto si è unita la testimone di giustizia Valeria Grasso, un'imprenditrice che ha denunciato le famiglie mafiose che le chiedevano il pizzo. Con l'appoggio del giudice Nino Di Matteo, il progetto vede una raccolta firme attiva online su change.org a supporto di un'interrogazione parlamentare che mira a chiedere l'immediato riutilizzo dei beni confiscati alle mafie a beneficio dei giovani imprenditori.

"L'iniziativa si inserisce tra quelle promosse dall'amministrazione comunale per promuovere la cultura della legalità", illustra il sindaco, Ilenia Malavasi. "Risponde in questo modo alla sollecitazioni che Libera e Avviso Pubblico hanno rivolto agli enti locali per organizzare sui territori iniziative che rientrano in una proposta comune – "100 passi verso il 21 marzo" – di sensibilizzazione della cittadinanza sul tema della legalità".

"Questo è il nostro contributo in vista della ventesima Giornata Nazionale della Memoria e dell'Impegno per ricordare le vittime di mafia, cui aderiamo con convinzione partecipando con il nostro gonfalone all'iniziativa", aggiunge il sindaco. "Abbiamo caratterizzato il nostro lavoro di questi mesi con un impegno costante sulla legalità e sul rispetto delle regole, agendo in modo trasparente, aderendo ad Avviso Pubblico e coinvolgendo la città e le scuole di ogni ordine e grado. Si tratta di un'azione costante e quotidiana con la quale vogliamo caratterizzare questo mandato amministrativo per contribuire alla crescita di una collettività che riconosca nella cultura della legalità democratica un presupposto fondamentale per la costruzione di una società migliore. Sono molto contenta che questo progetto venga presentato anche a Correggio e per questo ringrazio Marco Ligabue e i suoi collaboratori per la disponibilità a la sensibilità dimostrate".

(Fonte: Ufficio stampa Comune di Correggio)

I legami del Clan dei Casalesi con l'Emilia Romagna, in particolare con il modenese. Il pentito Roberto Vargas racconta che Nicola Schiavone si voleva trasferire a Modena per sviare le indagini nei suoi confronti. -

Modena, 13 marzo 2015 - di S.P. -

La recente operazione "Spartacus Reset" eseguita dai Carabinieri e dalla Direzione Distrettuale Antimafia ha portato nuovamente alla luce i legami del Clan dei Casalesi con l'Emilia Romagna, in particolare con il modenese. In carcere sono finite 42 persone accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsioni, detenzioni di armi e ricettazione, reati tutti aggravati dal metodo mafioso. Sono tutti ritenuti capi e gregari della fazione Schiavone del clan dei Casalesi.

Tra loro anche Carmine e Nicola Schiavone, figli del boss Francesco Schiavone "Sandokan". In particolare il legame emiliano romagnolo si evince quando il clan tentò di organizzare un attentato contro il magistrato della DDA Federico Cafiero de Raho, oggi procuratore capo di Reggio Calabria, ciò nel 2011. Lo ha rivelato il pentito Roberto Vargas che racconta ai pm: "Nel corso del primo incontro tra me e Nicola Schiavone, avvenuto in San Marcellino, questi mi disse che una volta eliminati Iovine e Zagaria, avremmo dovuto fare pulizia interna al clan e successivamente avremmo potuto colpire il pool di magistrati, per primo Cafiero De Raho".

Il collaboratore di giustizia ha spiegato che il piano contro il pm della Dda prevedeva l'utilizzo di terroristi, "mentre noi avremmo fornito gli appoggi logistici". "Secondo quanto diceva Schiavone – afferma Vargas – i terroristi erano stati già addestrati a colpire in quanto avevano preso parte a fatti di sangue all'estero per l'organizzazione terroristica. Siccome i terroristi avevano avuto alcuni problemi, si erano alleati con noi al fine di ottenere dei rifugi sicuri nell'agro aversano. Schiavone mi disse di aver incontrato questi terroristi nell'agro aversano e mi disse che sarei dovuto essere io il contatto diretto con queste persone, mentre lui si sarebbe trasferito a Modena, per sviare le indagini nei suoi confronti. Poi sono stato arrestato e quindi non se ne è fatto più nulla". 

Il fatto che si volesse trasferire a Modena conferma quanto emerso negli ultimi dieci anni circa la presenza e gli appoggi di cui i casalesi godono in Emilia.

 

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Giovedì, 12 Marzo 2015 15:16

Il giudice Caselli: una vita contro

Mafia, Brigate Rosse e illegalità: contro tutto ciò ha sempre lavorato e vissuto il giudice Gian Carlo Caselli, ospite a Novellara -

- di Federico Bonati -

Reggio Emilia, 12 marzo 2015 –

Una vita contro. Contro il malaffare, contro l'illegalità, contro tutti i fattori che si frappongono in maniera avversa alla legalità. Contro le Brigate Rosse e contro la Mafia. È questa la vita del giudice Gian Carlo Caselli raccontata nel libro "20 anni contro", scritto assieme al collega e amico Antonio Ingroia. Il giudice è stato accolto a Novellara per presentare il suo libro e rispondere alle domande del direttore di Radio Bruno, Pierluigi Senatore, in una serata promossa dall'associazione novellarese NOI (Nuovi Orizzonti Insieme).

Caselli, che dal 1974 vive sotto scorta, è oggi responsabile dell'osservatorio di Eurispes e Coldiretti sulle agromafie, ma allo stesso tempo prosegue il suo percorso nel nome della legalità, incontrando platee e studenti, raccogliendo ampi consensi e qualche volta anche alcune contestazioni. La più recente risale a qualche giorno fa a Firenze, quando un gruppo di No Tav, memori delle inchieste sul movimento in Val di Susa durante il suo periodo come procuratore capo a Torino, gli ha impedito di tenere una conferenza, organizzata, fra gli altri, da Libera, sulle mafie. Il commento di Caselli in apertura di serata sull'accaduto è lapidario: "Questa non è democrazia, questo è squadrismo".

Inizia quindi il flashback delle inchieste seguite da Caselli, della lotta durata quindici anni alle BR, del suo approdo a Palermo dopo la strage di via D'Amelio, con ben 650 ergastoli comminati in sette anni di lavoro e arresti eccellenti, quali Riina e Brusca, arrivando poi alle inchieste piemontesi sulle infiltrazioni della 'Ndrangheta. Dovendo fare un bilancio Caselli non ha dubbi: "Ho sempre cercato di fare il mio dovere, seguendo l'interesse generale. Sono orgoglioso di tutto quello che ho fatto, e se tornassi indietro lo rifarei". In sostanza, ne è valsa la pena.

Senatore lo incalza poi in merito alla trattativa Stato-mafia, sulla quale il giudice torinese sentenzia in questa maniera: "Eravamo convinti di essere giunti al traguardo, ma poi sono arrivati nomi eccellenti coinvolti nell'inchiesta, e di conseguenza sono arrivati ostacoli. Falcone e Borsellino, sotto questo aspetto infatti, sono stati presi a calci. Era evidente che chi toccava i fili dell'elettricità, per usare una metafora, prendeva la scossa, e a volte moriva".

Si arriva quindi alle questioni di casa nostra quando è emerso, con l'Operazione Aemilia, la presa di coscienza di infiltrazioni nella borghesia: la mafia che fa affari, con colletto bianco e giacca, lontana dai soliti stereotipi e dalle azioni stragiste. Ma, afferma Caselli, è inutile stupirsi, quando elementi come il riciclaggio di denaro sporco e il soggiorno obbligato dei mafiosi, nel Nord e nel Centro Italia, sono facce della stessa medaglia.
E se da un lato il business della mafia e dell'illegalità, fra corruzione ed evasione, muove qualcosa come 330 miliardi di euro, dall'altro il giudice Caselli afferma come convenga ai cittadini, e pure alle istituzioni, stare dalla parte della legalità, una strada giusta fatta di risorse che possono favorire lo sviluppo economico e sociale.

Caselli risponde poi anche ad una domanda della Gazzetta dell'Emilia, in merito alle frasi dell'ex boss Cutolo ("Se parlo, crolla lo stato") e allo scoramento dei cittadini rispetto alle istituzioni. "Cutolo può dire quello che vuole- attacca Caselli- ma nonostante le mele marce al suo interno, lo Stato non crolla. Per quanto riguarda la sfiducia posso dire che se gli esempi sono i condoni fiscali, che chi conta la fa sempre franca, sfido io ad avere fiducia. Ma la sfiducia è in realtà indotta dai media. È invece importante avere fiducia nel ruolo dello stato e della magistratura. Ma ai cittadini mi sento di dire un'altra cosa: la cultura, il dialogo e la civiltà sono basilari per combattere, ogni giorno, la mafia".

Pubblicato in Cronaca Reggio Emilia
Giovedì, 12 Marzo 2015 11:19

L' Emilia Romagna "Mosaico di mafie e antimafia"

I numeri del radicamento delle mafie in Emilia-Romagna e l'impegno per la legalità: quarta regione in Italia per operazioni anti-droga al giorno ma sesta per beni sequestrati. "Mosaico di mafie e antimafia", il Dossier 2014-2015 realizzato dalla Fondazione Libera Informazione -

Parma, 12 marzo 2015 -

I numeri forniti dalla Regione sul radicamento delle mafie in Emilia-Romagna, sono tutto fuorché positivi: dalle 5 operazioni anti-droga al giorno - la nostra è la quarta regione in Italia, prima per segnalazioni di traffico di droghe sintetiche - ai 312 fatti estorsivi del 2013, cui associare 399 episodi di danneggiamenti seguiti a incendi, classica minaccia utilizzata dai boss nonché uno dei principali 'reati spia' sul tentativo di intimidire per poi mettere le mani su imprese e comparti economici.

Fino alla conferma della presenza della 'ndrangheta: in ambito di riciclaggio, infatti, sulle 161 segnalazioni arrivate alla Direzione nazionale antimafia dal luglio 2012 al giugno 2013 e relative all'organizzazione calabrese, 50 riguardano l'Emilia-Romagna, seconda solo alla Lombardia (55).

L'Emilia-Romagna 6° regione in Italia per beni sequestrati alle Mafie -

Ci sono anche le "buone prassi da parte delle Istituzioni", le "nuove leggi contro le presenze mafiose e gli affari delle cosche", che rappresentano il risultato di "una buona sensibilità politica, l'ottimo frutto di una unione di pratiche positive scaturite da una mobilitazione sociale" che assieme alle Istituzioni vede "i partiti nelle loro varie articolazioni sul territorio, le scuole e Università, le associazioni" - si legge nella nota stampa della Regione che fornisce i dati.

In questo caso i numeri, dal punto di vista dell'impegno per la legalità e del contrasto da parte delle forze dell'ordine, parlano chiaro: l'Emilia-Romagna è la sesta regione in Italia per numero di beni sequestrati o confiscati alle Mafie, con 448 beni tolti alla criminalità organizzata dall'agosto 2013 al luglio 2014 (4,2% sul totale nazionale), per un valore di 21 milioni di euro. Ma se si considera il solo Nord del Paese, il dato corrisponde al 41% delle operazioni concluse, ben al di sopra di Veneto (273 beni sequestrati, 25% del totale delle regioni settentrionali), Lombardia (192; 17,5%), Piemonte (86; 7,9%) e Liguria (68; 6,2%).

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                                    la presidente Saliera, Santo Della Volpe e Lorenzo Frigerio durante la conferenza stampa

"Mosaico di mafie e antimafia", il dossier della Fondazione Libera Informazione -

L'Emilia-Romagna si conferma quindi un "Mosaico di mafie e antimafia", il titolo del Dossier 2014-2015 realizzato dalla Fondazione Libera Informazione e voluto dall'Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna (in allegato scaricabile).
Un lavoro presentato ieri a Bologna, nella sede dell'Assemblea legislativa, dalla presidente Simonetta Saliera, da Santo Della Volpe, giornalista e presidente di Libera Informazione e della Federazione nazionale della stampa italiana (il sindacato dei cronisti), e da Lorenzo Frigerio, anche lui giornalista di Libera Informazione e curatore del Dossier insieme a Della Volpe e Gaetano Liardo. Il volume, giunto al terzo aggiornamento dal primo del 2012, quest'anno ha un sottotitolo legato alla stretta attualità: "Aemilia: un terremoto di nome 'ndrangheta". Un capitolo è infatti dedicato all'inchiesta sulle infiltrazioni 'ndranghetiste che nelle scorse settimane ha visto oltre 160 arresti nelle province emiliane.

La presidente dell'Assemblea legislativa Simonetta Saliera -

"Il Dossier annuale di Libera Informazione testimonia la volontà dell'Assemblea legislativa e della Regione Emilia-Romagna di non chiudere gli occhi, di non voltarsi dall'altra parte di fronte alla presenza delle Mafie nei nostri territori" - afferma nella nota la presidente Saliera. "Un impegno che non è di oggi, visti gli studi fatti già in passato sulla presenza delle cosche e le modalità di insediamento qui, diverse da quelle abituali: da 20 anni questa Regione si occupa di sicurezza e della situazione nei territori; poi gli interventi normativi, e penso alla legge regionale contro il crimine organizzato e per la promozione della cultura della legalità, del 2011, e alle leggi di settore, sempre nella logica della prevenzione e del contrasto, su edilizia, del 2010, e su logistica-facchinaggio, del 2014. Oltre alla rete, a quell'intreccio sociale fatto di istituzioni, enti locali, associazioni, scuole e università, che abbiamo contribuito a far nascere contro le Mafie, e all'attività di promozione della cittadinanza attiva che l'Assemblea legislativa porta avanti direttamente e che nella scorsa legislatura l'ha vista entrare in contatto con 173 mila soggetti: studenti e scuole, volontari, operatori, amministratori locali, esperti, docenti. Ribadisco il fatto che le Mafie vanno combattute e non taciute. Le Istituzioni devono rafforzare l'attenzione e il loro impegno per la legalità: parliamo di un dovere civile che ogni amministrazione e chiunque fa politica deve portare avanti con convinzione e determinazione. E penso che anche i partiti debbano svolgere una selezione molto più efficace del personale politico".

Santo Della Volpe sul 'Mosaico di mafie ed antimafia' -

"L'inchiesta Aemilia - sostiene Santo Della Volpe nella nota della Regione - è stata come un brusco risveglio ma ci ha fatto pensare a quel 'Mosaico di mafie ed antimafia' che da ormai tre anni proponiamo all'attenzione dei cittadini, delle Istituzioni e delle associazioni dell'Emilia-Romagna. L'ultimo Dossier, quello del 2013, non a caso era titolato "L'altra 'ndrangheta in Emilia-Romagna", e vi segnalavamo, con allarme, le penetrazione delle famiglie dei clan che dalla Calabria si erano insediati in Emilia-Romagna, i loro affari, le loro complicità. Ciò che registriamo ora è un consolidamento di presenze nei settori più tradizionali della criminalità organizzata e un avanzamento in settori economici nuovi e importanti; contemporaneamente, le risposte politiche e sociali si sono aggiornate, hanno assunto forza sia in campo istituzionale che culturale, ad esempio nelle scuole e nelle iniziative che hanno coinvolto professionisti e mondo del lavoro. È un percorso quanto mai importante e necessario nella formazione delle coscienze antimafia tra i giovani e nel mondo del lavoro: ma dalla denuncia e dagli incontri pubblici - chiude la nota del presidente di Libera Informazione - deve conseguentemente emergere uno scatto in avanti della risposta collettiva contro le Mafie".

 

Pubblicato in Cronaca Emilia
Domenica, 08 Marzo 2015 09:08

LA LOTTA AL PIZZO SECONDO CHI L'HA SCONFITTO


A Gualtieri sono intervenuti l'imprenditore Barchitta e il giudice antimafia Acagnino

di Federico Bonati - 

Gualtieri (RE) – Tra le tante pratiche becere perpetrate dalla mafia, il pizzo, o racket o estorsione che dir si voglia, è senza dubbio una delle azioni più viscide. Non tanto per la continua cessione di denaro, o beni materiali, al malavitoso di turno, quanto per la perdita di valori e di dignità alla quale è spinto chi, suo malgrado, entra in tale vortice. Ma c'è chi dice no, chi si oppena a tutto questo, persone come Rosario Barchitta e il giudice Marisa Acagnino, ospiti della città di Gualtieri per parlare della loro lotta al pizzo e, ovviamente, alla mafia.

Ad introdurre l'evento il sindaco Renzo Bergamini, il quale non può non fare riferimento ai fatti legati alla malavita nel territorio reggiano sorti agli onori, o meglio ai disonori, delle cronache. Se da un lato esprime soddisfazione e sollievo nel constatare che nessun sindaco e nessun amministratore sono coinvolti nell'indagine, dall'altro ammette l'importanza di continuare a parlarne ed evitare di essere omertosi, ribadendo quanto detto dal giudice Di Matteo pochi giorni addietro.

La parola passa poi a Rosario Barchitta, per tutti "Saro", imprenditore del movimento terra a Scordia, nel catanese, che nel 1985 iniziò la sua caduta vorticosa nel tunnel dell'estorsione, attuata nei suoi confronti da parte di affiliati del clan Di Salvo. Una storia fatta di perdita di valori e di dignità, con l'incapacità di "Saro" nel proseguire a guardare negli occhi le sue figlie, ma anche una storia di minacce e di atti dolosi verso i suoi mezzi di lavoro. Poiché i mafiosi sanno che, per quanto riguarda l'estorsione, si inizia con poco e si arriva a tutto, ma a questo tutto con "Saro" non ci arriveranno mai. Nel 1989 denuncia e testimonia al processo. Da quel momento la sua vita cambia, in meglio. Perché i mafiosi se denunciati, se messi in minoranza si vergognano ed hanno paura. Oggi "Saro" vive la sua vita serena, amato e sostenuto dal suo paese, e va nelle scuole a raccontare la sua storia per dare la spinta verso la legalità a tutti i giovani. Barchitta risponde poi ad una domanda in merito a quanto successo recentemente con il caso Helg a Palermo, nella quale si ipotizzava che la mazzetta fosse il nuovo pizzo: "Ma certo. I corrotti della pubblica amministrazione fanno parte di una nuova mafia. Una mafia che, senza questi collegamenti basati sulla corruzione, non ci sarebbe più".

Dopo "Saro", è il turno di Marisa Acagnino, giudice della procura antimafia di Catania. Il suo discorso parte dalla considerazione che, al giorno d'oggi, è difficile distinguere il mafioso dalla brava persona, ricollegandosi al concetto di borghesia mafiosa. Una borghesia nella quale profilerano le imprese e gli affari mafiosi poiché, come abbiamo visto anche in Emilia, dove c'è una situazione florida a livello economico è lì che si inseriscono le attività della malavita organizzata. Infatti, secondo il giudice Acagnino, oggi si è passati dal pizzo ai contratti di fornitura, arrivando quindi ad un modo più sottile di controllo dell'economia. E attacca dicendo che quegli affari non sono cose loro, ma cose nostre, interesse di tutti gli italiani perbene e onesti. Dopo gli scorscianti applausi, inizia l'acceso dibattito con il pubblico, desideroso di sapere e di conoscere, soprattutto dopo gli echi dell'Operazione Aemilia, la quale ha segnato nelle ultime ore un nuovo sviluppo, con il carcere duro, il tanto temuto 41 bis, applicato dal ministero della Giustizia, a cinque dei maggiori rappresentanti dei clan coinvolti nell'operazione svoltasi in provincia di Reggio Emilia.

 

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Dialogo e cultura contro l'omertà e il silenzio mafioso, nell'incontro tra gli studenti dell'Istituto Tecnico Gorni, Don Ciotti e il giudice Di Matteo -

- di Federico Bonati -

Modena, 4 marzo 2015 –

Il giorno dopo aver ricevuto la cittadinanza onoraria di Modena, il giudice antimafia Antonino Di Matteo, accompagnato dal sindaco Muzzarelli e dal fondatore di Libera, Don Luigi Ciotti, ha incontrato gli studenti dell'Istituto Tecnico Gorni.
Prima dell'incontro vero e proprio con gli studenti, c'è stata l'inaugurazione della targa in memoria di tutte le vittime innocenti uccise dalle mafie, situata nella Tenda di Viale Monte Kosica.

Una location non casuale quella nella quale è esposta la targa, in quanto luogo di aggregazione e promozione della legalità e della cultura antimafiosa. Il primo ad arrivare sul posto è il fondatore di Libera, Don Ciotti, il quale definisce l'iniziativa odierna un momento di responsabilità, utile per poter contribuire al cambiamento. Un cambiamento che deve partire soprattutto dalle nuove generazioni: "Questi ragazzi sono fantastici, ma hanno bisogno di punti di riferimento. Ed è importante anche la responsabilità e la cultura della memoria, nonché un impegno costante ogni giorno dell'anno". L'impegno, la celebrazione della memoria senza retorica e il non stare in silenzio sono punti fondamentali anche e soprattutto in questa terra emiliana, funestata dai recenti fatti dell'operazione Aemilia.

Pieni di entusiasmo sono anche i ragazzi del Gorni, felici di incontrare dal vivo figure importanti della lotta alla mafia, i quali, proprio sul tema dell'antimafia e della legalità, hanno svolto recentemente un importante lavoro in classe, il quale ha permesso loro di aprire le loro menti ed estendere gli orizzonti di comprensione.

Di Matteo, assieme al primo cittadino, all'assessore Giulio Guerzoni, a Don Ciotti e agli studenti, scopre la targa, la quale riporta il murales di Blu, artista e writer contemporaneo, che raffigura una piovra con i tentacoli avvolti fra le mani di affaristi, che operano al di sopra della città. L'originale è esposto fuori dalla Tenda, e alla sua vista, Don Ciotti ha chiosato, con un sorriso agrodolce: "L'artista fu profetico".

Targa rid

Anche il giudice Di Matteo, neocittadino sotto la Ghirlandina, esprime parole di felicità in merito all'incontro con i ragazzi, i quali, grazie alla cultura della memoria, potranno essere i fautori della rivoluzione culturale che porterà alla cessazione della mafia. Ma in questo senso il giudice ha le idee chiare: "Bisogna evitare il silenzio, perché è in esso che la mafia porta avanti i suoi loschi affari. Mentre la conoscenza e le parole sono l'antidoto più efficace ad essa. È importante che i giovani discutano di mafia, poiché essi hanno una vera e propria esigenza di giustizia".

In conclusione, anche una parola sull'omertà dei palazzi del potere in merito alla cosiddetta "borghesia mafiosa": "L'omertà non può diffondersi nelle istituzioni, perché ciò rappresenta un grave danno per lo Stato. Lo Stato non deve avere paura della verità anche quando i suoi appartenenti sono responsabili di attività illecite".

Il sogno di uno Stato credibile, che non ha paura di autoprocessarsi.

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